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Vangelo del giorno

Mercoledì 13 Novembre 2019


Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce:


«Gesù, maestro, abbi pietà di noi!».


Appena li vide, Gesù disse loro:


«Andate a presentarvi ai sacerdoti».


E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.Ma Gesù osservò:


«Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?».


E gli disse:


«Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».


(Lc. 17,11-19)

Bibbia – CEI 2008

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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

Libri da leggere

 

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Racconti di un pellegrino russo

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Concili nei secoli

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I° CONCILIO DI NICEA



I° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



I° CONCILIO DI EFESO



I° CONCILIO DI CALCEDONIA



II° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



III° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



II° CONCILIO DI NICEA



IV° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



LETTERA A DIOGNETO


I° CONCILIO LATERANENSE



II° CONCILIO LATERANENSE



II° CONCILIO LATERANENSE



IV° CONCILIO LATERANENSE



I° CONCILIO DI LIONE



II° CONCILIO DI LIONE



CONCILIO DI VIENNA



CONCILIO DI COSTANZA



CONCILIO DI BASILEA



V CONCILIO LATERANENSE


CONCILIO DI TRENTO



CONCILIO VATICANO I°

 

È online il nuovo sito consultabile al seguente indirizzo: http://www.laikos.it/

Agenda minima morale per il rilancio del Paese

bruno-forte

Una politica animata da spirito di servizio, senso del bene comune, rispetto della legalità.

Al Paese non serve solo crescita economica, ma di valori e di responsabilità, a partire da chi riveste cariche pubbliche.

Bruno Forte, arcivescovo di Chieti – Lanciano, sulle pagine de Il Sole 24 ore dell’8 settembre.

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Il patto delle catacombe per una chiesa serva e povera.

Il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, una quarantina di padri conciliari hanno celebrato una Eucaristia nelle catacombe di Domitilla, a Roma, chiedendo fedeltà allo Spirito di Gesù.

Dopo questa celebrazione, hanno firmato il “Patto delle Catacombe”.

Il documento è una sfida ai “fratelli nell’Episcopato” a portare avanti una “vita di povertà”, una Chiesa “serva e povera”, come aveva suggerito il papa Giovanni XXIII. Continua a leggere

Papa Francesco sceglie il successore di Mons. Bertone per la Segreteria di Stato.

parolin_pietroPapa Francesco sceglie Mons.  Pietro Parolin per la Segreteria di Stato, l’annuncio probabilmente domani. Si chiude così “l’era Bertone”

 Mons. Pietro Parolin. Veneto, 58 anni,  è stato ordinato sacerdote nell’80 ed è entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1986.

Nel 2002 è stato nominato sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, in pratica «viceministro degli Esteri», dove ha collaborato prima con il cardinale Sodano e poi con Bertone. Continua a leggere

Sull’articolo “Papa Francesco informato delle anomalie Castelbuonesi”: Cambia il nostro cuore, Signore, perché siamo noi i primi ad avere bisogno di un cuore pacifico

Giotto InvidiaHo letto con attenzione  la “ denuncia “ di Angelo Di Giorgi, pubblicata su un giornale locale e che qui, per correttezza, riporto:

Papa Francesco informato delle anomalie Castelbuonesi”

I governatori e i confrati che hanno vissuto delle situazioni incresciose e sconcertanti, per non dire scandalose, sappiano che Papa Francesco è stato informato di tutto: della con­dotta anomala di certi preti affetti di protagonismo e narci­sismo che inseguono delle paparazzate spettacolari.

Quando il polverone della spet­tacolarità si sarà depositato apparirà la nuda e cruda realtà.

È stato anche informato della condotta anomala del vescovo Manzella e del ricco carteggio di proteste dei fedeli rimaste senza risposta. Continua a leggere

Papa Francesco e la GMG di Rio

ilconfronto.comPapa Francesco è rientrato a Roma, dopo aver concluso il suo impegno alla Giornata Mondiale della Gioventù in Brasile vissuta in modo innovativo e diverso soprattutto per il linguaggio, quello della gente semplice, capace di arrivare a tutti.

Sul volo di andata non particolari incontri con i giornalisti per non inficiare , con le varie dichiarazioni – che invece ci sono state al ritorno –, minimamente le tematiche della Giornata Mondiale della gioventù. Infatti, continua ad avere vasta eco nel mondo, la lunga chiacchierata di Papa Francesco con i giornalisti presenti con lui sul volo che rientrava a Roma da Rio de Janeiro domenica notte.

Umorismo , schiettezza e libertà hanno colpito la stampa, l’opinione pubblica.

Riportiamo in questo post il video dell’incontro con i giornalisti e i testi dei vari discorsi di Papa Francesco durante la Giornata Mondiale della Gioventù , nonché il testo integrale del la conferenza stampa con i giornalisti durante il viaggio di ritorno in un unico documento PDF riportato sotto, fruibile cliccando sull’icona.

Bergoglio? Come san Francesco: ricostruisce la Chiesa

Leonardo Boff[ fonte: ” La Stampa” ]

Intervista con Leonardo Boff, l’ex francescano e teologo della liberazione

«Tre settimane prima dell’elezione di Bergoglio avevo scritto su Twitter: il futuro Papa sarà Francesco, perché come fece il santo di Assisi serve chi ricostruisca la Chiesa che ha perduto la sua credibilità…».

Leonardo Boff non porta più il saio, dopo i contrasti con Roma per le sue posizioni teologiche ha lasciato l’ordine francescano e si è sposato. Ma la barba, bianchissima, è rimasta la stessa di quando era frate.

L’ha stupita l’accoglienza che la folla di Rio de Janeiro per Francesco?

«No, è un entusiasmo dovuto alla sua semplicità, al suo venire senza un grande apparato di sicurezza, al suo voler percorrere le strade della città in una macchina semplice e con i finestrini sempre aperti, al suo farsi raggiungere e toccare dalla gente, al suo fermarsi a baciare i bambini. Si vede che è un pastore, un vescovo che sta in mezzo al suo popolo. Non un monarca».

Francesco ha voluto cominciare il viaggio con una visita al santuario di Aparecida. Perché?

«Perché qui nel 2007 i vescovi latinoamericani hanno pubblicato un documento che ridà spazio ai poveri e afferma che certi metodi di evangelizzazione sono vecchi e vanno cambiati. Servono pastori che abbiano l’odore delle pecore più che il profumo dei fiori dell’altare».

Francesco mostra di avere una grande devozione mariana e una grande attenzione alla pietà popolare. Non sembrano aspetti così vicini alla sensibilità progressista…

«E invece lo sono, sono vicini alla teologia della liberazione. In Argentina questa si è sviluppata particolarmente come teologia del popolo, portata avanti dal gesuita Juan Carlos Scannone, che è stato insegnante di Bergoglio. Il Papa è vicino a questa teologia. Non è una devozione popolare “pietistica”, ma una devozione che conserva l’identità del popolo e s’impegna per la giustizia sociale».

Il Papa parla spesso dei poveri e all’ospedale di Rio ha ripetuto che andare verso i poveri significa toccare «la carne di Cristo». Che cosa significa?

«Il povero è il vero rappresentante di Cristo, in un certo senso il povero è il vero “Papa”, e Cristo continua a essere crocifisso nel corpo dei condannati della terra. Cristo è crocifisso nei crocifissi della storia».

Che cosa cambia nella Chiesa con Papa Francesco?

«Credo che cambierà parecchio. Francesco non sta riformando solo Curia, sta riformando il papato. La sua insistenza sull’essere vescovo di Roma, l’aver lasciato il palazzo per abitare nella residenza Santa Marta, significa andare verso il mondo. Il Papa spiega che preferisce una Chiesa incidentata ma che va per strada, piuttosto che una Chiesa asfittica e chiusa nel tempio. Ora si sente che la Chiesa è un focolare di speranza e non una fortezza assediata sempre in polemica con la modernità o una dogana che controlla e regola la fede invece di facilitarla».

C’è chi critica Francesco dicendo che sta desacralizzando il papato…

«No, non lo sta desacralizzando, lo presenta nella sua vera dimensione evangelica. È il successore di Pietro e Pietro era un semplice pescatore. Bisogna combattere la “papolatria” che abbiamo visto negli ultimi decenni. I cardinali non sono prìncipi della Chiesa, ma servitori del popolo di Dio. I vescovi devono partecipare alla vita della gente. E il Papa non si sente un monarca: anche di fronte alla presidente del Brasile ha detto: “Vengo qui come vescovo di Roma”, cioè come colui che presiede la Chiesa nella carità e non nel diritto canonico».

Che cosa provocherà in Brasile e in America Latina un Papa latinoamericano?

«Credo che Francesco si renda conto che il potere deve ascoltare i poveri, deve ascoltare i giovani che protestano per strada. La sua insistenza sulla giustizia sociale può aiutare le democrazie latinoamericane e favorire maggiore partecipazione. La nostra in Brasile è una democrazia a bassa intensità: il Papa chiama i politici a essere veri servitori del popolo».

Si è pentito di aver lasciato il saio francescano?

«No perché ho lasciato l’abito ma ho conservato lo spirito e continuo a sentirmi francescano: lavoro per la salvaguardia del creato e perché su questa nostra terra ci si senta tutti fratelli e sorelle».

 

Papa Francesco a Lampedusa: “I valori nascosti di un gesto”.

ITALY-POPE-IMMIGRATION-REFUGEE-LAMPEDUSAwww.ilconfronto.com( Pubblichiamo l’articolo di Enzo Bianchi, priore di Bose, sulla visita di Papa Francesco a Lampedusa, apparso oggi sul quotidiano ” La Stampa”. Dopo l’articolo il testo integrale dell’omelia che si può anche rivedere cliccando sull’icona a destra del post )

Sono passati ormai sette anni – e innumerevoli sbarchi, naufraghi, profughi e morti – da quando, pubblicando un libro sugli stranieri e sull’ospitalità, volli dedicarlo “agli uomini, alle donne e ai bambini che, andando verso il pane e sognando la nostra accoglienza, sono morti da stranieri nelle acque del Mediterraneo, mare che avrei voluto che potessero amare e sentire ‘nostro’ come io lo sento e lo amo”.

Ed ecco che un uomo, un cristiano, un papa venuto dalla fine del mondo sceglie l’estrema periferia sud dell’Italia per la sua prima uscita da Roma e va in pellegrinaggio a un santuario dell’umanità sofferente, quel mare che ha inghiottito migliaia di persone. Un gesto volto a esprimere la sollecitudine verso gli ultimi, i poveri, quelle categorie sociali che il dettato biblico affida alla custodia dei credenti perché prive di ogni tutela e diritto: l’orfano, la vedova, lo straniero. Un gesto quindi che esprime il modo con cui il vescovo di Roma vuole esercitare il suo ministero di pastore – la cui voce e i cui gesti sono indirizzati a tutti – e vuole praticare la prossimità, la vicinanza come primo passo per amare gli altri.

Un gesto altamente simbolico, ma soprattutto profetico quello posto risolutamente e semplicemente da papa Francesco, capace di interrogare le coscienze – e anche di infastidirne molte, che però si dicono “pronte a difendere la vita”, come si è visto e letto nei giorni che lo hanno preceduto – e di ridestare non tanto l’attenzione quanto le orecchie e il cuore di ciascuno, la capacità che ogni essere umano ha di riconoscere nell’altro un proprio simile, un fratello e una sorella che condivide la comune umanità al di là di ogni differenza di etnia, lingua, appartenenza. Un gesto che vuole ricordare a tutti, a cominciare da chi ha responsabilità politiche ed economiche, che nessun essere umano è clandestino su questa terra, che ciascuno ha diritto a veder riconosciuta e rispettata la propria dignità, che migranti, profughi, esuli, vittime di guerre e di carestie non si metterebbero in viaggio se trovassero pane e giustizia là dove sono le loro radici e il loro cuore. Un gesto che vuole provocare la coscienza di tutti gli uomini e vuole “spingere a riflettere e a cambiare comportamento”.

Papa Francesco ha lanciato questo appello come pastore cristiano che cerca di ritornare alla semplice essenzialità del vangelo che, “nascosta ai sapienti e ai dotti, è rivelata ai piccoli” (Mt 11,25). Così la visita a Lampedusa, il ricordo dei morti e dei sopravvissuti, la gratitudine per chi si è speso nell’accoglienza, l’intero evento è stato posto sotto il segno della dimensione penitenziale e dell’invocazione della remissione dei peccati. Colore dei paramenti violaceo, letture bibliche, sobrietà di parole, gesti e riti: tutto si è articolato nello spazio del credente che si pone di fronte a Dio chiedendo perdono per i peccati commessi, peccati che, come ben sappiamo, sono spesso segnati anche da ciò che noi riduciamo a semplice “omissione” ma che può avere sul nostro prossimo l’effetto di una condanna a morte. Come Erode ha seminato morte per il proprio benessere, anche noi di fatto per il nostro benessere procuriamo morte e miseria a quelli con i quali non condividiamo l’unica terra e le sue risorse. Anche l’altare-barca su cui ha celebrato papa Francesco era significativo: mi sono venute in mente le parole di Giovanni Cristostomo: “Ogni volta che vedrete un povero, ricordatevi che sotto i vostri occhi avete un altare non da disprezzare ma da onorare”.

La centralità riservata alla dimensione penitenziale in una giornata come quella di Lampedusa, ci svela meglio di tanti discorsi come nell’ottica della fede cristiana la liturgia sia una componente della storia e non un’evasione dalla realtà. La preghiera agisce, ha ricadute nel quotidiano, non tanto per un intervento divino estraneo ai nostri comportamenti, non come risultato di un Dio onnipotente chiamato in causa, ma soprattutto attraverso coloro che pregano veramente: dialogando con il loro Signore, ne ascoltano la parola e la volontà, ne invocano lo spirito di discernimento e di forza, si impegnano a mettere in pratica ciò che il vangelo esige da loro.

Allora riconoscere di fronte a Dio la nostra inadeguatezza o addirittura riluttanza nel prenderci cura dell’altro – “sono forse il custode di mio fratello?” è la tragica domanda di Caino – significa già predisporci a una conversione, a un mutamento radicale nel nostro modo di pensare e di agire, a un’apertura verso un mondo più solidale e fraterno. Noi, soprattutto noi credenti, dobbiamo chiederci: “Uomo, dove sei?” e smettere di chiedere: “Dio dove sei?”. Dovremmo riscoprire, come ci ricorda insistentemente papa Francesco, che la difesa della vita comincia dalla difesa degli ultimi della terra, di quelli che soffrono fame e violenza.

I cinici diranno che profughi, sbarchi, naufraghi e morti continueranno ugualmente anche nei prossimi giorni, mesi e anni; alcuni non cesseranno di invocare misure sempre più drastiche e inumane per fronteggiare una pretesa emergenza, molti proseguiranno nel loro disinteresse colpevole o nella cieca brutalità di chi conosce il prezzo di ogni cosa e ignora il valore di ogni singola persona, altri vorranno ridimensionare questo evento dicendo che “il papa fa il suo mestiere” mentre invece, pur ispirato dal vangelo, grida quale uomo a tutti gli uomini: “Basta all’indifferenza, anzi a questa globalizzazione dell’indifferenza che continua ad avanzare”.

In quell’umile gesto della corona di fiori gettata pregando nel mare di Lampedusa, porta d’Europa, periferia delle periferie, in quell’invito a prendersi cura del fratello come di se stessi, in quella memoria resa a uomini donne che cercavano vita per sé e i loro cari e hanno trovato morte anonima occorre cogliere un’urgenza per tutti noi: patire con chi patisce, piangere con chi piange perché questa è fraternità umana, è custodia dell’altro, è compassione! E c’è anche la rinnovata possibilità di avere fiducia nell’altro, c’è il sapersi parte di un’unica comunità, c’è la consapevolezza che “chi ha salvato una sola vita, ha salvato l’umanità intera”.

Omelia di Papa Francesco

“Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte”. Così il titolo nei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta, non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà. Grazie!

Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto e il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco, signora Giusy Nicolini. Grazie tante per quello che lei ha fatto e fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che stanno oggi, alla sera, iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie.

Questa mattina alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti. «Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei, Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello. Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza; tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.

«Dov’è tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà – e le loro voci salgono fino a Dio. E un’altra volta a voi, abitanti di Lampedusa, ringrazio per la solidarietà! Ho sentito recentemente uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui, sono passati per le mani dei trafficanti, quelli che sfruttano la povertà degli altri; queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto. E alcuni non sono riusciti ad arrivare.

«Dov’è tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno. Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro.

Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere. Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo. «Chi ha pianto?», chi ha pianto oggi nel mondo?.

Signore in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo, Padre, perdono per chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore; Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».”

Giuseppe Dossetti: frammenti di un racconto autobiografico …

Giuseppe Dossetti ha raccontato a diversi destinatari e in tempi diversi alcuni tratti della sua vita: l’ha fatto in occasioni pubbliche e private, su sollecitazione di amici e studiosi.

A volte per spiegare, altre per dar conto del suo percorso davanti a Dio, dentro la storia.

Questo materiale è ora nelle Teche Rai, nell’archivio della Fondazione per le Scienze Religiose, in mani di persone che l’hanno salvato quasi per caso.

Un patrimonio di grandi proporzioni quantitative e qualitative, un materiale che merita di essere ascoltato, visto, dove è racchiusa, in una carrellata discontinua ma densa, la vita di Dossetti come in una collezione incompiuta di reperti, come frammenti di un racconto autobiografico.

Nel racconto videostorico, costruito dallo storico Alberto Melloni e Fabio Nardelli, viene ripercorso, attraverso la voce del protagonista, il suo itinerario esistenziale: dall’infanzia a Cavriago, nel periodo postbellico, agli studi a Bologna.

Si narra la sua esperienza di assistente all’Università Cattolica di Milano e l’impegno nella Resistenza e nel Cln. Ma anche il contributo importante ai vertici della Democrazia Cristiana e il ruolo centrale di che ebbe nella Costituente.

Degna di nota è anche la scelta vocazionale che lo ha portato all’ordinazione monastica per servire la Chiesa alla vigilia del Concilio Vaticano II.

Il crepuscolo della sua vita è segnato dal ritiro in Terra Santa fino alla sua ultima battaglia, nel 1994, in difesa della Costituzione. Il racconto si conclude con un lacerante finale in cui un giudizio apparso anonimo nel 1991 sul Regno suona come una lucida cronaca del futuro. 

(Ufficio Stampa Rai)

Don Pino Puglisi è beato!

www.ilconfronto.comDon Pino Puglisi, primo martire della mafia della Chiesa palermitana, è Beato e la sua festa sarà il 21 ottobre.

Questa mattina a Palermo, si è svolta la cerimonia della Beatificazione di Don Pino, assassinato dalla mafia nel 1993.

A presiedere il rito sono stati il cardinale arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, con il cardinale Salvatore De Giorgi, inviato di Papa Francesco.

( Cliccando sulla foto del post  è possibile aprire il video della celebrazione )

Uniti nel sorriso di Don Pino”  stamani al Foro italico  erano quasi in centomila ad  acclamarlo beato, lui: ” seminatore di perdono e riconciliazione” – come ha detto il Card. Salvatore De Giorgi – .

Il giorno dell’omicidio – ha detto Mons. Bertolone , postulatore della Causa di Beatificazione – Palermo pianse, oggi è nella gioia perché da quel sangue è nato un popolo nuovo.”

Forte l’omelia del Cardinale Paolo Romeo, che a don Pino Puglisi a voluto associare altri martiri della mafia: Rosario Levatino, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e tante altre persone di buona volontà.

Ecco alcuni passaggi dell’omelia:

“La Chiesa riconosce nella sua vita, sigillata dal martirio in odium fidei, un modello da imitare in ogni sua scelta”.

“La mano mafiosa che quel 15 settembre 1993 lo ha barbaramente assassinato, ha liberato la vita vera di questo ‘chicco di grano’.

Quella mano assassina ha amplificato, oltre lo spazio ed il tempo, la sua delicata voce sacerdotale e lo ha donato martire non solo a Brancaccio, non solo a Palermo, non solo alla Sicilia e all’intera nazione italiana, ma al mondo intero, alla Chiesa cattolica. “

“La verità è che i mafiosi – che spesso pure si dicono e si mostrano credenti – muovono meccanismi di sopraffazione e di ingiustizia, di rancore e di odio, di violenza e di morte, che nulla hanno a che fare con il Vangelo della vita che Gesù è venuto a portare nel mondo”.

“Nel nome di Cristo, di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è la Via, Verità e Vita lo dico ai responsabili convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!. Beato martire Giuseppe, il tuo sangue continuerà a fecondare questa Chiesa!”.

P. Giuseppe Puglisi: una testimonianza di P. Giuseppe Bellia

P Giuseppe BelliaAvvicinandosi il giorno della beatificazione di P. Giuseppe Puglisi, una testimonianza don pinodi Padre Giuseppe Bellia, docente di teologica biblica presso la Pontificia facoltà “San Giovanni evangelista” di Palermo, e parroco di Santa Maria della Mercede in pieno centro a Catania, pubblicata su LiveSicilia-Catania.

Spiega don Giuseppe:“ Lui ha tentato di togliere quella manovalanza su cui l’ignoranza fa progredire i futuri uomini di mafia, ma non fu  un prete antimafia”. ….. “La gente mi sembra indifferente, non c’è il seguito popolare degno di un martire”

Di seguito il testo dell’intervista.

Quale insegnamento ci consegna la beatificazione di Don Pino Puglisi?

“Dovrebbe essere innanzitutto un incoraggiamento per la Chiesa, per le chiese di Sicilia. Un incoraggiamento che ha gradualità diverse, a seconda di come viene recepito dai vescovi, dai preti, dai cristiani che frequentano le comunità. E poi, così, dei siciliani in genere. Ognuno dovrebbe trarne uno stimolo a capire che tutto ciò che si fa per la giustizia, per la verità, per il bene, è gradito a Dio. Ed è gradito pure agli uomini. Questo è l’insegnamento minimale. C’è un rischio però…”

Quale?

“Quello cioè che queste celebrazioni possano ingessare i nostri martiri, quasi imbalsamandoli. Sa come si dice: lui è stato bravo, noi invece continuiamo a fare la nostra vita. Invece bisogna cogliere l’elemento dell’ordinarietà quotidiana”.

Catania ha sant’Agata, una martire, come patrona. Esiste qui una educazione alla martiria, alla testimonianza, allo stesso martirio di sangue?

“In passato sì. Catania ha offerto molte vocazioni. Ad esempio, tra le primissime petit soeur di Charles De Foucauld c’erano appunto delle catanesi. Ultimamente mi sembra però una città, una chiesa, addormentata. Mi sembra che condivida le sorti di tutta la Chiesa italiana e siciliana in particolare. A cui si aggiungono quelle caratteristiche tipicamente catanesi di sonno e di distrazione. Su questo bisognerebbe saper indagare con lealtà e con coraggio”.

Al momento Don Puglisi è l’unico prete vittima della mafia. In una terra dalla profonda tradizione cattolica questo dato non suona come un paradosso?

“Certo. Questo ci interpella. Ci interroga. Ci dovrebbe pure inquietare. Eppure in Sicilia c’è stato un forte movimento dei preti antimafia. Su questo si dovrebbe fare chiarezza. Puglisi non era un prete antimafia. Si può essere un po’ salottieri nell’essere antimafia, si può essere secondo le tendenze, mentre ciò che sconfigge la mafia è una onesta di fondo. Appunto perché uno vuole rendere a Dio di ciò che fa. Ogni volta che uno vuole rendere conto a Dio si trova contro il muro del male, della menzogna e della violenza”.

Padre Puglisi cosa ha fatto nel concreto?

“Lui ha tentato di togliere quella manovalanza su cui l’ignoranza fa progredire i futuri uomini di mafia. Uomini che, il più delle volte, come nel caso del pentito che ha ucciso Puglisi, sono delle semplici marionette. L’opera di Padre Puglisi è stata quella appunto di seminare speranza. Perché tutte le volte che un uomo, ed in particolare un prete, può fare credere che una situazione di invivibilità può cambiare, lì c’è profezia”.

Come predicare un Dio ai mafiosi visto che ne conoscono già uno dai tratti molto prossimi a quello del cristianesimo?

“Sì, molto simili, diciamo, nella coreografia esterna, nel ritualismo, non nella liturgia profonda. Non basta avere santini. Semmai c’è una duplice lettura che si può fare. Da una parte è vero, ci sono alcuni scritti, penso a Cavadi, che si sono occupati di questa mimesi mafiosa di aderire ad una ritualità culturalmente condivisa. Dall’altra parte però noi cristiani sappiamo che i rivali di Dio sono tre falsi dei”.

Quali sarebbero?

“Semplice: il potere violento, militare, il primo; il potere economico, il secondo; il potere religioso, il terzo. Corrispondo alle tre tentazioni di Gesù. Non possiamo quindi stupirci che ci sia una volontà da parte del maligno, e di quelli che ne sono volontari e generosi mediatori, di voler in qualche modo prendere il posto di Dio. La tradizione della Chiesa ci insegna che Satana non è originale, è un grande scimmione. Gioca sempre sul denaro, il potere e il sesso”.

Ultimamente Giuliano Ferrara, parlando di Sicilia, ha parlato di connivenze storiche tra mafiosi e “vescovi di Palermo”. Come commenta?

“Vescovi no. Del clero sì. Ci sono dei casi appurati. Ci sono mafiosi che si sono potuti sposare segretamente in chiesa. Alcuni mafiosi avevano addirittura il cappellano privato che gli celebrava la messe mentre loro gestivano i loro affari. La mia sensazione è che la maggioranza del clero fosse distratto. Più che una complicità attiva, parliamo di peccati di omissioni”.

Sulla lotta alla Mafia, la Chiesa ha da imparare qualcosa dai laici e dagli atei?

“Il problema degli atei va rivisto. Si può esserlo in termini ideologici, ma sono davvero in pochi. In generale abbiamo a che fare con degli agnostici. Per noi cristiani, quando uno ricerca sinceramente la giustizia, il bene, ma anche il bello estetico, che lo sappia o no, sta cercando Dio. Tutti gli uomini hanno una immagine originaria di Dio, tutti. Noi cristiani dovremmo avere in più l’immagine del Cristo crocifisso. Spesso ci troviamo compagni di strada con quelli che si dicono atei, che hanno però un forte senso di giustizia maggiore rispetto ad altri che sono assidui frequentatori di sagrestie”.

Vent’anni fa, Giovanni Paolo II, da Agrigento, ha lanciato un monito durissimo contro i mafiosi, appellandosi al “giudizio di Dio”. Qual è l’eredità di quello slancio?

Innanzi tutto va ricordato che fu un fuori testo. Il discorso preparato non prevedeva quelle parole. Ma lo Spirito, per fortuna, non agisce secondo il copione clericale. Dobbiamo ricordare questo dettaglio. Fu l’incontro con i genitori di Rosario Livatino, che gli dissero qualcosa sulla vita cristiana del figlio, che impressionò il Papa. Quel grido, “convertitevi”, è il grido della Chiesa, ma è anche il grido dello Spirito a tutti.

In che accezione Puglisi non fu un prete antimafia?

Noi, anche quando abbiamo a che fare con i nemici, non dobbiamo essere lì per punirli o condannarli. La nostra predicazione ha senso affinché possa provocare una crisi di coscienza. Il profeta deve annunciare in vista di una conversione. La differenza con i preti antimafia e il non fermarsi all’indignazione e alla condanna, ma offrire una speranza.

Padre Puglisi fu definito, quando era ancora in vita, una “prete rosso”, un comunista. Da vivo che immagine si aveva di lui?

A quei tempi, chiunque si occupava di ingiustizia era subito un “comunista”. Come si può caratterizzare a destra, chiunque voglia mettere un po’ di ordine. Certo, c’era un certo sentire diffuso nel clero palermitano, convinto che, infondo, se la fosse cercata, quasi fosse un fanatico. Anche santo Stefano era però un fanatico, mentre Pietro se ne stava tranquillo nel tempio.

Crede dunque che il clero sia immobile?

É lo spirito che deve agire. Anche qui, mi lasci dire una cosa, la celebrazione di padre Puglisi non mi pare abbia una seguito popolare degno di un martire. Oggettivamente la gente è indifferente.

Sono parole dure, non trova?

Guardi, io ho preso la decisione di tornare in Sicilia esattamente il 15 settembre 1993, quando ammazzarono Puglisi. Sono tornato un mese dopo. Ho pensato che una Chiesa con un martire è una grande Chiesa.

Padre Puglisi è un modello per i giovani?

Gli effetti del martirio di Puglisi li vedranno le prossime generazioni, che sono un po’ più insofferenti e meno supine rispetto ai giovani di allora.

Si riferisce agli ultimi fenomeni politici che hanno dato un certo successo al movimento Beppe Grillo?

Non voglio che si crei confusione su questo punto. Non è che chi più grida ha più ragione o chi più s’indigna è più onesto o competente degli altri. Esistono le mediazioni, quelle vanno percorse. Esiste una professionalità, e quella va percorsa. Esiste una gradualità nell’impegno per gli altri e quello va provato. Non si nasce olimpionici, ma c’è un esercizio che va compiuto quotidianamente.

( Ferdinando Massimo Adonia – 18 Maggio 2013 )

Papa Francesco: la Chiesa non è un’organizzazione burocratica, è una storia d’Amore.

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La Chiesa non è un’organizzazione burocratica, è una storia di amore: è quanto ha detto il Papa durante la Messa presieduta stamani nella Cappellina della Casa Santa Marta. Presenti alcuni dipendenti dello Ior.

Partendo dalle letture del giorno che raccontano le vicende della prima comunità cristiana , Papa Fancesco ha detto che la comunità cristiana che cresce e moltiplica i suoi discepoli è ” una cosa buona ma che può spingere a fare “patti” per avere ancora “più soci in questa impresa” ….

“Invece, la strada che Gesù ha voluto per la sua Chiesa è un’altra: la strada delle difficoltà, la strada della Croce, la strada delle persecuzioni … E questo ci fa pensare: ma cosa è questa Chiesa? Questa nostra Chiesa, perché sembra che non sia un’impresa umana”.
La Chiesa – sottolinea – è “un’altra cosa”: non sono i discepoli a fare la Chiesa, loro sono degli inviati, inviati da Gesù. E Cristo è inviato dal Padre:
“E allora, si vede che la Chiesa incomincia là, nel cuore del Padre, che ha avuto questa idea … Non so se ha avuto un’idea, il Padre: il Padre ha avuto amore. E ha incominciato questa storia di amore, questa storia di amore tanto lunga nei tempi e che ancora non è finita. Noi, donne e uomini di Chiesa, siamo in mezzo ad una storia d’amore: ognuno di noi è un anello in questa catena d’amore. E se non capiamo questo, non capiamo nulla di cosa sia la Chiesa”.
La tentazione è quella di far crescere la Chiesa senza percorrere la strada dell’amore:
“Ma la Chiesa non cresce con la forza umana; poi, alcuni cristiani hanno sbagliato per ragioni storiche, hanno sbagliato la strada, hanno fatto eserciti, hanno fatto guerre di religione: quella è un’altra storia, che non è questa storia d’amore. Anche noi impariamo con i nostri sbagli come va la storia d’amore. Ma come cresce? Ma Gesù l’ha detto semplicemente: come il seme della senape, cresce come il lievito nella farina, senza rumore”.
La Chiesa – ricorda il Papa – cresce “dal basso, lentamente”:
“E quando la Chiesa vuol vantarsi della sua quantità e fa delle organizzazioni, e fa uffici e diventa un po’ burocratica, la Chiesa perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una ong. E la Chiesa non è una ong. E’ una storia d’amore … Ma ci sono quelli dello Ior … scusatemi, eh! .. tutto è necessario, gli uffici sono necessari … eh, va bè! Ma sono necessari fino ad un certo punto: come aiuto a questa storia d’amore. Ma quando l’organizzazione prende il primo posto, l’amore viene giù e la Chiesa, poveretta, diventa una ong. E questa non è la strada”.
Un capo di Stato – ha rivelato – ha chiesto quanto sia grande l’esercito del Papa. La Chiesa – ha proseguito – non cresce “con i militari”, ma con la forza dello Spirito Santo. Perché la Chiesa – ha ripetuto – non è un’organizzazione:
“No: è Madre. E’ Madre. Qui ci sono tante mamme, in questa Messa. Che sentite voi, se qualcuno dice: ‘Ma … lei è un’organizzatrice della sua casa’? ‘No: io sono la mamma!’. E la Chiesa è Madre. E noi siamo in mezzo ad una storia d’amore che va avanti con la forza dello Spirito Santo e noi, tutti insieme, siamo una famiglia nella Chiesa che è la nostra Madre”.

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La bellezza: vedere l’invisibile nel visibile

 

Per affrontare in profondità un discorso sulla bellezza, occorre anzitutto il coraggio di dire che la bellezza è un enigma, anche se oggi se ne parla spesso con troppa ingenuità. Dall’alba della modernità risuonano come sempre attuali le inquiete parole di Albrecht Dürer: “Che cosa sia la bellezza non lo so”, perché ogni tentativo di definirla appare inadeguato, insufficiente. La bellezza è ambigua, come tutte le cose che si manifestano quali realtà terrestri, sperimentate dagli umani. La bellezza seduce, ferisce, intimorisce, esalta, ammutolisce…

Occorre fare una distinzione preliminare: c’è una bellezza cantata dalla fede, la bellezza di Dio, il Creatore, della quale fanno esperienza quanti e quante, grazie alla dýnamis dello Spirito santo, sanno esercitare i sensi della fede; c’è d’altra parte una bellezza delle creature esperibile da ogni essere umano, nella pienezza dei suoi sensi corporei. Il credente può addirittura dare del tu alla bellezza di Dio, confessando che la bellezza non è un attributo, una proprietà, ma un soggetto, Dio stesso, secondo le note parole di Agostino: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato” (Confessioni 10,27). Così nelle sante Scritture si proclama: “Splendido sei tu e magnifico, o Dio!” (Sal 76,5), e si afferma che Dio sarà la bellezza della città santa: “Dominus erit pulchritudo tua” (Is 60,19). Ma quando il salmista e il profeta dichiarano questo, si riferiscono a una bellezza confessabile solo nella fede, perché “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18).

Più facile da decifrare è la bellezza del Re Messia, celebrato come “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 45,3), cantato dalla sposa del Cantico con le parole: “Tu sei bello e grazioso, o mio amato!” (Ct 1,15). Ma nella misura in cui le Scritture si applicano al Messia Gesù, questa bellezza può essere intesa come “altra”, bellezza del pastore, di colui che si prende cura del suo popolo: “Io sono il pastore buono e bello (kalós)” (Gv 10,11.14); addirittura può essere non-bellezza, quando egli si rivela come il Servo del Signore: “Lo abbiamo visto, non aveva né bellezza né splendore” (Is 53,2). La bellezza di Cristo trascende il visibile: solo l’agápe, l’amore, è in grado di narrarla e dunque di indurre a contemplarla.

Vi è d’altra parte la bellezza delle creature, quelle che Dio, dopo averle create, vide che erano “cosa bella e buona” (tob: Gen 1,4.10.12.18.21.25); tra di esse si segnala l’adam, il terrestre, creatura “molto bella” (tob me‘od: Gen 1,31). Questa bellezza si offre alla nostra contemplazione: è la bellezza del cielo (cf. Sal 8,4); è la bellezza della natura, delle epifanie cosmiche (cf. Sir 42,15-43,33), nelle quali “ogni opera di Dio supera la bellezza dell’altra: chi può stancarsi di contemplare il loro splendore?” (Sir 42,25). Questa creazione è carica di bellezza, così che il libro della Sapienza può proclamare: “Tu ami tutte le creature esistenti, non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato … Come potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza, … o Signore, amante della vita?” (Sap 11,24-26).

Ma la bellezza delle creature – come si diceva – non è priva di ambiguità e di equivoci, perché può diventare bellezza dell’idolo, falso antropologico prima che teologico, può essere una bellezza seducente che induce alla tentazione: “la donna vide che l’albero era … affascinante per gli occhi” (Gen 3,6), così come era buono (tob) e appetitoso; e David, vedendo la bellissima Betsabea dalla terrazza della sua reggia, fu sedotto fino a causare l’omicidio di suo marito pur di averla (cf. 2Sam 11). Tutti conoscono la frase di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo” (ma nel testo de L’idiota si tratta di una domanda!); si dimentica però che per lui la bellezza è tanto quella epifanica, divina, quanto quella idolatrica che egli dichiara bellezza di Sodoma. Dunque entrambi queste bellezze feriscono: o sono effroi, “sorprendente spavento” – come amava dire Jean-Louis Chrétien – oppure inducono all’ékstasis, ma sono bellezze differenti!

Ogni essere umano è affamato e assetato di bellezza, ma il discernimento della bellezza rivelativa di Dio e della sua azione richiede un’educazione dell’intelligenza del cuore, un cammino di discernimento mai concluso, un cammino faticoso di ricerca del senso inscritto in ogni bellezza. Più l’aspetto sensibile attira per la sua bellezza, più l’uomo è tentato di non ascoltare la propria interiorità, per restare invece catturato dall’esteriorità. Sono note le riflessioni contenute nel capitolo 13 del libro della Sapienza e, in particolare, in quel passo che intenerisce il cuore e, nel contempo, denuncia il processo di seduzione della bellezza, la quale desta il desiderio di possedere e di consumare:

Se gli uomini, affascinati dalla bellezza delle creature, le hanno prese per dèi …
se, colpiti da stupore per esse,
non sono stati capaci di contemplare,
attraverso la loro grandezza e la loro bellezza, il loro autore,
per costoro leggero è il rimprovero,
perché si sono ingannati cercando Dio e volendolo trovare …
e perché le cose viste sono belle (Sap 13,3-7).

Ecco il dramma della bellezza: è facile proclamare che la bellezza indica, in-segna, rivela Dio, ma fare l’itinerario attraverso la bellezza per giungere alla contemplazione della bellezza divina non è facile, anzi è drammatico! Basti pensare al volto, al corpo dell’adam, maschio e femmina: più vediamo il bello, più potremmo cogliere in esso il sacramento della bellezza di Dio; ma più facilmente noi umani, come incantati, scegliamo la via idolatrica dell’adorazione della creatura, ci prostriamo a causa della sua bellezza, fino alla cosificazione del bello, al consumismo del bello privato della sua soggettività e della sua sacramentalità divina. L’uomo è immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), ma non è così facile giungere a questo riconoscimento. Non a caso Gesù – come recita un suo splendido detto non canonico – ha affermato: “Hai visto un uomo, hai visto Dio”, rivelazione che dovrebbe causare soprattutto una responsabilità del soggetto verso l’altro.

Amo molto l’interpretazione della trasfigurazione di Cristo fornita dalla spiritualità orientale cristiana. Secondo alcuni autori non fu Gesù a trasfigurarsi, ma furono gli occhi dei discepoli che conobbero un processo di trasfigurazione e così furono resi capaci di vedere in lui ciò che prima non vedevano: egli era carne fragile come loro ma, nello stesso tempo, Figlio di Dio, immagine del Padre invisibile. Sì, noi abbiamo bisogno di trasfigurazione per percepire la vera bellezza, per vedere l’invisibile nel visibile.

(Enzo Biancihi- “Avvenire” – 14 Ottobre 2019)