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Vangelo del giorno
Venerdì 07 Maggio 2021
In quel  tempo,  disse Gesù ai suoi discepoli:
«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».


(Gv 15,12-17)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Pubblichiamo una “riflessione” tratta  da « Gesù al sacerdozio» – edizioni Claudiana –  sulle considerazioni  del teologo Herbert Haag in merito a Gesù e i sacerdoti, valutazioni che mettiamo in evidenza per suscitare riflessioni sui tanti temi aperti in merito al dibattitto sotterraneo e non troppo sul “ clericalismo”.

 Herbert Haag è  nato in Germania nel 1915, ed è morto nella sua casa di Lucerna a 86 anni.  Ordinato sacerdote nel 1940, ha studiato filosofia a Roma, teologia a Parigi e Friburgo (Svizzera), scienze bibliche a Roma.

Dal 1948 al 1960 è stato docente di Antico Testamento alla Facoltà teologica di Lucerna, e dal 1960 al 1980 professore alla Facoltà teologica di Tubinga, in Germania, dove per vari anni è stato collega di insegnamento del futuro papa Benedetto XVI.

 Diversi importanti vescovi e teologi di tutto il mondo sono diventati destinatari di un premio assegnato ogni anno dalla Fondazione Haag, istituita in suo onore nel 1985. Due dei vincitori più importanti del premio sono stati il ​​vescovo francese, Jacques Gaillot, che è stato sollevato dai suoi doveri diocesani dal Papa, e l’attivista anti-apartheid, C F Bayers-Naudé.

GESÙ NON VOLEVA SACERDOTI

Tratto da “Da Gesù al sacerdozio” ~ edizioni Claudiana ~
di Herbert Haag, teologo cattolico


Premessa

ORDINAZIONE E CELIBATO: DUE “INVENZIONI” ECCLESIASTICHE
CHE DANNEGGIANO LA CHIESA

La crisi del sacerdozio cattolico romano è evidente. Tutto ciò che la chiesa ufficiale ha intrapreso finora per fronteggiarla non ha sortito alcun effetto. Mancanza di sacerdoti, comunità senza eucaristia, celibato, ordinazione delle donne sono i problemi che, accanto ad altri, maggiormente caratterizzano l’attuale difficoltà della Chiesa cattolica. Accade sempre più spesso che la conduzione delle comunità sia affidata a laici, i quali, tuttavia, non essendo “ordinati”, non possono celebrare l’eucaristia con la loro comunità, anche se ciò dovrebbe propriamente far parte dei loro doveri. Nella Chiesa delle origini ciò non costituiva un problema. La celebrazione dell’eucaristia era di esclusiva competenza della comunità. Coloro i quali presiedevano l’eucaristia, con l’accordo della comunità, non erano “ordinati”. Erano semplici membri della comunità. Oggi li definiremmo dei laici, uomini, ma anche donne, di regola sposati, ma anche non sposati. L’elemento determinante era l’incarico affidato dalla comunità. Perché oggi non dovrebbe essere realizzabile ciò che ieri era possibile?
Se Gesù, come si sostiene, ha istituito il sacerdozio della nuova alleanza, occorre chiedersi come mai non se ne trovi traccia nei primi quattrocento anni di storia della Chiesa. Si dice inoltre che i sette sacramenti che la Chiesa cattolica conosce siano stati tutti istituiti da Gesù. In più di un caso risulta tuttavia difficile dimostrare che le cose stiano davvero così. Nel caso del sacramento dell’ordinazione sacerdotale la dimostrazione è del tutto impossibile. Gesù ha piuttosto indicato, con parole e gesti, di non volere sacerdoti. Egli stesso non era un sacerdote, nessuno dei “dodici”, e nemmeno Paolo, lo erano.
Allo stesso modo il ministero episcopale non può essere fatto risalire a Gesù. L’ipotesi secondo cui gli apostoli, allo scopo di garantire la successione del loro ministero, avrebbero insediato dei vescovi quali loro successori, è indifendibile. Il ministero episcopale, come ogni altro ministero ecclesiastico, è una creazione della Chiesa, il prodotto di uno sviluppo storico. Stando così le cose, la Chiesa può disporre liberamente, in ogni momento, dei ministeri del vescovo e del sacerdote. Essa può decidere di mantenerli, modificarli o abolirli.
La crisi della Chiesa durerà fino a quando essa non si deciderà a darsi una nuova costituzione. In questa nuova costituzione non ci potrà più essere posto per due classi – sacerdoti e laici, consacrati e non consacrati – ed essa dovrà stabilire che un incarico affidato dalla Chiesa è sufficiente per condurre una comunità e celebrare con essa l’eucaristia. Questo incarico potrà essere affidato a uomini e donne, sposati e non sposati. In questo modo sarebbero risolti due problemi in una volta sola, quello dell’ordinazione delle donne e quello del celibato.
A chi sostiene che nella Chiesa non possono esserci due classi, si risponde spesso che esistono altri esempi di sviluppi organici la cui origine può essere fatta risalire solo indirettamente al Nuovo Testamento. Quale esempio si cita il battesimo dei bambini, che non trova diretto riscontro nel Nuovo Testamento, ma che nemmeno lo contraddice. Il richiamo ad altri sviluppi è però accettabile solo nella misura in cui quelli rispettino i principi fondamentali dell’evangelo. Allorquando essi li contraddicono su questioni decisive, sono illegittimi, inaccettabili e dannosi.
Tutto ciò si applica sicuramente alla Chiesa sacerdotale. Lo studio dei testimoni biblici e delle origini cristiane rivela in modo chiaro e convincente che la gerarchia e il sacerdozio si sono sviluppati, nella Chiesa, senza alcun rapporto con la Scrittura. Solo in una fase successiva è stata data una giustificazione dogmatica alla loro esistenza. Tutto indica che per la Chiesa è giunto il momento di recuperare la propria essenza originale.
(…)
Dedico questo libro, in modo particolare, ai credenti delle diocesi nelle quali ho prestato il mio servizio ecclesiastico: Coira, Basilea e Rottenburg-Stoccarda.

Lucerna, Capodanno 1997

Herbert Haag


LO DICE LA TRADIZIONE: L’ORDINAZIONE
RISPONDE AD UNA ESIGENZA DI CLASSE

di Herbert Haag

 

C’è il sacerdote perché c’è il sacrificio

Non è un caso se l’istituzione del sacerdozio nasce all’inizio del terzo secolo – “il termine “sacerdos”, sacerdote, appare, per la prima volta, per designare i vescovi e anche i presbiteri cristiani, in Tertulliano (83).
Dall’inizio del terzo secolo la comprensione sacrificale dell’eucaristia è saldamente radicata. Per arrivare a ciò occorsero circa cento anni. Fin dall’inizio, a cominciare dai racconti neotestamentari dell’istituzione, l’originaria cena degli amici con il Signore risorto subisce una reinterpretazione e viene celebrata come memoria, per ricordare la passione di Gesù e richiamarla alla mente. A partire dal secondo secolo troviamo indicazioni del fatto che la comunità offre al Padre il suo Figlio sacrificato (84). Cristo diventa il sacrificio della Chiesa, uno sviluppo dovuto, come abbiamo visto (pp. 103 ss.), all’accusa di ateismo mossa dallo Stato romano.
La prima lettera di Clemente riconosce che i presbiteri allontanati dal loro servizio (leiturgia) “hanno servito (leiturgesantes) il gregge di Cristo umilmente e in modo esemplare” (44,3) e “hanno offerto con devozione e in modo esemplare i sacrifici (dora)” (44,4). È chiaro che il termine leiturgia non ha qui nessun significato cultuale, ma indica genericamente l’esercizio di un ministero. Si discute invece se “sacrificio” non indichi anche e in modo particolare l’eucaristia (85).
Abbiamo già constatato (vedi pagina 81 ss.) che in Giustino si trovano espressioni che solo difficilmente possono essere intese in modo diverso da come sono presentate nella dottrina cattolica successiva. Ignazio di Antiochia non sostiene apertamente il carattere sacrificale dell’eucaristia, ma “lo lascia certamente intendere”. Egli stesso desidera essere sacrificato a Dio finché c’è ancora un altare dei sacrifici (thysiasterion), dando quindi per scontato che la comunità si riunisca intorno a un simile altare (86). Clemente di Alessandria non elabora il tema dei sacramenti, nemmeno quello dell’eucaristia. Da affermazioni occasionali emerge tuttavia che l’eucaristia è, per lui, nel contempo, preghiera, pasto e sacrificio (87). “Rimane [‘] da notare che anche Clemente collega l’idea del sacrificio all’eucaristia” (88).
Consideriamo infine i cartaginesi Tertulliano e Cipriano. Sorprende che Tertulliano abbia scritto un trattato sul battesimo e uno sulla penitenza, ma non uno sull’eucaristia. Tuttavia dobbiamo proprio a lui il più ricco vocabolario sull’eucaristia. A questo appartengono per esempio la definizione dominica solemnia e in particolare l’espressione, divenuta da allora classica nella Chiesa, “sacramento dell’eucaristia” (eucharistiae sacramentum) (89). Presenza reale e sacramento sono, per Tertulliano, i tratti essenziali dell’eucaristia (90). Da notare infine che, in Tertulliano, gli “anziani che hanno dato buona prova di sé” (probati seniores) presiedono l’eucaristia (91).
Di Cipriano di Cartagine dobbiamo occuparci un po’ più dettagliatamente. Per quanto riguarda l’eucaristia egli è conosciuto per averne sottolineato, più di ogni altro, il carattere sacrificale. Su questo punto dobbiamo però procedere con cautela. In particolare la sua sessantatreesima lettera, scritta nell’anno 253, dimostra infatti che sebbene egli consideri l’eucaristia sacrificium, passio, oblatio, intenda tutto ciò nel senso antico di memoria, commemoratio. Essa è dominicae passionis et nostrae redemptionis sacramentum. E sacramentum indica, in questo caso, la presenza sacramentale (92).
Detto questo, bisogna riconoscere che la comprensione eucaristica del terzo secolo è dominata dal tema dell’offerta del sacrificio di Gesù e non da quello della presenza. E dove si offre un sacrificio non può non esserci – stando al pensiero dell’epoca – il sacerdote. “Dapprima si sviluppa il concetto di un culto e di un particolare rito sacrificale cristiano, subito dopo sorge quello di un ministero e di uno stato sacerdotale [‘] L’idea del sacerdozio è, come detto, successiva al concetto del sacrificio cultuale” (93). In questo periodo si tratta tuttavia sempre ancora del sacerdozio inteso come ministero.

La svolta di Cipriano

Anche per Cipriano (metà del terzo secolo) l’ordinazione sacerdotale non è un sacramento (94). Il suo pensiero e quello del suo tempo – la metà del terzo secolo – contribuiscono tuttavia a modificare in modo significativo le strutture del clero. Queste cambiano sotto tre punti di vista.

1. Uffici come quello del dottore, che in origine erano posti accanto a quello dei vescovi e dei presbiteri, e dunque al di fuori del clero, vengono integrati nella gerarchia. In tal modo essi sottostanno alla sorveglianza e al controllo del vescovo (95).

2. D’ora in poi esiste la possibilità di salire da un ministero inferiore, come quello del lettore, che era finora permanente, a un ministero superiore, quale quello di presbitero o addirittura di vescovo. La temporanea assegnazione a un gradino inferiore poteva dipendere da vari fattori: giovane età (96), periodo di prova o retribuzione. Il presbitero occupava un’altra “fascia salariale” (97).

3. Con ciò siamo già al terzo punto: il ministero ecclesiastico diviene, d’ora in poi, un impiego a tempo pieno, dunque un mestiere che dà da vivere, mentre in epoche precedenti era un’occupazione accessoria (accanto a un’occupazione profana). La Chiesa divenne un’organizzazione simile allo Stato (98).

Non stupisce dunque di trovare in Cipriano, all’interno del clero come pure nei rapporti del clero con i laici, un quadro mutato. Nel clero l’ordine gerarchico vescovo-presbitero-diacono è divenuto ormai un istituto fisso. Rispetto alla “Traditio apostolica” si notano tuttavia due mutamenti gravidi di conseguenze:

1. La posizione del vescovo trova la sua massima esaltazione. Per Cipriano sacerdos è sempre il vescovo, egli è il sacerdos par excellence (99). Egli assume il ruolo di Cristo (sacerdos vice Christi) (100). In quanto tale, il vescovo deve rendere conto soltanto a Dio (101). I vescovi sono i successori degli apostoli, i primi vescovi (102). Nel contempo in Cipriano lo stato dei presbiteri acquista maggiore autonomia. Essi presiedono autonomamente l’eucaristia e impersonano, svolgendo questo ruolo, il sacerdozio levitico del tempio. I diritti del vescovo (elezione, possesso dello Spirito, assoluzione, eucaristia) sono da questo conferiti anche ai presbiteri. Il vescovo distribuisce le “parti” (kleroi) e i destinatari diventano, ricevendole, “clero” (103). Del clero non fanno parte soltanto i gradi più alti (vescovo, presbitero, diacono), ma anche quelli inferiori, tra cui gli accoliti e i lettori (104). L’appartenenza al clero non dipende più dalla liturgia. Chierico è semplicemente chi riveste un ministero ecclesiastico.

2. Di conseguenza la distanza tra clero e popolo aumenta. Clerus e plebs sono una coppia di parole ricorrente negli scritti di Cipriano (105). Chierici e laici sono chiaramente distinti. Quando il vescovo – o il presbitero – entra in Chiesa, il popolo deve alzarsi (106). Si può propriamente parlare del passaggio da un “popolo sacerdotale” a un “popolo dei sacerdoti” (107).

Tale sviluppo ha determinato la relegazione dei laici in un ruolo sempre più passivo. Un’immagine eloquente, che esprime tale situazione, la troviamo nelle Pseudo-Clementine, un romanzo cristiano – il primo romanzo cristiano in assoluto – risalente alla prima metà del terzo secolo (108). In quest’opera Pietro dà a Clemente, suo successore (!) indicazioni sull’esercizio del proprio ministero e sui doveri dei presbiteri, dei diaconi, dei catechisti e dei fedeli. La Chiesa è paragonata a una barca il cui timoniere è Cristo. Il vescovo è il secondo timoniere, i presbiteri sono i marinai, i diaconi i capi della ciurma, i catechisti sono gli ufficiali contabili. La “massa dei fratelli”, cioè i fedeli, sono i passeggeri. Essi non conducono la nave, ma sono trasportati e affidati, in tutto e per tutto, alle capacità o incapacità dell’equipaggio: questa è l’immagine della Chiesa clericale, mantenutasi, attraverso i secoli, fino a oggi.
L’immagine è completata dalla seguente raccomandazione: “I passeggeri stiano seduti ai loro posti e non si muovano, affinché non provochino, con i loro spostamenti disordinati, pericolosi movimenti e sbandamenti della nave”.

Il carattere indelebile del sacerdote

È Agostino (354-430) a provocare la svolta che porta al sacerdozio personale, “distinguendo tra la grazia dello Spirito Santo, che può essere persa, dalla grazia del sacramento dell’ordine, che non si cancella mai” (109). Il sacramento rimane valido anche per chi perde il proprio ministero ecclesiastico. “Anche chi viene allontanato dal ministero per avere commesso un grave errore conserva il sacramento del Signore ricevuto una volta per tutte” (110).
Per questo motivo Agostino ritiene che l’ordinazione non possa essere ripetuta. Essa è impressa indelebilmente nel sacerdote e appartiene al suo carattere. In altre parole essa esprime, come il marchio (character) impresso sugli schiavi, sui soldati e sugli animali, un rapporto incancellabile di proprietà (schiavo-padrone, soldato-imperatore, gregge-pastore). “Il disertore non porta il marchio del disertore, ma quello del condottiero. Così anche il battezzato porta in sé il sacramento del battesimo e l’ordinato quello dell’ordine, e non se ne può disfare, anche se è separato dalla Chiesa” (111).
Prima del quinto secolo non si può parlare di un sacerdozio inteso nel senso attribuitogli oggi. “Nei Padri più antichi non si trova alcuna traccia di un character indelebilis o di un “sacramento” dell’ordine sacerdotale e là dove si crede di trovare qualcosa di simile si tratta di un fraintendimento […] La svolta decisiva verso una nuova, assoluta comprensione del concetto di sacerdote avviene al passaggio dal quarto al quinto secolo” (112).
Questa carrellata ha mostrato che tutti gli uffici sono creazioni della Chiesa. Nessuno di essi può essere fatto risalire a Gesù, nemmeno quello del vescovo e meno di ogni altro quello del sacerdote. Ciò significa che anche oggi questi uffici sono a disposizione della Chiesa. La più grande varietà di possibilità si riscontra nella celebrazione dell’eucaristia. Essa era celebrata dall’intera comunità (113), dagli ospiti delle comunità che si riunivano nelle case, da profeti, dottori, anziani, vescovi, presbiteri e infine – a partire dal quinto secolo – da sacerdoti che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine. Per la durata di quasi quattrocento anni non è stata necessaria la “consacrazione sacerdotale” per la celebrazione dell’eucaristia. Per quale motivo essa dovrebbe essere oggi indispensabile? (114)

Risultato

Possiamo concludere:

1. Nella Chiesa cattolica ci sono due stati, clero e laicato, che hanno privilegi, diritti e obblighi diversi. Questa struttura ecclesiastica non corrisponde a ciò che Gesù ha fatto e insegnato. Nella storia della Chiesa questa struttura non ha dato frutti positivi.

2. Il Concilio Vaticano II ha cercato, in parte, di colmare il profondo divario esistente tra clero e laicato, ma non lo ha eliminato. Anche nei documenti del Concilio i laici appaiono come gli assistenti della gerarchia e non hanno possibilità di esigere il rispetto dei loro diritti.

3. Gesù ha rifiutato il sacerdozio giudaico e il culto sacrificale cruento del suo tempo. Con il tempio e con il culto celebrato dai sacerdoti nel tempio Gesù aveva un cattivo rapporto. Egli annunciò la distruzione del tempio e fece capire che al suo posto non sarebbe sorto alcun altro tempio. Per questo motivo il sacerdozio giudaico lasciò che morisse sulla croce.

4. Gesù non disse mai che tra i suoi discepoli dovessero sorgere un nuovo sacerdozio e un nuovo culto sacrificale. Egli stesso non era sacerdote e non lo erano neppure i “dodici”, gli apostoli e Paolo. Nessuno degli scritti del Nuovo Testamento parla del sorgere di un nuovo sacerdozio.

5. Gesù non voleva che ci fossero, tra i suoi discepoli, classi o stati. “Voi siete tutti fratelli”, è la sua indicazione (Matteo 23,8). Perciò i primi cristiani si consideravano e si definivano “fratelli” e “sorelle”.

6. In contrasto con questa indicazione di Gesù si costituì però, nel terzo secolo, una “gerarchia”, un'”autorità santa”. Questo portò alla divisione dei credenti in due stati, clero e laicato, “ordinati” e “popolo”. La gerarchia pretese per sé la guida delle comunità e soprattutto l’ambito liturgico. Essa estese sempre di più il proprio potere. Ai laici furono affidati ruoli di servizio e fu imposta l’obbedienza.

7. La diffusione della Chiesa su scala mondiale richiese la creazione di uffici. Questi potevano assumere, come mostra la storia, forme diverse. Tutti gli uffici, anche quello del vescovo, sono istituzioni della Chiesa. La Chiesa ha dunque, di volta in volta, secondo la situazione, la possibilità di mantenerli, modificarli o sopprimerli.

8. Dal quinto secolo la celebrazione dell’eucaristia richiede la partecipazione di un sacerdote che abbia ricevuto il sacramento dell’ordinazione. Dal quinto secolo si diffonde anche la concezione secondo cui l’ordinazione sacerdotale conferirebbe a chi la riceve un carattere indelebile. Questa dottrina, ulteriormente sviluppata dalla teologia medievale, è stata dichiarata dottrina di fede vincolante dal Concilio di Trento (sedicesimo secolo).

9. Per quattrocento anni l’eucaristia è stata presieduta da quelli che, nel nostro linguaggio, sono definiti “laici”. Questo mostra che non occorre avere un sacerdote che abbia ricevuto il sacramento dell’ordinazione e che tale necessità non può essere dimostrata né biblicamente né dogmaticamente.

10. La condizione per la celebrazione dell’eucaristia non dovrebbe dunque essere un'”ordinazione”, ma un “incarico”. Questo può essere affidato a un uomo o a una donna, sposato o non sposato. Per entrambi, uomo e donna, deve essere richiesta la possibilità di accedere all’intero ministero ecclesiastico che comprende l’autorizzazione a celebrare l’eucaristia.



NOTE


83 h. von campenhausen, Die Anfänge des Priesterbegriffs, cit., p. 276.

84 Cfr. w. rordorf, Le sacrifice eucharistique, in Liturgie, cit., pp. 59-71.

85 Fischer risponde positivamente (“in particolare” l’eucaristia ) e in maniera ancora più esplicita g. blond, Clément de Rome, in L’eucharistie, cit., pp. 29-51, 37 s. Lindemann mette in dubbio che “ci troviamo qui di fronte alla prima dimostrazione della comprensione cattolica della cena”.

86 j.a. fischer, Die Apostolischen Väter, cit., p. 131.

87 a. méhat, Clement d’Alexandrie, in L’eucharistie, cit., pp. 101-127, 111-113.

88 Johannes betz, Eucharistie. In der Schrift und Patristik, in “Handbuch der Dogmengeschichte”, IV/4a, 1979, p. 47.

89 Vedi v. saxer, Tertullien, in L’eucharistie, cit., pp. 129-150.

90 “Presenza reale e vero sacrificio, in questi termini si potrebbe definire l’eucaristia di Tertulliano”, op. cit., p. 149.

91 Ibidem, pp. 132-147.

92 r. johanny Cyprien de Carthage, in L’eucharistie, cit., pp. 151-175, 161-164; cfr. richard seagraves, Pascentes cum disciplina. A Lexical Stud’ of the Clerg’ in the C’prianic Correspondence, Friburgo, 1993, p. 260. B Cipriano è il più antico testimone della consuetudine di celebrare ogni giorno l’eucaristia.

93 h. von campenhausen, Die Anfänge des Priesterbegriffs, cit., pp. 174-176.

94 r. seagraves, Pascentes cum disciplina, cit., p. 105.

95 Esempi per tale sviluppo in b. van damme, Bekenner und Lehrer. Bemerkungen zu zwei nichtordinierten Kirchenämtern in der Traditio Apostolica, in Divitiae Aeg’pti. FS für Martin Krause, Wiesbaden, 1995, pp. 321-330.

96 Van Damme parla di “confessori” (cristiani che hanno testimoniato, davanti al giudice, la propria fede, sono stati di conseguenza puniti, ma non sono stati uccisi) che Cipriano, a motivo della loro giovane età, nomina dapprima lettori, “in attesa che diventino, più tardi, presbiteri” (p. 326). Anche agli ufficiali municipali civili era richiesta un’età minima di 25 anni (e. herrmann, Ecclesia in Re Publica, cit., p. 46; cfr. più avanti nota 98). Un esempio particolarmente illuminante si trova nella lettera di Cipriano 55,8, nella quale egli parla del suo confratello Cornelio: “Ciò che rende del tutto degno presso Dio e Cristo e presso la sua Chiesa e tutti i sacerdoti il nostro carissimo Cornelio è il fatto che egli non sia arrivato alla carica episcopale direttamente”, ma che vi sia giunto solo dopo aver salito tutta la trafila degli uffici (“officia”) ecclesiastici, rendendosi spesso benemerito nel servizio divino, giungendo all’episcopato passando per tutti i gradini.

97 “Non è possibile stabilire a quanto ammonti lo stipendio. Sappiamo solamente che esso deve permettere di vivere. In modo esplicito Cipriano vieta ai sacerdoti di svolgere un altro lavoro” (b. van damme, Bekenner und Lehrer, cit., p. 327). Gli effetti negativi della scalata verso i vertici e dell’aumento dello stipendio sono (fino a oggi!) ben noti: ambizione, avidità di guadagno, carrierismo.

98 Fino a che punto la Chiesa, nelle sue strutture, abbia fatto proprie le forme costitutive romane è dimostrato in modo impressionante da e. herrmann, Ecclesia in Re Publica, cit., pp. 42-52 (Cipriano). Questo vale anche per la terminologia. Esempio: “ordinare” è il termine tecnico per l’insediamento al servizio dell’imperatore (p. 44). Lo stesso vale anche per Cipriano, riguardo alla gerarchia ecclesiastica. “Nelle opere di Cipriano il verbo “ordinare” e il corrispondente sostantivo “ordinatio” non equivalgono ai termini moderni, ordinare e ordinazione (r. seagraves, Pascentes cum disciplina, cit., p. 28), ovvero, essi non hanno nulla a che fare con “ordinazione” [“Weihe”].

99 h. von campenhausen, Kirchliches Amt, cit., p. 310; r. seagraves, Pascentes cum disciplina, cit., p. 68.

100 Ibidem, p. 68.

101 Ibidem, p. 3, secondo Seagraves Cipriano è “il primo autore a sostenere che il vescovo è responsabile solo di fronte a Dio”.

102 Ibidem, p. 27.

103 a. faivre, Ordonner la fraternité, cit., pp. 80-82.

104 r. seagraves, Pascentes cum disciplina, cit., p. 18.

105 “Si trova spesso, negli scritti di Cipriano, il binomio clero-plebe. La plebe indica il popolo cristiano e il clero il gruppo dirigente della Chiesa” (a. vilela, La condition collégiale, cit., p. 295).

106 h. von campenhausen, Kirchliches Amt, cit., pp. 297-300.

107 “Da popolo di preti a popolo dei preti” (a. faivre, Ordonner la fraternité, cit., p. 83).

108 A partire da un unico testo originale si sono sviluppate due versioni che raccontano, in forma romanzata, i viaggi di Pietro in Palestina e Siria e la biografia di Clemente Romano. Il romanzo è preceduto da una lettera di Pietro e una lettera di Clemente a Giacomo, vescovo di Gerusalemme. La citazione precedente è tratta da questa seconda lettera. Da circa due secoli l’importanza delle Pseudo-Clementine per la nostra conoscenza della Chiesa antica è fuori discussione. La ricerca più recente è stata inaugurata da Oscar Cullmann, Le problème littéraire et historique du roman Pseudo-Clémentin, Parigi, 1930. Una panoramica sullo stato attuale della ricerca si trova in Georg Strecker, Das Judenchristentum in den Pseudoklementinen, Berlino, 19812; nuova trattazione: j. wehnert, Abriss der Entstehungsgeschichte des Pseudoklementinischen Romans, in “Apocrypha”, 3 (1992), pp. 211-235. Traduzione tedesca di J. Irmscher e G. Strecker in: w. schneemelcher, Neutestamentliche Apokr’phen, Tubinga, 19895, pp. 439-488; traduzione francese: André siouville, Les homélies clémentines, Parigi, (1933) 1991.

109 Ludwig ott, Das Weihe-Sakrament, in “Handbuch der Dogmengeschichte”, IV/5, Friburgo in B., 1969, p. 29.

110 Ibidem.

111 Ibidem, p. 30. Agostino parla solo raramente del carattere sacerdotale e invece molto spesso del carattere battesimale; gli elementi sono tuttavia presenti per essere applicati al sacerdozio (cfr. e. dassmann, Character, in: “Augustinus-Lexikon”, I, 1986-1994, pp. 835-840). Quanto poco precise siano, in Agostino, le relative concezioni, è dimostrato dal fatto che egli usa indistintamente “sacramentum”, “sanctitas”, “consecratio”, “baptismus” e “ordinatio” quali sinonimi di “character”. In definitiva si tratta semplicemente di un rapporto di proprietà che viene stabilito, mediante il battesimo, una volta per tutte (per questo esso non può essere ripetuto). Per Agostino non si tratta di un carattere impresso nell’anima (cfr. g. bavaud, in: Oeuvres de Saint-Augustin, 29, Traités Anti-Donatistes, II, De Baptismo libri VII, Parigi, pp. 581 s.) e perciò si può dire che nella sua opera la dottrina del carattere sacerdotale è soltanto accennata (“Ce qui sera plus tard la théologie du caractère est seulement en germe dans la doctrine augustinienne”, j. pintard, Le sacerdoce selon Saint Augustin, 1960, p. 128). La dottrina del character indelebilis, come la troviamo in Tommaso d’Aquino, è il prodotto della teologia medievale ed è stata trasmessa attraverso i secoli fino a noi. I dogmatici contemporanei faticano nel definire essenza ed effetto di questo “carattere incancellabile”. “Nella tradizione della Chiesa, questa capacità (di agire al posto di Cristo), data mediante l’ordinazione, porta il nome di “character indelebilis”. Esso è indelebile perché è fondato nella incrollabile promessa e nella volontà di Cristo, di voler continuare a compiere la sua opera salvifica mediante il servizio dell’ordinato” (g. greshake, Priester sein, Friburgo in B., 1982, p. 114 [ed edizioni successive]).

112 h. von campenhausen, Die Anfänge des Priesterbegriffs, cit., p. 280. Le prove a favore di una datazione anteriore, fornite da Joseph lécuyer, Le sacrement de l’ordination, Parigi, 1983, non sono convincenti. Solo i dogmatici possono spiegare come un sacramento, del quale nella Chiesa non c’è alcuna traccia per quattrocento anni, possa essere stato istituito da Gesù e debba addirittura essere considerato un “ministero fondamentale della Chiesa” (Kurt koch, Kirche der Laien?, p. 12). Per gli esegeti la questione è chiarita già da lungo tempo.

113 p. hoffmann, Priestertum und Amt im Neuen Testament, cit., p. 29, scrive, a proposito della presidenza in occasione della Cena del Signore: “In I Corinzi 11 la celebrazione sembra essere affidata all’intera comunità’ Responsabile degli “atti sacramentali” è il “noi” della comunità”. Questo legittima l’uso, che si sta diffondendo sempre di più nelle comunità rimaste senza sacerdote, di pronunciare, tutti insieme, le parole dell’istituzione.

114 Che ci sia una crescente presa di coscienza di fronte a questo problema lo ha dimostrato il recente convegno della “Arbeitsgemeinschaft der deutschsprachigen Liturgiker”, svoltosi dal 23 al 27 settembre 1996 (cfr. “Herder-Korrespondenz”, 50 (1996), pp. 641-644).

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