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Venerdì 27 Novembre 2020
In quel  tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».


(Lc. 21,29-33)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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( Vita Pastorale – Giugno 2020 – Dossier: “Questa non è la chiesa”
di ENZO BIANCHI
)

Sono sempre più convinto che questa crisi, dovuta al coronavirus, abbia reso possibile un’apocalisse, nel senso profondo del termine, un “alzare il velo” su una realtà che non sapevamo individuare né leggere: un’apocalisse multipla, che ha svelato la situazione della vita della chiesa in Italia.

Non nascondo che vi è in me, ben più che un malessere, una vera e propria sofferenza ecclesiale. È stata destabilizzata una convinzione profonda che mi abitava: quella che nella mia vita di fede il concilio Vaticano II avesse segnato non una discontinuità ma un vero e proprio rinnovamento. Più volte in questi mesi mi è parso che a livello ecclesiale molto sia stato vissuto come nel tempo della mia infanzia e giovinezza, prima della riforma liturgica e del mutamento di paradigma dello stare del cristiano nella compagnia degli uomini.

In particolare, il modo in cui è stata trattata l’eucaristia, il sacramento da cui scaturisce tutta la vita della chiesa, in parole e azioni, mi ha gravemente ferito. Sia però chiaro: con questo contributo non voglio assolutamente alimentare polemiche nei confronti di quegli schieramenti improvvisati, di quei proclami pieni di sicurezza, di quelle asserzioni ideologiche che si sono susseguite in questi mesi di emergenza. Desidero solo affermare le mie convinzioni, ponendomi in ascolto della realtà e della voce di uomini e donne credenti ai quali ho cercato di stare vicino in questa situazione inedita.

Certo, il giudizio è severo: resta per me incomprensibile come un presbitero abbia potuto pensare di celebrare una vera eucaristia in diretta streaming, chiedendo a quanti erano collegati di tenere del pane sulla tavola della loro casa e di assumerlo al momento previsto dal rito della messa, mentre lui assicurava la “consacrazione” per via telematica. Mi resta inoltre difficile da comprendere la “messa senza popolo”, celebrata da un presbitero solitario e teletrasmessa. Nella mia mente e nel mio cuore è impresso ciò che ho imparato al catechismo: per la celebrazione della messa occorre la presenza almeno di un fedele. Ricordo quante volte il prete che viveva al mio paese per poter “dire messa” si adoperava per trovare un fedele (spesso io che abitavo di fronte alla chiesa), affinché la messa potesse essere celebrata.

Le messe solitarie di cui abbiamo avuto testimonianza in questo periodo, a volte rese più ridicole da fotografie dei fedeli poste sui banchi, o addirittura da creazioni arbitrarie e istrioniche del presbitero, hanno dato solo l’immagine di un clericalismo che pensavamo fosse ormai sepolto. Quasi tutti tacevano e acconsentivano a tale situazione, salvo alcuni preti e teologi veramente ispirati dal Vaticano II. Alcuni hanno anche scritto al loro vescovo per comunicargli che anche durante il triduo pasquale non avrebbero celebrato un’eucaristia privata né teletrasmessa, per non vivere uno stato di privilegio. Non va taciuto: molti presbiteri (e con essi alcune comunità religiose) hanno potuto celebrare l’eucaristia, senza interrogarsi né discernere le contraddizioni liturgiche che vivevano, mentre tutti gli altri hanno dovuto praticare il digiuno eucaristico.

Non posso neppure dimenticare la sofferenza nel sapere che molti malati, già impossibilitati ad avere la vicinanza delle persone care, sono stati privati anche dei conforti religiosi. I presbiteri hanno fatto obbedienza alle disposizioni del governo, ma andrebbe ricordato che i cristiani, soprattutto quelli più anziani, non sono stati preparati ad andare incontro al loro esodo da questa terra privi della confessione e dell’eucaristia, situazione aggravata dalla solitudine. Cristiani abituati a pregare di morire dopo aver ricevuto il sacramento della confessione e, se possibile, l’unzione degli infermi e l’eucaristia, hanno vissuto in modo più drammatico questa testimonianza della “pastorale ecclesiale”.

È stata ancora una volta la voce di Papa Francesco a smuovere qualcosa, nella sua meditazione mattutina tenuta a S. Marta il 17 aprile scorso: “Qualcuno mi ha fatto riflettere sul pericolo che questo momento che stiamo vivendo, questa pandemia che ha fatto che tutti ci comunicassimo anche religiosamente attraverso i media, attraverso i mezzi di comunicazione, anche questa messa, siamo tutti comunicanti, ma non insieme, spiritualmente insieme. Il popolo è piccolo. C’è un grande popolo: stiamo insieme, ma non insieme. Anche il sacramento: oggi ce l’avete, l’eucaristia, ma la gente che è collegata con noi, soltanto la comunione spirituale. E questa non è la chiesa: questa è la chiesa di una situazione difficile, che il Signore permette, ma l’ideale della chiesa è sempre con il popolo e con i sacramenti. Sempre”.

Ecco dunque farsi largo alcune domande: perché tanta superficialità nell’adottare la modalità di celebrazioni eucaristiche in streaming? Perché non dire con chiarezza che una “liturgia virtuale” non è una liturgia cristiana? E perché, soprattutto, non si è stati capaci, se non in alcune diocesi, di promuovere una liturgia domestica, una liturgia della Parola nella famiglia e nella convivenza, liturgia nella quale la presenza di Cristo è efficace e vivificante come nell’eucaristia? Dove sono i frutti di tante esortazioni papali, in particolare ad opera di Benedetto XVI e di Francesco, che invitano a celebrare la Parola insieme, anche in famiglia, anche in piccoli gruppi, certi che il Signore risorto è presente in essa e che la Parola “spezzata”, in forza dell’epiclesi, è corpo di Cristo, cibo e viatico verso il Regno? Non nutro disprezzo né diffidenza verso i media che oggi dominano il nostro orizzonte, ma resto convinto che la virtualizzazione della liturgia significa morte della liturgia cristiana, che è sempre incontro di corpi e di realtà materiali.

Non dimentichiamo che l’assemblea, il raduno dei credenti, è l’essenza stessa della chiesa, quale realtà convocata da Dio. In questo senso, il sacramento eucaristico non può essere virtuale ma va vissuto nella sua realtà di cena del Signore, mangiata da una precisa comunità. L’eucaristia cristiana è evento in cui si mangia e si beve insieme, assimilando il corpo del Signore donato nella Parola, nel Pane e nel Vino, per diventare così il corpo ecclesiale di Cristo. Se è vero che non c’è chiesa senza eucaristia, è altrettanto vero che non c’è eucaristia senza.

Infine, vorrei tentare brevemente una lettura cattolica di ciò che a mio avviso sarebbe stato meglio vivere. Innanzitutto sappiamo che i monaci del deserto restavano per lungo tempo senza eucaristia, nella loro solitudine in vista del Regno. Anche san Benedetto, il padre dei monaci d’occidente, nella condizione eremitica precedente la fondazione della vita cenobitica viveva senza eucaristia. Il suo biografo Gregorio Magno narra che Benedetto una volta si dimenticò persino di celebrare la solennità liturgica più importante: “così lontano dagli uomini, il servo di Dio ignorava persino che quel giorno fosse la solennità di Pasqua”.

Si può dunque fare per un certo tempo vita cristiana anche senza la celebrazione eucaristica. Così è avvenuto nel deserto, così è avvenuto e avviene nell’ora della persecuzione e, per molti, in una situazione di malattia o di impedimento a partecipare all’eucaristia insieme alla comunità ecclesiale, come in Amazzonia o in altre terre di missione, a causa della scarsità di presbiteri. Di questo i monaci hanno sempre avuto chiara coscienza. Basterebbe rileggere le parole di Guglielmo di Saint-Thierry, abate cistercense del XII secolo: “Sebbene sia lecito celebrare (l’eucaristia), a suo modo, tempo e luogo solo ad alcuni uomini ai quali è stato affidato questo ministero”, cioè i presbiteri, “tuttavia questo mistero è alla portata di tutti … Se vuoi, e se vuoi veramente, a tutte le ore del giorno e della notte, nella memoria di Cristo crocifisso e risorto tu mangi il suo corpo e bevi il suo sangue” (Lettera d’oro 117.119).

Ma soprattutto va detto con chiarezza che nella fede cristiana il “culto secondo la parola” (loghiké latreìa: Rm 12,1) è innanzitutto un culto reale: culto nella vita, nella comunità dei fratelli e delle sorelle e in mezzo all’umanità. E se è vero che esso ha bisogno del culto simbolico, non può però mai esserne sostituito. Sappiamo tutti che, se vengono a mancare le condizioni per la celebrazione eucaristica, desiderata ardentemente dai cristiani, la fede non va perduta e più che mai i credenti sono chiamati a vivere il culto come offerta delle loro vite e dei loro corpi, nel servizio, nella cura e nell’amore dei fratelli e delle sorelle. Siamo consapevoli che i per decenni i cristiani delle origini hanno vissuto il culto nelle loro case, come testimoniano gli Atti degli apostoli (cf. 2,42)? Il digiuno eucaristico di tutta la chiesa, quando è realmente imposto dall’emergenza, deve trovare tutto il corpo ecclesiale solidale, tutto il corpo impegnato nella sofferenza per la “mancanza” del cibo essenziale. Siamo chiamati a vivere l’obbedienza della fede in questa faticosa comunione, in attesa di poter celebrare insieme l’eucaristia, che è sempre festa pasquale.

Nel mio cuore l’augurio è che i cattolici non si siano abituati alla “messa come e quando vogliono”, “da casa”, e che possano ritornare all’eucaristia domenicale convinti che – come dicevano i martiri delle origini – “sine dominico non possumus”, “senza eucaristia domenicale non possiamo dirci cristiani”. Spero anche che abbiano scoperto la forza salvifica della parola di Dio contenuta nelle Scritture, Parola pregata e celebrata anche nella liturgia domestica.

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“Dove va la chiesa?”

 

Dove va la chiesa? Ogni tanto è bene fermarsi e tornare ai fondamenti, chiedendosi: “Chi è la chiesa?”. La chiesa, ekklesía, è un’assemblea di ekkletoí, una realtà di uomini e donne che Dio chiama, distingue dagli altri attraverso la sua Parola; una realtà plasmata dal Vangelo di Gesù Cristo; una realtà costantemente edificata in un corpo dallo Spirito santo (cf. Ef 2,22). Ecco chi è la chiesa. E dico “chi”, non “che cosa”, perché la chiesa è un soggetto, una creatura, una persona mistica.
Ma la chiesa, creatura Verbi, realtà che è nata e sempre nasce dalla Parola di Dio, vive nel mondo, nella storia e a servizio dell’umanità intera. Non è un luogo segnato dal privilegio della chiamata, ma piuttosto contraddistinto dalla responsabilità verso tutti gli altri. Come il popolo santo dell’antica alleanza è un popolo scelto da Dio in Abramo affinché la benedizione di Dio giunga a tutte le genti (cf. Gen 12,2-3), così la chiesa è chiamata a portare la salvezza al mondo intero. Per questo la chiesa è costitutivamente luogo di dialogo: luogo della parola che si lascia attraversare da un’altra parola; luogo in cui si intrecciano linguaggi e cammini di comunione; luogo in cui regna la comunicazione.
Chiamati al dialogo con Dio, i cristiani hanno il compito di intessere un dialogo anche con tutti gli altri esseri umani. Questa è la loro funzione sacerdotale tra le genti della terra (cf. 1Pt 2,5.9; Es 19,6), la loro ragion d’essere: l’essere strumento di dialogo e riconciliazione. Per questo la chiesa nata a Pentecoste è un realtà che sa esprimere la buona notizia nelle diverse lingue della terra (cf. At 2,1-11). Subito la chiesa per bocca di Pietro e degli altri proclama il Cristo risorto e vivente, e ciascuno sente risuonare l’annuncio nella propria lingua. Nella mattina di Pentecoste le persone presenti a Gerusalemme non devono assumere un’altra lingua, ma è la chiesa che annuncia il Vangelo nella loro lingua, dunque fa innanzitutto un passo di dialogo attraverso il suo linguaggio.
Sì, la chiesa nasce dialogica, è per sua natura capace di un dialogo plurale con le diverse culture e genti della terra a cui è inviata: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8), dice il Risorto agli Undici. Non è un caso che la chiesa abbia subito saputo dialogare con il mondo, addirittura con il mondo a lei ostile dell’impero romano, in un’epoca in cui, a fasi alterne, subiva una persecuzione a tratti persino cruenta. Anche in quei primi tre secoli i cristiani hanno dialogato con i cittadini dell’impero, con la cultura filosofica pagana, con le diverse genti del Mediterraneo. Gli scritti di apologeti come Giustino e di padri come Clemente Alessandrino e Basilio ne danno ampia testimonianza.
I cristiani si mostravano cittadini leali verso l’autorità politica romana, pregavano per essa, si sottomettevano alle leggi (cf. Rm 13,1-7) e cercavano di vivere in pace con tutti. Ma dobbiamo confessare con umiltà che, a partire dal IV secolo, talvolta questo atteggiamento è stato smentito dagli stessi cristiani e la chiesa non sempre è stata luogo di dialogo. Soprattutto nella difesa della verità – come affermò con coraggio Giovanni Paolo II durante il giubileo del 2000 – i cristiani hanno assunto metodi in contraddizione con la verità di Cristo e con il suo spirito. Invece del dialogo abbiamo praticato l’esclusione; invece dell’ascolto delle differenze la condanna; invece della comprensione o della tolleranza addirittura la persecuzione di chi era “altro”: gli ebrei, gli “eretici” e, più in generale, chiunque mostrasse una diversità di opinioni, di etica, di fede.
Infine, dopo tre secoli in cui la chiesa era stata spaventata dalla modernità, dall’illuminismo, dalla rivoluzione francese e poi dalla laicità e dall’ostilità dei grandi imperi e delle ideologie totalitarie, ecco arrivare papa Giovanni XXIII, il Concilio Vaticano II, Paolo VI. Papa Giovanni fece nuovamente del dialogo l’atteggiamento della chiesa: dialogo con i “fratelli separati”, si diceva allora dei cristiani non cattolici; dialogo con gli ebrei dopo secoli di ostilità; dialogo con gli uomini non cristiani e non credenti… E qui mi corre l’obbligo di ricordare, accanto alla costituzione conciliare Gaudium et spes, anche un’enciclica di Paolo VI oggi purtroppo dimenticata: l’Ecclesiam suam (6 agosto 1964). La sua terza parte è dedicata proprio al dialogo che la chiesa, per la sua stessa natura, deve intrattenere. Da questo splendido testo cito alcune parole che accesero il cuore di tanti di noi, che lo fecero ardere di gioia e di commozione, perché vedevamo in esse l’aggiornamento, la riforma voluta da papa Giovanni e dal Concilio, confermata e indicata da Paolo VI:
Daremo a questo interiore impulso di carità, che diventa dono esteriore di carità, il nome di dialogo. La chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La chiesa si fa parola; la chiesa si fa messaggio; la chiesa si fa colloquio … Ancor prima di convertire il mondo, bisogna accostarlo e parlargli … L’origine del dialogo si trova nell’intenzione stessa di Dio. Il dialogo deve ricominciare ogni giorno; e da noi prima che da coloro a cui è rivolto (§§ 66-67.70.72.79).
Queste parole di Paolo VI sono coraggiose, ferme, convinte e piene del Vangelo e dei sentimenti di Cristo. A partire da questa intuizione centrale, il papa tracciava nell’enciclica alcuni cerchi, di costante attualità:
• dialogo con tutto ciò che umano e con tutta l’umanità. Questo in vista dell’umanizzazione, compito comune a cristiani e non cristiani; in vista della pace, dono supremo per l’umanità;
• dialogo con tutti i credenti in Dio, i cercatori di Dio nelle altre religioni;
• dialogo con i fratelli cristiani non cattolici;
• dialogo all’interno della chiesa tra pastori e fedeli, tra doni diversi, tra le diverse componenti della chiesa.
In quest’ottica, ci possiamo lasciare con le parole di un mirabile testo delle origini cristiane, indirizzato da un anonimo credente in Cristo a un certo Diogneto:
I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Non abitano neppure città proprie, né usano una lingua particolare, … ma testimoniano uno stile di vita mirabile e, a detta di tutti, paradossale … Risiedono nella loro patria ma come stranieri domiciliati (pároikoi); a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri (xénoi); ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non espongono i loro nati. Mettono in comune la tavola, ma non il letto … Dio ha assegnato loro una missione così importante che essi non possono disertare (A Diogneto V,1-2.4-7; VI,10).

(Enzo Bianchi- “Vita Pastorale” – Luglio 2020)

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