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Vangelo del giorno

Domenica 22 Luglio 2018

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro:

«Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’».</ span>

Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.


(M 6,3)

Bibbia – CEI 2008

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(es. Mt 28,1-20):
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4) Dalla Liturgia della Parola alla “Lectio Divina” ( pg 33 )


Quando Paolo scrive : “ Per quanto riguarda la carità fraterna, non occorre che io vi scriva, perche avete imparato da Dio stesso ad amarvi gli uni gli altri “ ( 1 Ts 4,9) e quando Giovanni dice “ È scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio” ( Gv 6,45), essi rivelano che c’è la possibilità di una Parola di Dio rivolta direttamente all’uomo. Ebbene,il bene privilegiato per questo ascolto non è forse la preghiera della Parola?. Certo, questa conoscenza è promessa a quanti conoscono la Scrittura, ma indubbiamente essa esce dallo schema della predicazione o della liturgia della Parola.

Un’altra ragione dell’importanza della lectio divina è la preparazione della liturgia. Se la Parola si riceve senza preparazione, senza fede, senza amore e senza conoscenza, essa non vivifica più, resta per noi parola morta. Se l’interpretazione e l’ascolto della Parola devono essere dosso logici, cioè devono avvenire con il criterio di commentare la Parola con la Parola, occorre conoscerla bene e profondamente, e ciò è possibile con l’amorosa assiduità alla Parola.

I brani scelti dalla chiesa per il lezionario sono il minimo per vivere la fede, ma occorre conoscere tutta la Parola per capirli in profondità. Alla loro proclamazione il credente dovrebbe saper vibrare ricordando tutti i testi e tutta la teologia richiamata dalla pericope liturgica. Insomma, il credente dovrebbe essere una summa vivente di concordanze.

Ma non è solo questione di allargamento, di estensione e di approfondimento della conoscenza della Scrittura, è anche questione di personalizzazione. Nella Liturgia Dio parla al popolo, ma questo è solo l’inizio e la causa di quello che dev’essere un incontro personale con Dio.

(Enzo Bianchi – Pregare la Parola)

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Venerdì santo: una riflessione di Chiara Lubich.

www.ilconfronto.comNella memoria della passione e morte di Gesù una riflessione di Chiara Lubich.

(Cliccando sulle due immagini è possbile aprire i video realtivi allo Stabat Mater che si canta a Castelbuono  nella processione del Venerdì Santo e a un ” Tour fotografico” della Cripta della Parrocchia Maria Assunta, cripta nella quale sono custoditi gli affreschi dei momenti salienti della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù )

Venerdì santo: la morte di Gesù in croce è l’altissima, divina, eroica lezione di Gesù su cosa sia l’amore. Aveva dato tutto: una vita accanto a Maria nei disagi e nell’obbedienza. Tre anni di predicazione rivelando la Verità, testimoniando il Padre, promettendo lo Spirito Santo e facendo ogni sorte di miracoli d’amore.

Tre ore di croce, dalla quale dà il perdono ai carnefici, apre il Paradiso al ladrone, dona a noi la Madre e, finalmente, il suo Corpo e il suo Sangue, dopo averceli dati misticamente nell’Eucaristia.

 Gli rimaneva la divinità. La sua unione col Padre, la dolcissima e ineffabile unione con Lui che l’aveva fatto tanto potente in terra, qua

 

le figlio di Dio, e tanto regale in croce, questo sentimento della presenza di Dio doveva scendere nel fondo della sua anima, non farsi più sentire, disunirlo in qualche modo da Colui che Egli aveva detto di essere uno con Lui: «Io e il Padre siamo uno» (Gv. 10,30).

In Lui l’amore era annientato; la luce, spenta la sapienza, taceva. Si faceva dunque nulla per far noi partecipi al Tutto; verme (Salmo, 22,7) della terra, per far noi figli di Dio. Eravamo staccati dal Padre.

Era necessario che il Figlio, nel quale noi tutti ci ritrovavamo, provasse il distacco dal Padre. Doveva sperimentare l’abbandono di Dio, perché noi non fossimo mai più abbandonati.

Egli aveva insegnato che nessuno ha maggior carità di colui che pone la vita per gli amici suoi. Egli, la Vita, poneva tutto di sé. Era il punto culmine, la più bella espressione dell’amore. Il suo volto è nascosto in tutti gli aspetti dolorosi della vita: non sono che Lui.

 

Sì, perché Gesù che grida l’abbandono è la figura del muto: non sa più parlare.

È la figura del cieco: non vede, del sordo: non sente.

È lo stanco che si lamenta. Rasenta la disperazione.

È l’affamato… d’unione con Dio.

È figura dell’illuso, del tradito, appare fallito.

È pauroso, timido, disorientato.

Gesù abbandonato è la tenebra, la malinconia, il contrasto, la figura di tutto ciò che è strano, indefinibile, che sa di mostruoso, perché un Dio che chiede aiuto!… È il solo, il derelitto… Appare inutile, scartato, scioccato… Lo si può scorgere perciò in ogni fratello sofferente.

Avvicinando coloro che a Lui somigliano, possiamo parlare di Gesù abbandonato.

A quanti si vedono simili a lui e accettano di condividere con Lui la sorte, ecco che egli risulta: per il muto la parola, a chi non sa, la risposta, al cieco la luce, al sordo la voce, allo stanco il riposo, al disperato la speranza, al separato l’unità, per l’inquieto, la pace. Con Lui l’uomo si trasforma e il non senso del dolore acquista senso.

 Egli aveva gridato il perché al quale nessuno aveva risposto, perché noi avessimo la risposta ad ogni perché. Il problema della vita umana è il dolore. Qualsiasi forma abbia, per terribile che sia, sappiamo che Gesù l’ha preso su di sé e muta, per un’alchimia divina, il dolore in amore.

Per esperienza posso dire che appena si gode di un qualsiasi dolore, per essere come Lui e poi si continua ad amare facendo la volontà di Dio, il dolore, se spirituale, sparisce; se fisico, diviene giogo leggero.

Il nostro amore puro al contatto col dolore, lo tramuta in amore; in certo modo lo divinizza, quasi prosegue in noi – se lo possiamo dire – la divinizzazione che Gesù fece del dolore.

 E, dopo ogni incontro con Gesù abbandonato, amato, trovo Dio in modo nuovo, più faccia a faccia, più aperto, in un’unità più piena. Tornano la luce e la gioia e, con la gioia, la pace che è frutto dello spirito. Quella luce, quella gioia, quella pace fiorite dal dolore amato colpiscono e sciolgono anche le persone più difficili. Inchiodati in croce si è madri e padri di anime. Effetto è la massima fecondità.

Come scrive Olivier Clément: «L’abisso, aperto per un istante da quel grido, si riempie del grande soffio della resurrezione». Si annulla ogni disunità, traumi e spacchi sono colmati, risplende la fraternità universale, fioriscono miracoli di risurrezione, nasce una nuova primavera nella Chiesa e nell’umanità.

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlos Murias, prete ucciso dal regime: Il primo beato di Papa Francesco ?

Carlos-de-Dios-MuriasTra i primi beati di papa Francesco potrebbe esserci un suo connazionale, un frate francescano che si ispirava alla teologia della liberazione, ucciso e torturato dalla dittatura argentina.

  Si chiama Carlos de Dios Murias, un giovane frate francescano torturato e ammazzato brutalmente dai militari della provincia di La Rioja, nel 1976.

«La causa per la canonizzazione ‐ ci racconta padre Carlos Trovarelli, provinciale dei francescani in Argentina e Uruguay ‐ l’ha firmata proprio Bergoglio, nel maggio del 2011. E lo ha fatto con discrezione, per evitare che fosse bloccata da altri vescovi argentini, ancora contrari a simili iniziative basate sull’impegno sociale dei sacerdoti».

Carlos Murias era nato nel 1945 a Cordoba. Il padre era un ricco agente immobiliare e un politico assai noto nella regione. Per suo figlio aveva immaginato una carriera da soldato, e lo aveva iscritto al Liceo Militare, ma subito dopo gli studi Carlos era entrato in seminario e poco dopo era stato ordinato sacerdote da Enrique Angelelli, il vescovo militante di La Rioja, famoso per la sua pastorale dei campesinos.

La situazione in quella provincia era un ritratto fedele degli squilibri dell’intero Paese: poche famiglie ricchissime che controllavano tutto, e una marea di lavoratori ridotti quasi in schiavitù. Angelelli si era messo di traverso, e Murias era stato inviato ad aiutare i contadini di un paesino chiamato El Chamical, insieme al prete francese Gabriel Longueville. Doveva fondare una comunità francescana, quando i militari fecero il golpe.

Cominciò a ricevere avvertimenti, convocazioni in caserma, dove i soldati gli spiegavano che «la tua non è la chiesa in cui noi crediamo».

Carlos tirò dritto e il 18 luglio del 1976 venne rapito insieme a Gabriel. Fu rinchiuso nella Base de la Fuerza Aérea di Chamical, e due giorni dopo il suo cadavere fu trovato in mezzo ad un campo: gli avevano cavato gli occhi e tagliato le mani, prima di fucilarlo.

Angelelli celebrò il funerale attaccando i militari: «Hanno colpito dove sapevano che avrebbe fatto più male. Carlos lo avevo ordinato io, e io lo avevo messo in condizione di pericolo».

Due settimane dopo una Peugeot 404 affiancò l’auto di monsignor Angelelli, mentre viaggiava a La Rioja: la macchina del vescovo si ribaltò e lui morì.

La polizia archiviò l’episodio come un incidente, la magistratura ora sta finalmente indagando come se fosse un omicidio.

La parte meno conosciuta di questa storia è quella svolta da Bergoglio, che adesso è stata rivelata da padre Miguel La Civita, stretto collaboratore di Angelelli: «Lo avevo conosciuto durante gli studi. Pochi giorni dopo gli omicidi, prese i nostri seminaristi e li nascose al Colegio Máximo dei gesuiti, di cui era il provinciale. Non sono storie che ho sentito raccontare: le ho vissute, in prima persona. E sia chiara una cosa: io ero l’esatto prototipo di quelli che allora venivano chiamati preti terzomondisti, teologia della liberazione. Con la scusa dei ritiri spirituali, il Colegio era diventata una centrale per aiutare i perseguitati: li nascondevano, preparavano i documenti falsi e li facevano fuggire all’estero. Bergoglio era convinto che i militari non avrebbero mai avuto il coraggio di violare il Máximo».

Lo conferma anche Alicia Oliveira, famosa magistrata perseguitata dai militari e diventata poi attivista dei diritti umani: «Bergoglio propose anche a me di nascondermi in seminario: gli risposi che preferivo essere arrestata dai militari, piuttosto che vivere con dei preti. Si mise a ridere e disse che ero scema: a posteriori, riconosco che aveva ragione lui. Di sicuro so che una volta diede ad un uomo che gli somigliava i suoi documenti veri, e un vestito da sacerdote, per farlo scappare in Brasile. Se questo non significa mettere tutto in gioco, sotto la dittatura militare, spiegatemi voi cosa lo è».

La morte di Carlos Murias, però, è rimasta dentro a Bergoglio.

Difficile capire come certi episodi segnano l’animo umano, in situazioni dove il pericolo estremo diventa quotidianità.

«I gesuiti ‐ spiega Trovarelli ‐ sono  l’avanguardia totale. Credo che la curia generale avesse ordinato attenzione a Bergoglio, e lui dovette trovare il modo di salvare le vite senza esporre troppo quelle dei colleghi».

Fatto sta che appena la diocesi di La Rioja ha avviato la pratica per la canonizzazione, il cardinale l’ha firmata subito.

Era il maggio del 2011, dunque in tempi non sospetti: nessuna campagna papale all’orizzonte.

«Bergoglio firmò e ci consigliò di essere discreti: molti vescovi argentini, soprattutto quelli più anziani, si oppongono alle cause basate sull’impegno sociale. Grazie alla sua cautela, il processo è andato avanti: le testimonianze sono finite e siamo arrivati alla preparazione della positio. E adesso Bergoglio è papa. La volontà di Dio fa miracoli: sarebbe commovente se il primo beato di Francesco fosse Carlos».

PAOLO MASTROLILLI

Commenti sulla stampa all’elezione di Jorge Mario Bergoglio : Papa Francesco

BianchiLa Stampa, 14 marzo 2013 – IL VANGELO RADICALE –  E. Bianchi

I cardinali hanno scelto il nuovo vescovo di Roma e come vescovo di Roma Francesco si è affacciato al balcone, chiedendo che il popolo della Chiesa «che presiede nella carità» invocasse su di lui, chinato in silenzio orante, la benedizione del Signore. 

Solo dopo ha impartito lui stesso la benedizione di Dio sul popolo cristiano, ad affermare simbolicamente che ogni benedizione viene dall’alto, dal Signore della Chiesa che ascolta la preghiera dei semplici.

Accanto a lui il cardinale vicario per la diocesi di Roma, a sottolineare ancor di più la sua missione prioritaria, l’evangelizzazione della città, l’annuncio della buona notizia del Signore risorto che si dilata ai confini del mondo da Roma, città del martirio degli apostoli Pietro e Paolo.

Anche nel ricordare il suo predecessore, così come nel parlare di se stesso, è al suo ministero di vescovo di Roma, successore di san Pietro, che ha fatto riferimento.

Francesco – nome scelto per la prima volta da un papa e per di più dal primo gesuita della storia divenuto vescovo di Roma – è nome che da solo evoca un ritorno al Vangelo sine glossa, alla radicalità di una testimonianza di vita che diviene annuncio nel quotidiano, a uno stile semplice e povero che confida solo nel Signore.

Vedremo presto quali strade nuove e antiche questo aprirà per la Chiesa di Roma e la Chiesa universale: oggi, come ha detto papa Francesco, inizia un «cammino di chiesa», «vescovo e popolo, vescovo e popolo», un cammino di «fratellanza, amore e fiducia», un cammino intessuto di «preghiera per tutto il mondo perché ci sia grande fratellanza».

Questo giorno è davvero il giorno della gioia e dell’azione di grazie al Signore per il dono offertoci dallo Spirito che i cardinali hanno saputo discernere e accogliere.

 

forte

Il Sole 24h   – 14  Marzo 2013 ” L’ETERNA GIOVINEZZA DELLA CHIESA«POVERELLA»   “  –  Bruno Forte

La Chiesa non cessa di sorprendere: come diceva uno dei grandi Padri della fede dei primi secoli, San Giovanni Crisostomo, «essa è più alta del cielo e più grande della terra, e non invecchia mai: la sua giovinezza è eterna». Così ha dimostrato di essere ancora una volta, in questo sorprendente Conclave: la pluralità delle ipotesi fatte, i diversi giochi mediatici del “toto-Papa”, facevano pensare a un Collegio cardinalizio piuttosto disorientato, perfino diviso. E invece, in appena una giornata, ecco il nuovo Papa.

Un segno forte di unità, un messaggio lanciato al “villaggio globale” dall’unica realtà che lo abita dappertutto, sapendo coniugare universalità e identità locali, globalizzazione e presenza fedele fra la gente di tutte le latitudini e di tutte le lingue e culture: la Chiesa cattolica. Peraltro, l’attesa del mondo intero, rappresentato dalle migliaia di operatori dei “media” accreditati in Vaticano, che hanno fatto partecipi in tempo reale donne e uomini di ogni angolo della terra di ciò che accadeva nella Cappella Sistina e sulla Loggia delle benedizioni, e le immagini eloquenti più di ogni parola della folla in attesa in Piazza San Pietro e del nuovo Papa affacciato con semplicità e stupore su Roma e sul mondo, fanno comprendere come ciò che è avvenuto ha un significato che va al di là della comunità cattolica e dello stesso popolo dei credenti. Proverò allora a guardare al nuovo Successore di Pietro muovendo da diversi angoli visuali, lasciando che la profondità del cuore di chi è stato chiamato si riveli con i giorni che verranno. Il primo sguardo non può che essere quello della fede: Francesco I, Jorge Mario Bergoglio, è il prescelto da Dio! Il nome stesso che ha voluto – lui, gesuita, ha scelto il nome del Poverello di Assisi – è un programma, quello che ha ispirato lo stile di vita dell’arcivescovo di Buenos Aires eletto Papa.

Un uomo dallo stile di vita povero, austero, vicino ai poveri, amato dalla sua gente e comunque rispettato anche da chi ne temeva la libertà evangelica. Un Pastore che parla con semplicità e immediatezza, e chiede che il popolo preghi su di lui, prima di dare lui, il Vescovo di Roma, la benedizione “urbi et orbi”. Nella fede, Papa Bergoglio si presenta per quello che dal punto di vista teologicamente più corretto è anzitutto diventato: il pastore della Chiesa di Roma, che per disegno divino presiede nella carità a tutte le Chiese del mondo. Bellissimo e perfino toccante questo suo insistere sul rapporto con la concreta Chiesa locale di cui Dio lo ha voluto vescovo! Non di meno e inseparabile da questo è lo sguardo che viene su di lui dal mondo: è il primo Successore di Pietro che viene dall’America Latina, il continente col più alto numero di cattolici, ma anche con situazioni drammatiche di povertà e di disuguaglianza. Se, come ha detto, “i fratelli Cardinali sono andati a prendere il nuovo Vescovo di Roma alla fine del mondo”, non c’è dubbio che questo fatto lancia un messaggio di luce e di speranza a tutti i poveri della terra, a tutte le situazioni che attendono svolte di giustizia e attenzione nuova.

Francesco sarà il Vescovo della povera gente, il servitore degli umili, l’amico dei piccoli, che proprio così saprà contagiare pace e speranza vera a tutti. È il Papa che aiuterà la Chiesa a dare risposta alle domande decisive che un teologo latino americano, di grande profondità spirituale e a lui ben noto, così poneva: “In che modo parlare di un Dio che si rivela come amore in una realtà marcata dalla povertà e dall’oppressione? come annunciare il Dio della vita a persone che soffrono una morte prematura e ingiusta? come riconoscere il dono gratuito del suo amore e della sua giustizia a partire dalla sofferenza dell’innocente? con quale linguaggio dire a quanti non sono considerati persone che essi sono figli e figlie di Dio?” (Gustavo Gutierrez). Papa Francesco risponde col suo sorriso e la semplicità dei suoi gesti a queste domande, ricordandoci che Dio raggiunge tutti i cuori e parla tutte le lingue ed è vicino a ogni dolore perché la Sua è la lingua dell’amore!

Lo sguardo che su questo Papa verrà dagli altri cristiani, poi, non potrà che essere di grande fiducia: come è stato chiaro sin dalle sue prime parole, egli non si vuol presentare che come un fratello, il vescovo della Chiesa che presiede nell’amore, deciso a evangelizzare con nuovo slancio anzitutto il popolo della città di Roma, e proprio così a offrire un servizio di testimonianza e di carità a tutte le Chiese. Era quanto da anni il dialogo ecumenico e l’ecclesiologia del Vaticano II erano andati chiedendo nel pensare a un ministero universale di unità per tutti i discepoli di Cristo: proprio così, un’alba di luce e di speranza per chi vive la passione dell’unità fra i cristiani. Anche i credenti di altre religioni potranno guardare a Papa Francesco con fiducia: egli – lo ha detto dalla loggia delle benedizioni – vuole servire la “fiducia fra noi”, la “fratellanza” fra tutti. La Sua franchezza, il suo profondo senso di Dio toccherà tanti cuori e aprirà la strada a dialoghi e incontri veramente inediti. Anche chi non crede potrà trovare nei gesti e nelle parole di questo testimone di Gesù amico degli uomini, di questo Vescovo di Roma servo dei servi di Dio, un messaggio per la propria vita: sono certo che da lui tutti si sentiranno rispettati e accolti, capiti e amati. La Chiesa e il mondo avevano bisogno di un uomo così!

 

mancusoLa Repubblica”  14 marzo 2013  “Nel nome una missione”  ( Vito Mancuso )

Forse è la volta buona. Forse oggi, a distanza di mezzo secolo, il rinnovamento all’insegna del Vangelo che papa Giovanni XXIII e il Vaticano II avevano voluto e intrapreso, può finalmente diventare realtà. Forse i cardinali elettori hanno veramente ascoltato lo Spirito Santo, operazione che non contiene nulla di magico, ma è solo la pura disposizione della mente e del cuore a volere sempre e solo il bene, perché quando un uomo dispone la sua mente e il suo cuore nella ricerca del bene lo Spirito della santità agisce in lui, sia egli credente o non credente. E questo io sento che i cardinali elettori hanno fatto, allontanando ogni calcolo politico o diplomatico, ogni ragionamento all’insegna del potere, e scegliendo un uomo di Dio.

Si è trattato di una scelta assolutamente inaspettata, il nome di Jorge Mario Bergoglio non figurava quasi mai tra le liste dei principali papabili. Ma si è trattato soprattutto di una scelta completamente innovativa: da ieri abbiamo il primo papa non europeo, il primo papa latino-americano, il primo papa che ha scelto di presentarsi al mondo come “vescovo di Roma” e soprattutto il primo papa che ha scelto di chiamarsi Francesco.

Nell’unione di queste quattro assolute novità, unite alla preghiera che ha da subito caratterizzato la sua prima apparizione da papa, io intravedo quella speranza di rinnovamento all’insegna del Vaticano II che Francesco I può realizzare e di cui la Chiesa ha un immenso bisogno. Né si può tacere il fatto che Bergoglio nel Conclave del 2005 fu il principale antagonista di Ratzinger: i cardinali elettori quindi non solo non hanno scelto un ratzingeriano di ferro come Scola o come Schönborn, ma hanno scelto colui che a Ratzinger contese la maggioranza dei voti in Conclave.  Questa scelta contiene un giudizio non del tutto positivo sugli otto anni di pontificato dell’attuale papa emerito?

Ma ciò che maggiormente colpisce è il nome che il nuovo pontefice ha scelto per sé.

Che cosa significa aver deciso di chiamarsi Francesco? Bergoglio non è un francescano, è un gesuita e se avesse seguito il suo cuore avrebbe dovuto chiamarsi Ignazio, visto che è sant’Ignazio di Loyola il fondatore dei gesuiti. Ma egli ha scelto di chiamarsi Francesco, sottolineando con questo non la sua

storia personale (anche se chi lo conosce racconta che vive da sempre in assoluta semplicità, lontano dal lusso che la qualifica di arcivescovo di Buenos Aires gli permetterebbe) ma l’intento animatore del suo programma di governo all’insegna della testimonianza profetica e della radicalità evangelica. Francesco è il santo che più di ogni altro nel secondo millennio cristiano ha rappresentato l’ideale della purezza evangelica, l’ideale di vivere le beatitudini, lontano dalle seduzioni del potere e della gloria.

Penso che tutti abbiano in mente l’affresco di Giotto nella Basilica superiore di Assisi che rappresenta il sogno di Innocenzo III: egli vede un uomo vestito con un semplice saio che sorregge una chiesa che sta per cadere, e ovviamente quell’uomo è Francesco il poverello di Dio, di cui a Innocenzo III in sogno viene anticipata la venuta. Ora a nessuno è dato sapere che cosa abbia sognato in queste notti Jorge Mario Bergoglio quando sentiva approssimarsi la scelta dei cardinali elettori su di lui, ma certamente il fatto che egli abbia scelto di chiamarsi Francesco indica nel modo più esplicito la sua chiara percezione della gravità della situazione che la Chiesa cattolica sta vivendo e soprattutto la sua convinzione riguardo alla via per uscirne: la radicalità evangelica, la povertà, la mitezza, la lontananza dal potere, l’amore per ogni uomo e per gli animali, la cura per tutto il creato.

Il primo, indispensabile passo che la Chiesa deve compiere è tornare a credere al Vangelo anzitutto nelle sue strutture di comando:  l’evangelizzazione, prima di riguardare il mondo, riguarda la gerarchia della Chiesa, in primo luogo la Curia, e dalla scelta effettuata sembra che i cardinali abbiano capito alla perfezione tutto ciò e abbiano individuato chi, tra di loro, era l’uomo giusto per questa svolta all’insegna della mitezza e insieme del rigore.

Ieri, sentendo parlare per la prima volta il nuovo papa, mi ha molto colpito il suo rivolgersi ai fedeli e al mondo chiamandosi più di una volta “vescovo di Roma”. Anzi si può dire che ieri sera Bergoglio non si è presentato al mondo, infatti non ha detto una sola parola in spagnolo per la sua terra, non ha detto una sola parola in inglese rivolgendosi alla mondovisione. Si è presentato solo alla sua diocesi, alla città di Roma, e non a caso ha fatto il nome del suo vicario per la città, il cardinal Vallini, volendolo accanto a sé sul balcone. Questo è molto importante. Mostra infatti che le indicazioni del Vaticano II e soprattutto del Nuovo Testamento sono quanto mai chiare a papa Francesco I.

Da papa egli vuole anzitutto essere un vescovo, il vescovo di una città, e anzi sa che può essere veramente papa in fedeltà al Vangelo e al Vaticano II solo nella misura in cui non cesserà mai di essere vescovo, cioè una guida concreta a contatto con i problemi reali della gente reale.

Bergoglio è un gesuita, è mite e insieme austero, amante della semplicità, della povertà, di una vita all’insegna dell’essenziale, privo di decorazioni barocche e dal linguaggio semplice e asciutto.

Assomiglia molto a Carlo Maria Martini, di cui certamente era amico. E forse quei 200 anni con cui Martini nella sua ultima profetica intervista dell’8 agosto scorso segnò la distanza tra la Chiesa e il mondo («la Chiesa è rimasta indietro di 200 anni») con Francesco I sono destinati a essere colmati.

 

La Repubblica”  14 marzo 2013 – “È la migliore scelta possibile ora non accetti compromessiVerleihung des Lew-Kopelew-Preises fuer Frieden und Menschenrechte

intervista a Hans Küng, a cura di Andrea Tarquini

«Sono felice, è la migliore scelta possibile, conosce e ama la vita semplice, umile, reale, è esterno al  sistema romano della Curia. Spero che vari le riforme necessarie, e in un radicale rimpasto ai vertici come primo segnale».

Il professor Hans Küng, massimo teologo cattolico critico oggi, esulta, sembra parlare di una possibile perestrojka vaticana.

Professor Küng, che ne dice?

«Sono felice. La scelta di quest’uomo, proprio lui, a sorpresa, è una vera scelta di qualità».

Cioè anche meglio dei previsti papabili riformatori?

«Sì, insisto, è la scelta migliore. Primo, è un latinoamericano, e di questo sono molto felice. Non solo: è anche un latinoamericano dalle vedute aperte. È un gesuita, che sicuramente dispone di una formazione e preparazione teologica molto solida. È un uomo che ha sempre condotto una vita semplice, non in grandi e sontuosi palazzi di potere. Un uomo abituato ad andare tra i fedeli anche a piedi scalzi, col bastone di pastore. Già con i primi gesti ha dato consigli e segnali: non ha chiesto né cercato applausi trionfali né parole pompose, bensì preghiera in silenzio».

Cioè anche un buon esordio?

«Sì, appunto, un esordio ben riuscito con segnali giusti. E infine, ma non ultimo, trovo significativa la scelta del nome: Francesco ».

Ecco, lei come la interpreta?

«Un cardinale che nel mondo d’oggi e sullo sfondo della grave crisi della Chiesa sceglie non nomi che richiamino suoi predecessori recenti, bensì proprio questo nome, sa esattamente di richiamarsi e riferirsi a San Francesco d’Assisi. Francesco d’Assisi fu l’alternativa al programma della Chiesa vista e vissuta come potere. Fu l’antitesi del più grande e importante Papa di potere del Medioevo, Innocenzo III, il quale incarnava la Chiesa del potere: Francesco visse e testimoniò la Chiesa degli uomini semplici, dei poveri, dei modesti. Spero solo che Francesco possa veramente realizzare nella Chiesa e nel rapporto tra la Chiesa e il mondo tutto quanto sicuramente si propone di fare».

Dunque non è il candidato della Curia?

«Sicuramente no, bensì candidato delle voci progressiste nella Chiesa, inclusi i progressisti tra i cardinali tedeschi».

Che significa per la Chiesa nella sua profonda crisi?

«È la domanda decisiva. La risposta dipende da se e come potrà riuscire a lanciare le riforme. Se e come le riforme necessarie e mancate, accumulatesi nella Chiesa d’oggi, verranno realizzate e s’imporranno, o se invece tutto continuerà come fino ad ora. Se il nuovo Papa le realizzerà, troverà un grande appoggio, ben oltre l’ambito della Chiesa cattolica e dei fedeli. Altrimenti, il grido “indignatevi!” si diffonderà anche all’interno della Chiesa e imporrà riforme dal basso. Io sono per riforme guidate dall’alto, ma ora la scelta è davvero nelle sue mani. La comunità della Chiesa non si accontenterà più di belle parole, la pazienza di molti cattolici è alla fine».

Che cosa lascia prevedere la sua biografia?

«Lascia spazi di speranza. Non nascondo che ha vissuto ai tempi della dittatura militare argentina. Certo non fu facile, come non lo fu vivere degnamente da fedeli in Germania sotto il nazismo. È stato a volte criticato, ma certo si spiegherà. Il punto non è questo, la domanda-chiave è cosa farà per la Chiesa e per il mondo. Se ha davvero lo spirito ecumenico e coinvolgerà le altre Chiese. Se riaprirà le finestre che il suo predecessore ha chiuso, se tornerà alla linea di Giovanni XXIII, allora sarà davvero Francesco I».

Quali potrebbero essere i suoi migliori primi segnali?

«Come segretario di Stato, quale primo segnale, potrebbe scegliere non un rappresentante del sistema romano, bensì una persona pronta alle riforme e dallo spirito ecumenico: non deve per forza essere un cardinale, ma deve essere pronta a realizzare la riforma della Curia. Spero che non vengano fatti compromessi col partito della Curia del tipo “tu sei il Papa ma la Curia resta in mano nostra”».

Vista anche la velocità dell’elezione, quanto è grande questo pericolo?

«Non faccio speculazioni. Indico cinque punti. Primo, il segretario di Stato appunto. Secondo, il nuovo Papa dovrebbe sostituire e non confermare i responsabili dei dicasteri vaticani. E scegliere personalità competenti, anche esterne al Collegio dei cardinali. Terzo, dovrebbe introdurre la collegialità nella Curia, costituire un Gabinetto responsabile di scelte collettive. Quarto, dovrebbe introdurre la collegialità con i vescovi, riattivare il Consiglio dei vescovi come organo decisionale e non solo consultivo. Quinto, dovrebbe vigilare che diocesi, comunità, singoli fedeli, abbiano riconosciuto un diritto di resistenza e critica. È conforme con il Vangelo. E i cattolici in tutto il mondo sono insoddisfatti di questo ritardo delle riforme».

È il punto più difficile?

«Vedremo se avrà la forza necessaria. Le riforme necessarie sono note: ruolo della donna, l’enciclica Humanae Vitae quindi la contraccezione, l’ordinazione di donne, l’ecumenismo con le altre Chiese, l’apertura della Chiesa ai drammi del mondo, dalla morale sessuale in Africa al resto».

Il primo Papa non europeo rafforzerà o indebolirà la Chiesa europea in crisi?

«Può solo aiutarla. I problemi della Chiesa, dal celibato alla crisi delle vocazioni, sono problemi mondiali. Cerchiamo di essere felici che un Papa extraeuropeo apra nuove prospettive».

Cercherà dialogo e incontro con lui?

«Non è la cosa più importante, deve occuparsi della Chiesa».

 

enzo-bianchi_priorediboseLa Repubblica”  14 marzo 2013  – “Ci farà riscoprire l’umiltà” –

(Intervista a Enzo Bianchi, a cura di Corrado Zunino)

«Voglio dirle la mia gioia straordinaria quando si è affacciato al balcone. Un’emozione fortissima, non le nascondo che mi sono messo a piangere».

Enzo Bianchi, priore di Bose, dopo tanti anni una commozione così forte?

«Jorge Mario Bergoglio è l’uomo che sembra, umile, e come si è presentato al mondo è stato bellissimo. Il nome che ha assunto dice che bisogna tornare al Vangelo, come chiese Francesco. Sono felice della scelta dei cardinali: hanno mostrato che la Chiesa tutta vuole un ritorno allo spirito del Vangelo».

Lei ha conosciuto Bergoglio?

«Ho avuto la fortuna di scoprire un uomo semplice ed evangelico. Lo si vede nel modo di vestirsi. Cercherà di essere un fratello degli uomini, lavorerà tra gli uomini e porterà fraternità all’interno della Chiesa. Le sue parole, dal balcone, erano pesate: il vescovo di Roma, la benedizione del popolo».

Il Papa di Buenos Aires era un amico del cardinale Martini.

«Era un gesuita come lui e come il preposto generale Nicolás e come Arrupe. Il loro mondo teologico spirituale era ed è quello della compagnia di Gesù: volevano un ritorno al Vangelo, una riforma della Chiesa. Nessun altro ordine può vantare uomini così collocati nel mondo e capaci di uno sguardo universale. Dobbiamo ringraziare i cardinali che hanno scelto Bergoglio, difficilmente diventa Papa un cardinale che è stato in lizza nel Conclave precedente».

Gli ultimi anni della chiesa sono stati difficili.

«Una grande fatica, la Chiesa aveva il fiato corto. Benedetto XVI ha fatto tutto quello che poteva, ma non ha trovato la sintonia che desiderava. Ne abbiamo sofferto in molti».

Jorge Mario Bergoglio è il 266 Papa col nome di Francesco .

Bergogliowww.ilconfronto.comJorge Mario Bergoglio è il 266 Papa, il primo pontefice sudamericano della storia.

Il nome scelto, Francesco , è indicazione e speranza perchè si colmi la voragine tra la Chiesa e i poveri.

Argentino, ma di origini Italiane ( Piemontese, figlio di un ferroviere Astigiano ),gesuita, sicuramente non tra i favoriti dai vari ” toto-papa” è stato eletto al 5° scrutinio, dopo essere stato 2° nel concistoro che scelse Papa Benedetto XVI.

Si è presentato con semplicità a una piazza S. Pietro gremita come non mai, calamitando la simpatia della folla quando ha detto : “Sono andati a prendere un Papa alla fine del mondo
Le prime parole: “Buonasera“…”Preghiamo per Benedetto XVI…” Ancora la richiesta, corrisposta, di una breve pausa di silenzio per una preghiera corale di tutta la piazza. Poi il saluto: “Ci vediamo presto, domani voglio andare a pregare la Madonna per tutta Roma. Buona notte e buon riposo.“

La biografia

Il nuovo Pontefice Jorge Mario Bergoglio, gesuita argentino, finora arcivescovo di Buenos Aires, Ordinario per i fedeli di rito orientale residenti in Argentina e sprovvisti di Ordinario del proprio rito, è nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936, da una famiglia di origine piemontese, Mario, impiegato ferroviere e Regina Sivori, casalinga, genitori di cinque figli. Ha studiato e si è diplomato come tecnico chimico, ma poi ha scelto il sacerdozio ed è entrato nel seminario di Villa Devoto. L’11 marzo 1958 è passato al noviziato della Compagnia di Gesù, ha compiuto studi umanistici in Cile e nel 1963, di ritorno a Buenos Aires, ha conseguito la laurea in filosofia presso la Facoltà di Filosofia del collegio massimo «San José» di San Miguel.
Fra il 1964 e il 1965 è stato professore di letteratura e di psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fe e nel 1966 ha insegnato le stesse materie nel collegio del Salvatore di Buenos Aires.Dal 1967 al 1970 ha studiato teologia presso la Facoltà di Teologia del collegio massimo «San José», di San Miguel, dove ha conseguito la laurea. Il 13 dicembre 1969 è stato ordinato sacerdote. Nel 1970-71 ha compiuto il terzo probandato ad Alcalá de Henares (Spagna) e il 22 aprile 1973 ha fatto la sua professione perpetua.
È stato maestro di novizi a Villa Barilari, San Miguel (1972-1973), professore presso la Facoltà di Teologia, Consultore della Provincia e Rettore del collegio massimo. Il 31 luglio 1973 è stato eletto Provinciale dell’Argentina, incarico che ha esercitato per sei anni. Fra il 1980 e il 1986 è stato rettore del collegio massimo e delle Facoltà di Filosofia e Teologia della stessa Casa e parroco della parrocchia del Patriarca San José, nella Diocesi di San Miguel. Nel marzo 1986 si è recato in Germania per ultimare la sua tesi dottorale; quindi i superiori lo hanno destinato al collegio del Salvatore, da dove è passato alla chiesa della Compagnia nella città di Cordoba come direttore spirituale e confessore.
Il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo ha nominato Vescovo titolare di Auca e Ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno dello stesso anno ha ricevuto nella cattedrale di Buenos Aires l’ordinazione episcopale dalle mani del Cardinale Antonio Quarracino, del Nunzio Apostolico Monsignor Ubaldo Calabresi e del Vescovo di Mercedes-Luján, Monsignor Emilio Ogñénovich.
Il 3 giugno 1997 è stato nominato Arcivescovo Coadiutore di Buenos Aires e il 28 febbraio 1998 Arcivescovo di Buenos Aires per successione, alla morte del Cardinale Quarracino. Diventa così Primate d’Argentina. Dal 6 novembre dello stesso anno è anche ordinario per i fedeli di rito orientale in Argentina che non possono contare su un Ordinario del loro rito.
Da Giovanni Paolo II creato e pubblicato Cardinale nel Concistoro del 21 febbraio 2001, del Titolo di San Roberto Bellarmino.
Da Cardinale è stato Relatore Generale aggiunto alla 10ª Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (ottobre 2001). Ha partecipato nel Conclave del 18 e 19 aprile del 2005. Ha partecipato ed è membro del Consiglio post sinodale dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dal 2 al 23 ottobre del 2005.

 

L’ultina Omelia da cardinale

Mercoledì delle Ceneri 2013  “Strappate cuori, guarite mondo”

Attraverso i mezzi di comunicazione, piano piano ci abituiamo a sentire e a vedere la cronaca nera della società contemporanea, che si presenta quasi come una gioia malvagia, e ci abituiamo anche a toccarla e sentirla nelle cose che ci circondano e nella nostra propria carne. Il dramma si sente nelle strade, nei quartieri, nella nostra casa e, perché no, nel nostro cuore. Conviviamo con la violenza che uccide, che distrugge le famiglie, ravviva le guerre e i conflitti in tanti Paesi del mondo. Conviviamo con l’invidia, l’odio, la calunnia, la mondanità nel nostro cuore. La sofferenza degli innocenti e della gente mite non smette di schiaffeggiarci, il disprezzo per i diritti delle persone e dei popoli più fragili non sono così lontani da noi; l’impero del danaro con gli effetti perversi rappresentati dalla droga, dalla corruzione, dalla tratta delle persone – compresi i bambini – assieme alla miseria materiale e morale sono situazioni di ogni giorno. La distruzione di un lavoro degno, le migrazioni dolorose e la mancanza di futuro sono parte di questo insieme di difficoltà. I nostri errori e peccati come Chiesa non rimangono fuori da questo grande panorama. Gli egoismi personali giustificati, e non per questo più piccoli, la mancanza di valori etici nel seno della società che distrugge le famiglie, la convivenza tra le persone dei quartieri, dei popoli e delle città ci parlano dei nostri limiti, della nostra debolezza e della nostra incapacità per poter trasformare questo elenco immenso di realtà distruttrici. La trappola dell’impotenza ci porta a pensare. Ha senso cercare di cambiare tutto questo? Possiamo fare qualcosa di fronte a questa situazione? Vale la pena cercare di farlo quando il mondo continua la sua carnevalata mascherando tutto per un po’ di tempo? Quando cade la maschera compare la verità e, anche se per molti può sembrare anacronistico, ricompare il peccato che ferisce la nostra carne con tutta la sua forza di distruzione, cambiando i destini del mondo e della storia. La Quaresima si presenta come grido di verità e di speranza, e ci risponde di sì, che è possibile non dover truccarci e disegnare nei nostri volti sorrisi di plastica come se niente fosse. Sì, è possibile che tutto sia nuovo e diverso perché Dio continua ad essere «ricco di bontà e misericordia, sempre disposto a perdonare» e ci incoraggia a ricominciare una e più volte. Oggi, ancora una volta, siamo invitati a intraprendere un cammino pasquale verso la Vita, cammino che comprende la croce e la rinuncia, che sarà scomodo ma non sterile. Siamo invitati a riconoscere che c’è qualcosa che non va bene in noi stessi, nella società o nella Chiesa, siamo invitati a cambiare, a dare una sterzata nelle nostre vite, a convertirci. Oggi sono piene di sfida le parole del profeta Gioele: strappate il vostro cuore, non le vostri vesti e convertitevi al Signore vostro Dio. Queste parole sono un invito a tutti, nessuno escluso. Strappate il cuore e non le vesti di una penitenza artificiale senza garanzie di futuro. Strappate i cuori per dire con il salmo «Abbiamo peccato». «La ferita dell’anima è il peccato. Oh, povero ferito, riconosci il tuo dottore! Mostra le piaghe delle tue colpe. E visto che a Lui non si possono nascondere i nostri pensieri più intimi, fai sentire il gemito del tuo cuore. Cerca la Sua compassione con le tue lacrime, con la tua insistenza, importunalo! Che ascolti i tuoi sospiri, che il tuo dolore arrivi fino a Lui, in modo che, alla fine, possa dirti: Il Signore ha perdonato il tuo peccato» (San Gregorio Magno). Questa è la realtà della nostra condizione umana. Questa è la verità che può avvicinarci alla nostra autentica riconciliazione con Dio e con gli uomini. Non si tratta di screditare l’autostima ma di penetrare nel più profondo dei nostri cuori e farci carico del mistero della sofferenza e del dolore che ci lega da secoli, da migliaia di anni, da sempre. Strappate i cuori affinché da quella fessura possiamo guardarci veramente. Strappate i cuori, aprite i cuori, perché solo in un cuore strappato e aperto può entrare l’amore del Padre. Strappate i cuori, dice il profeta, e Paolo ci chiede «Lasciatevi riconciliare con Dio». Cambiare il modo di vivere è segno e frutto del cuore strappato e riconciliato da un amore che va oltre noi stessi. Questo è l’invito, di fronte alle tante ferite che ci danneggiano e che ci possono portare alla tentazione di indurirci. Strappate il cuore per sentire l’eco delle tante vite lacerate e che l’indifferenza non ci renda insensibili. Strappate il cuore per poter amare con l’amore con il quale siamo amati, consolare con la consolazione con la quale siamo consolati e condividere ciò che abbiamo ricevuto. Questo tempo liturgico non è solo per noi, ma anche per la trasformazione della nostra famiglia, della nostra comunità, della nostra Chiesa, della nostra Patria, del mondo intero. Sono quaranta giorni per convertirci alla santità medesima di Dio; per convertirci in collaboratori che ricevono la grazia e la possibilità di ricostruire la vita umana, affinché l’uomo possa sperimentare la salvezza che Cristo ci offrì con morte e resurrezione. Con preghiere e penitenza, ci disponiamo a iniziare come in passato il Gesto quaresimale di solidarietà. Come Chiesa di Buenos Aires serve che dai nostri cuori germogli la grazia e il gesto che dia sollievo al dolore di tanti fratelli che camminano con noi. «Nessun atto di virtù può essere grande se da questo non scaturisce un beneficio per il prossimo. Anche se passi la tua giornata a digiunare, anche se dormi sul duro pavimento e mangi cenere, e sospiri in continuazione, se non fai del bene agli altri, non fai niente di grande (San Giovanni Crisostomo). Questo anno di fede è l’opportunità che Dio ci regala per maturare nell’incontro con il Signore, che si rende visibile nel viso sofferente di tanti bambini senza futuro, nelle mani tremanti degli anziani dimenticati e nelle ginocchia vacillanti delle tante famiglie che continuano a far fronte alla vita senza trovare sostegno in nessuno. Vi auguro una Santa Quaresima, penitenziale e feconda, e, per favore, vi chiedo di pregare per me. Che Gesù vi benedica e la Madonna vi protegga.

Sembra scritto da ….

chi l'ha scrittoI nostri avversari ci accusano e accusano me in particolare di essere intolleranti e litigiosi. Dicono che rifiutiamo il dialogo con gli altri partiti.

Dicono che non siamo affatto democratici perché vogliamo sfasciare tutto.

Quindi sarebbe tipicamente democratico avere una trentina di partiti?

Devo ammettere una cosa – questi signori hanno perfettamente ragione. Siamo intolleranti.

Ci siamo dati un obiettivo, spazzare questi partiti politici fuori dal parlamento. I contadini, gli operai, i commercianti, la classe media, tutti sono testimoni… invece loro preferiscono non parlare di questi 13 anni passati, ma solo degli ultimi sei mesi… chi è il responsabile? Loro! I partiti!

Per 13 anni hanno dimostrato cosa sono stati capaci di fare. Abbiamo una nazione economicamente distrutta, gli agricoltori rovinati, la classe media in ginocchio, le finanze agli sgoccioli, milioni di disoccupati.. sono loro i responsabili!

Io vengo confuso… oggi sono socialista, domani comunista, poi sindacalista, loro ci confondono, pensano che siamo come loro.

Noi non siamo come loro! Loro sono morti, e vogliamo vederli tutti nella tomba! Io vedo questa sufficienza borghese nel giudicare il nostro movimento..mi hanno proposto un’alleanza.

Così ragionano!

Ancora non hanno capito di avere a che fare con un movimento completamente differente da un partito politico…noi resisteremo a qualsiasi pressione che ci venga fatta. E’ un movimento che non può essere fermato… non capiscono che questo movimento è tenuto insieme da una forza inarrestabile che non può essere distrutta.. noi non siamo un partito, rappresentiamo l’intero popolo, un popolo nuovo”

Il conclave è alle porte


Luis Antonio Gokim Tagle, arcivescovo di Manila,56 anni ancora da compiere , creato cardinale da Benedetto XVI il 24 novembre scorso, neofita assoluto e ben poco pratico degli ambienti curiali, sembra corrispondere al profilo del nuovo pontefice tracciato, tra le riga, da Benedetto XVI [ “consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede.”] .
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    Il giorno della nomina il cardinale Tagle scoppiò in lacrime per l’emozione e Benedetto XVI lo abbracciò e accarezzò a lungo, mostrando una particolare predilezione per quel giovane filippino.

 ProPapa Quella di Tagle è’ una delle tante ipotesi tra altre molte accreditate come quella del nigeriano Arinze o del Ganese  Turkson, degli italiani Scola e Ravasi, non trascurando Oscar Rodriguez Maradiaga  arcivesco honduregno di Tegucigalpa, che nel precedente conclave ha raccolto molti consensi.

 Già la maggior parte di cardinali è a Roma e, come ha detto P. Federico Lombardi, i tempi per l’inizio del conclave potrebbero accorciarsi  in modo da consentire al futuro Pontefice di presiedere i riti della Settimana Santa.

 

Le ” abdicazioni” dei papi nella storia.

StClement1Nella storia della chiesa, questi i precedenti di rinuncia al ministero petrino.

Clemente I, santo ( 92-97) E’ Stato il quarto vescovo di Roma. È considerato il primo papa della storia a rinunziare al suo incarico perché  arrestato ed esiliato per ordine dell’imperatore romano Nerva. L’ abdicazione per non lasciare la Chiesa di Roma senza pastore. Morì martire, gettato in mare con un’ancora al collo nel 99 o 100.

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Ponziano, santo (230 – 235) – Il vescovo Ponziano  fu comandato “ad metalla” cioè al lavoro forzato nelle miniere in Sardegna ove poi morì per gli stenti della prigionia. Già al momento del suo forzato allontanamento da Roma, aveva rinunciato formalmente al proprio incarico, invitando la comunità ad eleggergli un successore.

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Silverio (1 giugno 536 -11 novembre 537).

Fu costretto ad abdicare dall’imperatrice Teodora che costruì contro di lui false accuse a proposito di un accordo segreto con gli invasori Goti. Venne arrestato e portato in esilio a Licia. Anni dopo venne riconosciuto innocente.

GiovanniIoannes_XVIII XVIII, Giovanni Fasano (1009 circa) – Era diventato papa per volontà di Giovanni Crescenzio III (uno dei capi delle fazioni nobiliari romane che da anni si arrogavano il diritto di imporre ai romani ed al clero il nominativo del papa da eleggere).
Non è però proprio certo che sia stato dimissionario.

BpapabenedettoIXenedetto IX, Teofilatto dei conti di Tuscolo (1032 – 1045) – Gli fu affidato il papato dal padre Alberico, capo della fazione dei Tuscolo, che consideravano il papato come una eredità
familiare. Nel 1044 a Roma scoppiò una sommossa contro lo strapotere dei Tuscolo.

Benedetto IX venne detronizzato e gli si contrappose Silvestro III, che però venne a sua volta cacciato via; Benedetto IX venne reintegrato, ma cedette la tiara per denaro al suo padrino di battesimo, l’arciprete Giovanni
Graziano. Inoltre lo stesso Enrico III fece dichiarare deposti in contemporanea tre papi: Benedetto IX, Silvestro III e Gregorio VI.

 

celestine_v_castel_nuovo_napoli_n02Celestino V Santo, Pietro da Morrone (1294) –

Fu un uomo di grande santità, eremita per molti anni, ma che non aveva esperienza di
governo. Fu succube di Carlo II d’Angiò (detto lo Zoppo) e trasferì la sede apostolica a Napoli. Abdicò dopo cinque mesi di pontificato e chiese di poter tornare nel suo eremo. Ma il suo successore Bonifacio VIII lo tenne rinchiuso nella rocca di Fumone in provincia di Frosinone fino alla morte (1296).

Secondo una voce popolare assai diffusa, Bonifacio VIII – temendo uno scisma che i suoi
oppositori avrebbero potuto provocare – lo avrebbe fatto strangolare.

Ecco il testo della rinuncia.
«Ego Caelestinus Papa Quintus motus ex legittimis causis, idest causa humilitatis, et melioris vitae, et coscientiae illesae, debilitate corporis, defectu scientiae, et malignitate Plebis, infirmitate personae, et ut praeteritae consolationis possim reparare quietem; sponte, ac libere cedo Papatui, et expresse renuncio loco, et dignitati, oneri, et honori, et do plenam, et liberam ex nunc sacro caetui Cardinalium facultatem eligendi, et providendi duntaxat Canonice universali Ecclesiae de Pastore.»

«Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, ossia: per umiltà; per desiderio di una vita migliore e di una coscienza pura; per la debolezza del mio corpo; per aver io poca scienza [delle cose del mondo]; per la malignità della plebe; per l’infermità della mia persona; e affinché io possa recuperare la tranquillità: abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al seggio, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta. Do sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, a un pastore per la Chiesa Universale.»

 

Gregorio_XIIGregorio XII, Angelo Correr (1406 – 1415)

Eletto nel 1406 nel pieno della vicenda degli antipapi avignonesi. Ad Avignone, infatti, nello stesso tempo, era stato eletto Benedetto XIII. I due papi si erano accordati perché alla rinuncia dell’uno corrispondesse anche quella dell’altro con l’obiettivo di ridare unità alla Chiesa. Lo scontro, invece, andò avanti per anni con Concili convocati dall’uno e dall’altro che dichiaravano il rivale “spergiuro, scismatico e devastatore della Chiesa”. La questione si chiuse quando, con accordi faticosissimi, entrambi arrivarono effettivamente alle dimissioni ottenendo in cambio (il mondo è sempre lo stesso) il mantenimento dei cardinali da ciascuno nominati.

 

Benedetto XVI successore di Pietro più che mai nel suo ” esodo”

bianchi benedetto XVITanti i commenti tutti ispirati a proclamare il coraggio, l’umiltà, la forza di aprire la Chiesa al nuovo nella debolezza.

Riportiamo quello  di Enzo Bianchi, priore di Bose apparso sulla ” Stampa” di stamani 12  Febbraio.

Per quasi tutti è stata una sorpresa, per chi lo conosceva anche solo un poco, come me, no. Perché Benedetto XVI è innanzitutto un uomo coerente tra il suo dire e l’operare.

Aveva detto più volte, e lasciato pubblicare nella sua intervista con Peter Seewald, che il papa avrebbe potuto dimettersi qualora giungesse “alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico” di successore di Pietro.

E così ha fatto, quando davanti a Dio ha esaminato la propria coscienza. Un gesto compiuto anche nella consapevolezza che nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti, occorre il vigore di chi è più giovane, “sia nel corpo sia nell’animo”. Così si è dimesso, ma preparando con cura questo giorno. Aveva celebrato un concistoro in novembre, per dare un volto maggiormente universale al collegio cardinalizio, aveva terminato la sua fatica di fede e di testimonianza nello stendere una lettura di Gesù morto e risorto, vissuto realmente negli anni della nostra storia, approfondendone i vangeli dell’infanzia. E speriamo che prima del 28 febbraio consegni – quasi come suo testamento – l’enciclica sulla fede, dopo le due luminose sull’amore e sulla speranza. Noi attendiamo ancora questo dono da lui.

Non è questo il momento di tracciare un bilancio, ammesso che si possa fare, sui quasi otto anni del suo ministero petrino: un pontificato che ha attraversato la nostra storia non facile, non semplice e a volte anche enigmatica, una storia piena di mutamenti globali nel mondo occidentale (l’aggravarsi di una crisi culturale e una crisi economica mai conosciuta nei tempi recenti) e di rivoluzioni nel mondo arabo che giudichiamo “primavere” ma che vediamo attraversate da gelate repentine; un tempo di incertezze e di mutamenti nell’etica, soprattutto nelle culture un tempo cristiane. Sono stati anni in cui Benedetto XVI ha continuato ad ammonire la chiesa, accettandone la condizione minoritaria, chiedendole di essere minoranza significativa, capace di esprimere la differenza cristiana in un mondo indifferente e nel contempo segnato dalla presenza simultanea di molte religioni nello stesso luogo.

Lo si è definito più volte un papa conservatore, ma questo gesto lo mostra come innovatore: rompe, infatti, una tradizione di duemila anni in cui tutti i vescovi di Roma sono morti di morte violenta o di malattia o di vecchiaia (papa Celestino V dimissionò, ma costretto da chi sarebbe diventato il suo successore). Così il cattolico è invitato a guardare più al ministero petrino che non alla persona del papa: questo è certamente un fatto rivoluzionario e, ritengo, anche più evangelico. Chi esercita l’episcopato o un servizio di presidenza nella chiesa, lo fa in comunione con Cristo Signore in misura del grado in cui è stato posto, ma una volta cessato l’esercizio del ministero, un altro può continuarlo e la persona che lo ha esercitato in precedenza scompare, diminuisce, si ritira.

La domanda che già sentiamo risuonare – come sarà con due papi viventi? – in realtà non sussiste, perché uno solo sarà il papa. Benedetto XVI tornerà a essere il cardinal Ratzinger e non possederà più quella grazia e quell’autorevolezza dello Spirito santo che saranno possedute da chi sarà eletto nuovo papa dal legittimo collegio cardinalizio. Su questo la dottrina cattolica è chiara e non permette che una persona sia più determinante del ministero che gli è stato affidato. In ogni caso, conoscendo l’umiltà di Benedetto XVI, siamo certi che egli – come promette nel messaggio rivolto ieri ai cardinali – si dedicherà alla preghiera e anche lui pregherà con la chiesa intera per Pietro, per il nuovo papa, ben sapendo di non esserlo più: avverrà per il vescovo di Roma, come per i vescovi emeriti delle altre diocesi.

Papa Benedetto ha compiuto un grande gesto, evangelico innanzitutto, e poi umano. In uno stupendo commento ai salmi, sant’Agostino – un padre della chiesa tra i più amati da Benedetto XVI – leggiamo: “Si dice che quando i cervi migrano in gruppo o si dirigono verso nuove terre, appoggiano il peso delle loro teste scambievolmente gli uni sugli altri, in modo che uno va avanti e quello che segue appoggia su di esso la sua testa… quello che sta in testa sopporta da solo il peso di un altro, quando poi è stanco passa in coda, giacché al suo posto va un altro a portare il peso che prima portava lui e così si riposa dalla sua stanchezza, poggiando la sua testa come la poggiano gli altri” (Commento al Salmo 41).

Così la presenza di Ratzinger nella chiesa non si conclude. Sarà un presenza altra e non meno significativa: una presenza di intercessione. Si metterà cioè tra Dio e gli uomini, non per compaginarli nella comunione cattolica – questo non sarà più il suo compito – ma per chiedere che Dio continui a inviare le energie dello Spirito santo sulla chiesa e i suoi doni sull’umanità. Molti oggi vorrebbero dire a papa Benedetto XVI: “Grazie, santo Padre!” per il suo disinteresse, per la sua sollecitudine affinché anche il papa sia decentrato rispetto a colui che dà il nome di cristiani a molti uomini e donne che hanno fede solo in lui: Gesù Cristo! Si diceva che questo papa ha grandi parole ed è incapace di gesti: il più bel gesto ce lo lascia ora, come Pietro che ormai anziano – dice il Nuovo Testamento – “se ne andò verso un altro luogo” continuando però a seguire il Signore. Benedetto XVI appare successore di Pietro più che mai, anche nel suo esodo.

Stupore, stima e affetto all’annuncio della rinuncia di Benedetto XVI al ministero petrino.

www.ilconfronto.comIl Papa ha annunciato oggi la sua rinuncia al ministero petrino. Questa la sua dichiarazione stamani durante il Concistoro per tre canonizzazioni.

( Cliccando sull’immagine accannto si potrà aprire il video. Di seguito il testo della dichiarazione )

Carissimi Fratelli,
vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando.
Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato.
Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.
Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti.
Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice.
Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

Ricordando Giuseppe Dossetti nel centenario della nascita.

Giuseppe_DossettiPer rievocare Don Giuseppe un ricordo di Enzo Bianchi apparso sulla “Stampa” del 10 Febbraio

Nel centenario della nascita di Giuseppe Dossetti (13 febbraio 1913), alle molte iniziative per ricordare quella straordinaria figura di uomo politico e di cristiano del secolo scorso si sono anche contrapposte – e c’era da aspettarselo – voci critiche su di lui e la sua opera. Questo perché Dossetti è tuttora una presenza ispirante in Italia, un personaggio capace di fornire argomenti per i confronti ancora in corso. Purtroppo in questo dibattito, cosa inconsueta, proprio nell’ambito ecclesiale si registra un pesante silenzio nel quale si levano alcuni interventi accaniti, tesi a delegittimare la sua figura. Questo provoca in molti cristiani una grande sofferenza, fa emergere quanta ingratitudine possa annidarsi in spazi ecclesiali e quanta insensatezza possa ispirare alcuni ecclesiastici.

Si dice che Dossetti non era un teologo, che nel suo pensiero c’erano lacune perché la sua formazione era quella di un giurista e il suo curriculum era privo di studi di teologia in una facoltà cattolica, senza ricordare che tratti analoghi sono riscontrabili anche in grandi Padri della Chiesa, a cominciare da sant’Ambrogio… Si dice che avesse di Israele quale popolo di Dio e della sua salvezza una lettura non conforme alla dottrina cattolica, quando in realtà egli si interrogava su posizioni teologiche emerse nella Chiesa cattolica all’inizio degli Anni Ottanta, senza mai giungere a sostenere che per gli ebrei fosse possibile una salvezza senza Cristo. Se Giovanni Paolo II con audacia – che non mancò di sorprendere persino molti tra quanti erano impegnati nel dialogo ebraico-cristiano – era giunto ad affermare nella sinagoga di Magonza che Israele è «il popolo di Dio dell’antica alleanza mai revocata», significa che essa è tuttora in vigore e, come ci insegna la Scrittura, è un’alleanza di salvezza. Ma questo non equivale certo a una salvezza senza Cristo, senza il Messia promesso e atteso dal popolo della prima alleanza. Solo Gesù Cristo è il salvatore di tutti, e questa verità di fede era in don Giuseppe Dossetti una confessione salda e incrollabile come roccia.

Vi è anche chi critica il dossettismo come via politica, e su questo è più che giusto lasciare che le interpretazioni restino diverse come sempre sono state, purché non si finisca col mettere in contraddizione tra loro la fede cattolica di Dossetti e il suo impegno politico precedente la scelta presbiterale e monastica. Ma è sull’aspetto cristiano ed ecclesiale che ritengo di poter dire alcune parole più personali.

Ho incontrato per la prima volta don Giuseppe a Monteveglio nel novembre 1966: dopo aver ascoltato la sua omelia, ebbi la possibilità di un dialogo personale con lui su temi ecumenici e monastici. Io ero giovanissimo, mentre lui aveva da poco terminato la sua preziosissima opera al Concilio, dove aveva fornito un apporto decisivo di studio, di consigli e di elaborazione di proposte,
coadiuvando in particolare il suo vescovo, il cardinal Lercaro di Bologna. Quell’uomo mi diede subito l’impressione di essere un cristiano «morsicato» dal radicalismo evangelico, un monaco rigoroso, consapevole di essere stato posto come sentinella sulle mura della Chiesa per gridare, a tempo e fuori tempo, di notte e di giorno, le esigenze del Vangelo.

Quando nelle lunghe veglie a Monteveglio, in Terrasanta, a Montesole commentava la parola di Dio contenuta nelle Sacre Scritture, sembrava di ascoltare un Padre della Chiesa: si sentiva la sua competenza linguistica per la lettura dei testi nella lingua originale, la sua conoscenza dei Padri della Chiesa d’Oriente e d’Occidente, la frequentazione dell’esegesi storico-critica della seconda metà del secolo scorso. Verso quest’ultima nutriva a volte dei timori e per questo preferiva la lettura «in ecclesia», nel solco della grande tradizione, una lettura pregata. Leggendo i volumi finora editi delle sue omelie, non si finisce mai di imparare, di conoscere in profondità il messaggio delle Scritture di Israele e della Chiesa.

Dossetti era un cristiano «obbedientissimo», che si imponeva di non criticare l’autorità della Chiesa,soprattutto i suoi vescovi, anche quando non era d’accordo e il suo giudizio sarebbe potuto sembrare contestazione. Allora preferiva tacere. Anche per questo lasciò l’Italia e con alcuni fratelli e sorelle andò in terra d’Israele. Mentre don Giuseppe risiedeva a Gerico, sostai cento giorni a Gerusalemme e potei incontrarlo più volte, e anche p. Carlo Maria Martini, allora all’Istituto biblico di Gerusalemme, veniva ad ascoltare le sue omelie. Ricordo che Dossetti passava ore in preghiera al santo Sepolcro. A Gerico viveva in baracche precarie, in un clima a volte torrido, e per le sue salite a Gerusalemme viaggiava su autobus stracolmi di arabi poveri. Un uomo di famiglia agiata, che era stato deputato della Repubblica e un’autorità morale nella Chiesa, avviandosi verso l’anzianità aveva intensificato la sua sobrietà conducendo una vita da povero, segnata dall’ascesi, da pesanti disagi e da un anonimato quotidiano nei territori palestinesi occupati da Israele. Vescovi e cardinali, semplici e poveri cristiani, personaggi importanti della vita sociale, giovani, non credenti, andavano a cercare una sua parola e lui sovente si sottraeva, quasi nascondendosi. Si diceva frequentemente: «Com’è difficile incontrare don Giuseppe!». Ma negli incontri i suoi occhi lampeggiavano, quando faceva discernimento alla luce della parola di Dio, quando cercava di leggere i «segni dei tempi» ascoltando anche l’umanità: la sua parola era tagliente come spada e possedeva un’autorevolezza rara. Come per Antonio, il grande Padre del deserto, di lui si potrebbe dire: «Bastava vederlo».

Quante volte, anche dopo il suo rientro in Italia, sono andato da Dossetti per confrontare le nostre sollecitudini e le nostre ansie, per comprendere maggiormente dove stavamo andando come cristiani: le sue parole erano frutto di preghiera, di assiduità con la Bibbia, di liturgia eucaristica e di letture diversissime. Davvero una vita segnata da una coerenza che altri non riuscirebbero nemmeno a pensare. È veramente triste che oggi la sua Chiesa non lo riconosca. Ma in questo tempo il vento soffia in direzione contraria, e don Giuseppe l’aveva umilmente previsto e denunciato. Da parte mia, nei suoi confronti mi sento di osare una parola forte, con la libertà di chi non è stato suo discepolo ma, anzi, ha avuto sguardi diversi sul monachesimo nel mondo di oggi e sulle altre Chiese cristiane: era veramente un santo, un uomo di Dio e di nessun altro!

 

Centenario della donazione del S. Teschio di S.Anna al Comune di Castelbuono

S AnnaIn occasione del centenario della donazione del S. Teschio di S. Anna al Comune di Castelbuono ci sarà il trasferimento temporaneo della Sacra Reliquia nella Chiesa Matrice, luogo centrale ed accogliente per grandi raduni.

Sarebbe auspicabile che anche nei tre giorni della festa di S.Anna si potesse  effettuare lo stesso trasferimento per rendere fruibili le varie celebrazioni  agli anziani,a tutti quei malati che non sono in grado di salire i numerosi gradini per raggiungere la Cappella del Castello, ai diversamenti abili . In questo modo tutti vedrebbero soddisfatto il desiderio di partecipare ai vari riti. Si eviterebbe altresì  la “terribile calca” di persone nel piccolo spazio della Cappella.

Di seguito la lettera che i Parroci e il Sindaco hanno inviato a tutti i cittadini di Castelbuono.

pro san anna cen

 

 L’anno 2013 ci riunirà piu intimamente alla nostra Patrona: La Madre Sant’Anna genitrice della Madre di Dio“.

II 28 febbraio dell’anno 1913 veniva rogato presso notaio La Placa di Palermo l’atto con cui il Barone Fraccia, erede Ventimiglia, donava alla comunità di Castelbuono, rappresentata dal sindaco Mariano Raimondi e dall’arciprete Leonardo Biundo, il Sacro Teschio della Santa nostra Patrona.

Di quell’atto si compiono dunque i cento anni. Per secoli la insigne reliquia era stata proprietà del casato Ventimiglia, che concedeva al popolo di celebrare il culto nella cappella Palatina; ma i modi, i tempi, i limiti erano di volta in volta stabiliti dai proprietari del Castello.

Dalla data di quel rogito, il popolo percepì che il rapporto di fede con la “Madre Sant’Anna” diventava libero, immediato, senza vincoli e limitazioni.

Fu tale il fervore, che nel 1920, con tanti sacrifici, (era lt primo dopoguerra) tutta la comunità riussci ad acquisire l’intero Castello. Riteniamo pertanto, sicuri della comune adesione, che tale avvenimento, che “riunì un popolo nella fede” va celebrato, da un “popolo che oggi cresce, vuole e crea”.

Abbiamo, dunque pensato, sotto lo slogan Sant’Anna con il suo popolodi dar luogo a iniziative che coinvolgano tune le componenti la nostra comunità, a partire dalla data 28 febbraio 2013.

Attomo alla Madre Sant’Anna, che in quest’anno della fede, come buona nonna, ci condurrà al Signore, convergeranno i giovani, le famiglie, gli ammalati, le confraternite, il mondo del lavoro con le sue difficoltà, la cultura, le scuole.

Questa unanime coralità, speriamo, risulti una moderna “Missione popolare”.

Ricorrenza eccezionale eventi eccezionali.

Questi progetti esigeranno il trasferimento temporaneo della Sacra Reliquia nella Chiesa Matrice; luogo centrale ed accogliente per i grandi raduni. Quanto stiamo organizzando è stato presentato al nostro Vescovo che ci ha approvato e benedetto. Renderemo noto per tempo il calendario degli appuntamenti in dettagliato programma.

Chiediamo alla Madre San’Anna che ci accompagni e ci assista nelle celebrazioni che andremo attuando perchè si svolgano con edificante solennità, per devozione a Lei e a gloria del Signore.

Monti sale in campo benedetto dalle ” alte gerarchie “

MonBaMonti “ è salito” in campo azzerando certezze, scombinando le carte, aprendo, forse, la strada a una continuità che sembrava ormai chiusa.

   Da fastidio la terribile ingerenza della Gerarchia Ecclesiastica, subito pronta a “ benedirLo”.

Il popolo di Dio penso che non abbia bisogno di strateghi politici, ma di discepoli che sappiano indossare il grembiule del servizio, lavare i piedi della povera gente, consolare il pianto di chi è senza lavoro, senza casa, senza amicizie, di chi vive nella disperazione.

   Sono troppi i “tromboni” gerarchici che “ sputano” indicazioni con subdoli tatticismi dialettici, forse per ” garantirsi ” privilegi acquisiti.

   Gesù non ha mai soddisfatto la richiesta dei suoi amici di schierarsi contro “ Cesare” …. E’ sceso in campo solo per difendere e proteggere gli ultimi e degli ultimi ha condiviso tutto … facendosi ultimo degli ultimi.

   La campagna elettorale che si è aperta è terribile; il desiderio di giustizia sociale è enorme; il pericolo di compravendita di voti da parte di chi ha grossi patrimoni,  pescando nella disperazione di chi non ha assolutamente niente, è spaventosamente grande.

   Penso che – ad ogni costo – bisognerà premiare chi ha veramente a cuore il riscatto degli ultimi; chi avrà il coraggio di togliere ai ricchi per distribuire ai poveri, per garantire servizi, per attuare pienamente il dettato costituzionale.

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Kenosis-Passio Domini

Cliccando sulle tre icone puoi vedere i tre filmati "Staba Mater" e " Passio Domini" " Apocalypsis Die " eseguiti a Castelbuono il 21 Aprile 2004 ore 20,30 nella Chiesa di San Francesco. - Cliccando sull'icona " Kenosis" potrai leggere o scaricare il libretto dei testi in pdf,
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Francesco 5 anni di pontificato: un papa in Avvento
Tornare all’essenziale della fede

Il pontificato di papa Francesco compie 5 anni. Più che un bilancio, conviene qui richiamarne l’indirizzo di fondo, come fa anche il saggio del card. W. Kasper sulle radici teologiche del pontificato (cf. qui a p. 183).
Qualche nota va aggiunta sul percorso, che rimane imprevedibile, perché imprevedibile è sempre la storia che cammina su tornanti inattesi. Basti pensare a questa nuova fase della globalizzazione, alle elezioni di Donald Trump o alla Brexit, nel corso del 2016. E nel 2017-2018 alla svolta imperialista cinese o alla sconfitta militare dell’ISIS; all’aggravarsi ulteriore della crisi delle democrazie occidentali, cui non sono esenti le nazioni europee (Italia compresa), e al nuovo protagonismo militare russo. Al centro del magistero di Francesco c’è l’indicazione che la Chiesa torni all’essenziale della propria fede. Al centro del Vangelo. La sua è una svolta kerygmatica. A «quell’umiltà amante di Dio» – come egli l’ha definita – che nell’incarnazione, nella morte e risurrezione del Figlio ha condiviso la nostra umanità.
C’è una radicale corrispondenza tra la figura della kenosis, lo svuotamento di Dio, e la condizione umana, fino alla sua estremità. La scelta preferenziale per i poveri ha come obiettivo l’annuncio di Cristo e della sua salvezza. Più che una visione sociologica, economica, ambientale della povertà emerge in Francesco una visione teologica.
Per papa Bergoglio vivere il Vangelo è possibile perché esso tocca il centro della nostra esistenza. Vi è una corrispondenza profonda tra il centro della nostra umanità e il centro divino dell’umanità di Cristo. Per questo l’annuncio della fede deve essere fatto risuonare nuovamente, come fosse la prima volta, andando oltre le forme culturali prevalenti che sin qui l’hanno espresso.
Il papa cerca e vuole quell’umanità che è l’impronta sconvolgente di Dio nei meandri della nostra storia. Poiché è da quella umanità oscura e sofferente, che assume volta a volta i tratti della povertà, dell’infelicità, dello sconforto, della malattia, della libertà negata, della persecuzione, della migrazione, che occorre ripartire.
È da quella umanità che il mondo attuale, globalizzato anche nell’indifferenza, deve ripartire se vuole evitare pericolosi riduzionismi antropologici. Se il nostro mondo tematizza e accetta la «cultura dello scarto» umano, se rinuncia al primato socialmente esigente della dignità della persona finirà per distruggersi. Quella umanità, Francesco l’ha identificata con la «carne di Cristo».
Per il papa non si può ridurre il cristianesimo alla sua sola forma dottrinale, ma esso deve riguardare l’insieme della vita, di ogni vita, nelle sue espressioni e nelle sue relazioni nei diversi contesti culturali e ambientali. Pascal, nel Mystère de Jésus, fa dire a Gesù, a proposito del suo costato aperto: «quelle gocce di sangue le ho versate per te». Nel costato aperto di Gesù si manifesta per ciascuno l’ospitalità attraente del Dio misericordioso.
Una concezione processuale
In questo papa Francesco ha proposto un ri-orientamento della Chiesa: da un approccio cumulativo, preoccupato di dare ragione sempre, in ogni punto dell’enunciazione e della comunicazione del contenuto dogmatico della fede cristiana, si passa a una concezione processuale e relazionale, incentrata sull’offerta del Vangelo di Dio che implica il riconoscimento della libertà della coscienza. La parola di Dio procede nelle coscienze. Avviene sempre nuovamente. Da qui scaturiscono conseguenze profonde sul piano della figura della Chiesa e del suo rapporto col mondo.
Esse hanno riguardato anche l’assunzione convinta del metodo sinodale come stile ecclesiale. I sinodi sulla famiglia e quello in preparazione sui giovani, il Giubileo della misericordia, che ha modificato il tradizionale impianto degli anni santi, decentrando l’attenzione da Roma e rivolgendola alla periferia della Chiesa.
Dopo l’incremento continuo della centralità della Chiesa di Roma nel postconcilio, Francesco ha cercato un’inversione di tendenza nel timore di un’estinzione d’ogni tensione creativa e d’ogni identità delle Chiese locali. Non sempre gli è riuscita e gli riesce, perché egli vive della contraddizione non risolta di una sussidiarietà imposta dall’alto.
Vanno poi ricordati gli incontri ecumenici: la visita agli ebrei del Tempio maggiore di Roma (gli incontri ad Auschwitz e a Gerusalemme), l’incontro storico con il patriarca di Mosca, Cirillo, a Cuba; quello con il patriarca armeno Karekin II a Erevan; con il primate anglicano J. Welby; e quelli ripetuti con il patriarca ecumenico Bartolomeo I; e ancora con il patriarca copto Tawrados II; infine la commemorazione a Lund, in Svezia, dei 500 anni della Riforma protestante e gli incontri di preghiera con i principali esponenti delle Chiese evangeliche. Incontri che mirano a proporre un modello d’unità e di riconoscimento reciproco che procede attraverso la diversità.
Dei documenti del pontificato, rimane paradigmatica l’esortazione Evangelii gaudium. Qui è il cuore del pontificato. L’esortazione postsinodale Amoris laetitia ha segnato il punto più impegnativo sul piano dottrinale, perché accoglie il metodo sinodale e affida alle Chiese una sensibilità pastorale nuova da esercitare nella disciplina matrimoniale.
Accanto a questi testi c’è l’enciclica Laudato si’ e una miriade di interventi che riguardano modifiche liturgiche e del Codice di diritto canonico, l’accorpamento di 7 diversi dicasteri curiali in 2 nuovi: sui laici e sulla carità. Infine la costituzione sulla vita contemplativa femminile e quella sull’insegnamento teologico Veritatis gaudium (cf. qui a p. 131).
Poi ci sono i viaggi. Soprattutto quelli internazionali (in tutto 27), che hanno toccato tutti i continenti tranne l’Australia, seguendo una linea di geopolitica religiosa, in particolare quelli in Bangladesh, Myanmar, Messico, Cuba, Grecia, Georgia e Azerbaigian, Egitto, Israele, Palestina, Stati Uniti, Turchia. Ci sono stati quelli nati da appuntamenti ecumenici, la Giornata mondiale della gioventù, quelli effettuati per il rafforzamento delle relazioni diplomatiche e dedicati al tema della povertà, della guerra, dei rifugiati (in Asia e in Africa), alla legittimazione ecclesiale (America Latina).
Tra questi, il viaggio a Lesbo ha posto l’attenzione sulla tragedia dei migranti e dei rifugiati. Di qui passa il tema della globalizzazione e della pace, il tema della giustizia e dell’integrazione in Europa e nel bacino del Mediterraneo.
Quelli italiani hanno seguito un itinerario interno alla Chiesa e come tali hanno riguardato la ridefinizione del rapporto tra il papa, la Chiesa italiana e la sua Conferenza episcopale, un rapporto che si è, dopo una iniziale incomprensione, pressoché pacificato, soprattutto dopo l’elezione a presidente della CEI del card. G. Bassetti.
2018: Curia, finanze e comunicazione
Gli eventi inattesi della Brexit e della vittoria di Trump nelle presidenziali americane hanno modificato e potenzialmente indebolito l’azione del papa sul piano internazionale. Sul piano europeo non c’è un asse forte tra Unione Europea e Santa Sede, la rotta atlantica della Gran Bretagna e la crisi delle democrazie nell’Est europeo indeboliscono il quadro generale, nonostante la tenuta della Francia e della Germania. Di certo non aiuta l’incognita italiana.
Complessivamente la Santa Sede e il papa non potranno non riaffrontare il dossier Europa. Esso non ha a che fare solo con i numeri drammatici dell’immigrazione, del terrorismo islamista, della difficile integrazione sociale e culturale, ma riguarda soprattutto una ripresa incerta e stanca del ruolo del cristianesimo in Europa. Alla paura degli europei si affianca il tema dell’identità dell’Europa e del ruolo del cristianesimo.
Se il viaggio negli Stati Uniti del settembre 2015 aveva segnato un forte riavvicinamento tra la Santa Sede, un papa latinoamericano e gli USA, l’elezione di Trump ha allontanato e modificato quel risultato.
L’attenzione alla Russia (anche in chiave mediorientale) e alla Cina apre possibilità nuove di convivenza alla Chiesa cattolica e al suo ruolo internazionale. Ma sono strade impervie, per la natura di quei regimi e per le incomprensioni storiche.
Il 2018 dovrebbe essere finalmente l’anno della riforma della Curia. È uno degli appuntamenti centrali del pontificato, assieme a quello del riordino finanziario e della pulizia morale. La riforma della curia era stata chiesta dai cardinali durante le congregazioni generali alla vigilia del conclave. Ed è necessaria conseguenza della impostazione ecclesiologica di Francesco.
Nonostante resistenze che il papa riconosce in parte «aperte», in parte «nascoste» e «malevole», questa riforma dovrà toccare il ruolo e la funzione della Curia romana in relazione con Pietro e con la Chiesa universale. Ci si attende una nuova costituzione che sostituisca la Pastor bonus di Giovanni Paolo II e che tematizzi quella che il teologo J. Werbick definiva una «conversione delle strutture». Non solo la conversione dei singoli o qualche aggiustamento funzionale ma il cambiamento istituzionale ed ecclesiale delle strutture stesse.
Se il tema geo-politico e quello geo-religioso hanno trovato uno sviluppo significativo e coerente; se il tema dell’approfondimento teologico del ri-orientamento ecclesiale del pontificato sta muovendo i primi importanti passi, e i «dubia» sulla sua ortodossia trovano nella lettera di Benedetto XVI un’archiviazione definitiva; se il tema della pulizia morale nella Chiesa ha fatto passi avanti; forse il riordino finanziario e il tema della comunicazione rimangono questioni aperte.
Il riordino finanziario e la sua trasparenza costituiscono uno dei punti di maggiore resistenza interna, mentre la comunicazione presenta una sfida in sé: è oggi la dimensione più secolarizzante che agisce anche all’interno della Chiesa. Si applaude il papa e si fa altro rispetto al suo insegnamento.
Papa Francesco sa che questo è un tempo nuovo, incognito. Ma esso è anche un kairos. O, come dice Kasper, un nuovo avvento. Mantenere con rigore la propria ispirazione, senza cedere a facili narrazioni, è forse la risposta migliore.

(Gianfranco Brunelli – Il regno – Marzo 2018)