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Vangelo del giorno
Mercoledì 20 Gennaio 2021
In quel tempo, Gesù entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo.
Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati, vieni qui in mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita.
E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.


(Mc. 3,1-6)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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V CONCILIO LATERANENSE


CONCILIO DI TRENTO



CONCILIO VATICANO I°

 

È online il nuovo sito consultabile al seguente indirizzo: http://www.laikos.it/

Abbiamo letto con attenzione e riflettuto molto sul regolamento del Sinodo della nostra Chiesa che è in Cefalù.

Quante norme.. articoli .. commi .. parole .. citazioni ricercate per avvalorare le scelte normative …

Il testo  sembra il regolamento di una SPA.

Se poi si guarda la formazione dei membri di diritto, dei membri designati e dei membri elettivi si nota una assoluta predominanza di clero … e il popolo di Dio ???!!!

A tal proposito ci sembra efficace proporre una riflessione di Salvo Coco  pubblicata su “ Vino Nuovo

 

Il clericalismo si configura come particolarmente disdicevole anche perché fomenta una serie di comportamenti adottati in nome di un potere sacro. Esso ha le sue radici nel ripristino del regime di sacralità che Gesù aveva abolito. É il clero che separandosi dalla comunità assegna a sé un potere sacro e questo potere è stato poi legittimato in sede dottrinale e giuridica. Taluni passi delle scritture sono stati letti ed interpretati in modo da fornire una base giustificativa per intendere ed esercitare il potere dei “sacri pastori” sulla comunità. Poi queste giustificazioni si sono accumulate una sull’altra e si sono sorrette a vicenda sino a delineare una tradizione consolidata. Per cui i responsabili ecclesiali potevano dire di fondare la loro autorità sulle scritture e sulla tradizione, ovvero sulle scritture per come loro le avevano interpretate e sulla tradizione per come loro l’avevano via via formata.

Ecco perché il sistema di potere clericale è autoreferenziale ovvero si auto sostiene e si auto legittima. Quando le scritture iniziarono ad essere studiate da studiosi laici con metodi scientifici non clericali pian piano l’edificio fu sottoposto a critica e mostrò le prime vistose crepe. Questo è il motivo per cui nell’ottocento e nel novecento l’esegesi e la teologia moderne sono state rifiutate dai vertici della chiesa cattolica. Esse costringono il magistero gerarchico ad abbandonare talune posizioni, lo sospingono a fare autocritica, lo inducono a riformulare la dottrina ed a revisionare il codice di diritto canonico.

Focalizziamo la nostra attenzione sulla modalità attraverso la quale si assumono le decisioni in seno alla chiesa. Sappiamo come il clericalismo ha escluso i laici dal governo della chiesa e come non abbia riservato loro alcuna partecipazione attiva alle decisioni. Lo stesso Concilio Vaticano II non affronta l’argomento, se non a margine e con esiti insoddisfacenti. Si parla infatti nei documenti conciliari di collaborazione e di consultazione, si accenna ai consigli pastorali, ma non si afferma mai in maniera netta ed esplicita che i laici, oltre che essere consultati ed oltre che consigliare, possiedono sin dal battesimo (grazie al munus regale) il diritto-dovere di partecipare alle decisioni e di co-determinarle. Infatti finché un laico può (gli viene concesso di) consigliare, ma non può assumere decisioni, finché può essere ascoltato e consultato (nel migliore dei casi), ma non partecipa alla determinazione delle decisioni, il laico rimarrà sempre separato dal clero e sarà sempre considerato un cristiano ‘di serie B’. Egli è più simile ad un oggetto di cui si dispone che non ad un soggetto responsabile.

Questo è il punto focale: come vengono considerati i laici, e le donne in particolare, allorquando nella chiesa si devono assumere delle decisioni? Il clericalismo, di cui sono ancora intrise le strutture ecclesiali, considera sicuramente i laici alla stregua di cristiani inferiori: destinatari delle decisioni prese dal clero e non soggetti attivamente coinvolti nelle decisioni da assumere. E questo mi pare indiscutibile. Altrettanto indiscutibile è il fatto che ciò non dipende dal clero in sé, ma dal clericalismo, ovvero dal sistema di potere che ha influenzato ed influenza tuttora la chiesa. Tant’è che si possono verificare dei casi (e si sono verificati nella realtà) che anche dei laici, uomini e donne, sono risultati affetti da clericalismo. In quanto parte integrante della struttura clericalista essi possono manifestare una forma mentis clericalista.

Il concilio vaticano II ai nn.2 e 10 del decreto Apostolicam Actuositatem accenna alla partecipazione dei laici al triplice ufficio di Cristo. E la costituzione conciliare Lumen Gentium al n. 32 così si esprime: ”Non c’è quindi che un popolo di Dio scelto da lui: «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » (Ef 4,5); comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia di adozione filiale, comune la vocazione alla perfezione; non c’è che una sola salvezza, una sola speranza e una carità senza divisioni. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché «non c’è né Giudeo né Gentile, non c’è né schiavo né libero, non c’è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28 gr.; cfr. Col 3,11). Se quindi nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità e hanno ricevuto a titolo uguale la fede che introduce nella giustizia di Dio (cfr. 2 Pt 1,1)“.

Ma nella pratica quotidiana della vita della chiesa (nella dottrina e nel diritto canonico) tale uguaglianza fondamentale di ogni cristiano, proclamata a parole altisonanti, non trova riscontro alcuno. La potestas jurisdictionis, i compiti connessi al governo della chiesa rimangono saldamente in mano al clero. Nella vita quotidiana delle nostre comunità l’uguaglianza nel partecipare alle decisioni scompare e si conferma l’ineguaglianza tra chi comanda e chi ubbidisce. Detto diversamente: se la comunione di tutti nella chiesa è così profonda ed è ben al di là di ogni differenza di carismi e di ministeri, se tutti i battezzati sono uniti nella comunione con l’unico Signore, l’unico Spirito e formano un unico corpo, professano un’unica fede, partecipano dell’unica grazia battesimale, dell’unica speranza e dell’unica carità e quindi, alla fine, dell’unica responsabilità dinanzi al mondo, se tutto ciò è vero – ed è vero – perché non deve esserci nella chiesa anche comunanza e co-determinazione nell’assumere decisioni che riguardano tutti ? A questa domanda i documenti conciliari non offrono risposta. Le ombre del clericalismo plurisecolare si sono allungate sul concilio e purtuttavia qualche timido passo i padri conciliari sono riusciti a compierlo. La situazione dei laici dopo il concilio, almeno in apparenza, risulta essere alquanto migliorata rispetto al passato (grazie a quanto contenuto in LG 37 e AA 26).

Ma non è questo il momento di occuparci di ciò. Ritorniamo al nostro tema e poniamoci le seguenti domande: esistono obiezioni di natura teologico-dottrinale che vietano l’attiva partecipazione dei laici a co-determinare le decisioni nella chiesa ? Esistono dei seri ostacoli per una democratizzazione ecclesiale? La chiesa per sua natura è impossibilitata ad assumere un modello democratico? Ci suggerisce qualcosa il fatto che coloro oggi si oppongono alla partecipazione attiva dei laici alle decisioni nella chiesa utilizzano gli stessi argomenti che usarono i tradizionalisti al concilio per rifiutare la consultazione dei laici e la comune uguaglianza di ogni battezzato nella chiesa ? E questi stessi cattolici (che chiamiamo tradizionalisti) non sono gli stessi cattolici che accettarono nei secoli scorsi senza riserva alcuna l’applicazione alla chiesa del modello monarchico-assolutistico ? Non fu insultato pesantemente dagli ambienti conservatori Leone XIII quando decise di accettare l’organizzazione democratica degli stati moderni dopo i “non possumus” precedenti?

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“Dove va la chiesa?”

 

Dove va la chiesa? Ogni tanto è bene fermarsi e tornare ai fondamenti, chiedendosi: “Chi è la chiesa?”. La chiesa, ekklesía, è un’assemblea di ekkletoí, una realtà di uomini e donne che Dio chiama, distingue dagli altri attraverso la sua Parola; una realtà plasmata dal Vangelo di Gesù Cristo; una realtà costantemente edificata in un corpo dallo Spirito santo (cf. Ef 2,22). Ecco chi è la chiesa. E dico “chi”, non “che cosa”, perché la chiesa è un soggetto, una creatura, una persona mistica.
Ma la chiesa, creatura Verbi, realtà che è nata e sempre nasce dalla Parola di Dio, vive nel mondo, nella storia e a servizio dell’umanità intera. Non è un luogo segnato dal privilegio della chiamata, ma piuttosto contraddistinto dalla responsabilità verso tutti gli altri. Come il popolo santo dell’antica alleanza è un popolo scelto da Dio in Abramo affinché la benedizione di Dio giunga a tutte le genti (cf. Gen 12,2-3), così la chiesa è chiamata a portare la salvezza al mondo intero. Per questo la chiesa è costitutivamente luogo di dialogo: luogo della parola che si lascia attraversare da un’altra parola; luogo in cui si intrecciano linguaggi e cammini di comunione; luogo in cui regna la comunicazione.
Chiamati al dialogo con Dio, i cristiani hanno il compito di intessere un dialogo anche con tutti gli altri esseri umani. Questa è la loro funzione sacerdotale tra le genti della terra (cf. 1Pt 2,5.9; Es 19,6), la loro ragion d’essere: l’essere strumento di dialogo e riconciliazione. Per questo la chiesa nata a Pentecoste è un realtà che sa esprimere la buona notizia nelle diverse lingue della terra (cf. At 2,1-11). Subito la chiesa per bocca di Pietro e degli altri proclama il Cristo risorto e vivente, e ciascuno sente risuonare l’annuncio nella propria lingua. Nella mattina di Pentecoste le persone presenti a Gerusalemme non devono assumere un’altra lingua, ma è la chiesa che annuncia il Vangelo nella loro lingua, dunque fa innanzitutto un passo di dialogo attraverso il suo linguaggio.
Sì, la chiesa nasce dialogica, è per sua natura capace di un dialogo plurale con le diverse culture e genti della terra a cui è inviata: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8), dice il Risorto agli Undici. Non è un caso che la chiesa abbia subito saputo dialogare con il mondo, addirittura con il mondo a lei ostile dell’impero romano, in un’epoca in cui, a fasi alterne, subiva una persecuzione a tratti persino cruenta. Anche in quei primi tre secoli i cristiani hanno dialogato con i cittadini dell’impero, con la cultura filosofica pagana, con le diverse genti del Mediterraneo. Gli scritti di apologeti come Giustino e di padri come Clemente Alessandrino e Basilio ne danno ampia testimonianza.
I cristiani si mostravano cittadini leali verso l’autorità politica romana, pregavano per essa, si sottomettevano alle leggi (cf. Rm 13,1-7) e cercavano di vivere in pace con tutti. Ma dobbiamo confessare con umiltà che, a partire dal IV secolo, talvolta questo atteggiamento è stato smentito dagli stessi cristiani e la chiesa non sempre è stata luogo di dialogo. Soprattutto nella difesa della verità – come affermò con coraggio Giovanni Paolo II durante il giubileo del 2000 – i cristiani hanno assunto metodi in contraddizione con la verità di Cristo e con il suo spirito. Invece del dialogo abbiamo praticato l’esclusione; invece dell’ascolto delle differenze la condanna; invece della comprensione o della tolleranza addirittura la persecuzione di chi era “altro”: gli ebrei, gli “eretici” e, più in generale, chiunque mostrasse una diversità di opinioni, di etica, di fede.
Infine, dopo tre secoli in cui la chiesa era stata spaventata dalla modernità, dall’illuminismo, dalla rivoluzione francese e poi dalla laicità e dall’ostilità dei grandi imperi e delle ideologie totalitarie, ecco arrivare papa Giovanni XXIII, il Concilio Vaticano II, Paolo VI. Papa Giovanni fece nuovamente del dialogo l’atteggiamento della chiesa: dialogo con i “fratelli separati”, si diceva allora dei cristiani non cattolici; dialogo con gli ebrei dopo secoli di ostilità; dialogo con gli uomini non cristiani e non credenti… E qui mi corre l’obbligo di ricordare, accanto alla costituzione conciliare Gaudium et spes, anche un’enciclica di Paolo VI oggi purtroppo dimenticata: l’Ecclesiam suam (6 agosto 1964). La sua terza parte è dedicata proprio al dialogo che la chiesa, per la sua stessa natura, deve intrattenere. Da questo splendido testo cito alcune parole che accesero il cuore di tanti di noi, che lo fecero ardere di gioia e di commozione, perché vedevamo in esse l’aggiornamento, la riforma voluta da papa Giovanni e dal Concilio, confermata e indicata da Paolo VI:
Daremo a questo interiore impulso di carità, che diventa dono esteriore di carità, il nome di dialogo. La chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La chiesa si fa parola; la chiesa si fa messaggio; la chiesa si fa colloquio … Ancor prima di convertire il mondo, bisogna accostarlo e parlargli … L’origine del dialogo si trova nell’intenzione stessa di Dio. Il dialogo deve ricominciare ogni giorno; e da noi prima che da coloro a cui è rivolto (§§ 66-67.70.72.79).
Queste parole di Paolo VI sono coraggiose, ferme, convinte e piene del Vangelo e dei sentimenti di Cristo. A partire da questa intuizione centrale, il papa tracciava nell’enciclica alcuni cerchi, di costante attualità:
• dialogo con tutto ciò che umano e con tutta l’umanità. Questo in vista dell’umanizzazione, compito comune a cristiani e non cristiani; in vista della pace, dono supremo per l’umanità;
• dialogo con tutti i credenti in Dio, i cercatori di Dio nelle altre religioni;
• dialogo con i fratelli cristiani non cattolici;
• dialogo all’interno della chiesa tra pastori e fedeli, tra doni diversi, tra le diverse componenti della chiesa.
In quest’ottica, ci possiamo lasciare con le parole di un mirabile testo delle origini cristiane, indirizzato da un anonimo credente in Cristo a un certo Diogneto:
I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Non abitano neppure città proprie, né usano una lingua particolare, … ma testimoniano uno stile di vita mirabile e, a detta di tutti, paradossale … Risiedono nella loro patria ma come stranieri domiciliati (pároikoi); a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri (xénoi); ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non espongono i loro nati. Mettono in comune la tavola, ma non il letto … Dio ha assegnato loro una missione così importante che essi non possono disertare (A Diogneto V,1-2.4-7; VI,10).

(Enzo Bianchi- “Vita Pastorale” – Luglio 2020)

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