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Lunedì 25 Maggio 2020


In quel tempo, dissero i discepoli a Gesù: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». Rispose loro Gesù: «Adesso credete? Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».


(Gv. 16,29-33)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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Lettera aperta all’Arcivescovo di Milano Mario Delpini di padre Luciano Mazzocchi

Amatissimo Arcivescovo Mario, nella festa di Santa Caterina patrona d’Italia, la speranza potente, mistica, creativa di questa donna ritorni ad animare la nostra Chiesa e società italiana.

Tra le tante voci che le giungono circa la nostra presenza come Chiesa in questo tempo e in questa terra italiana, le chiedo di ascoltare anche la voce di un anziano missionario, già in Giappone e ora in Milano.

Subito le confesso che riconosco il valore sacro del luogo della preghiera e soffro quando seduto nel confessionale del Duomo sento e vedo molto più turismo che preghiera.

Quando, dopo una faticosa scalata, si approda all’Abbazia di San Pietro al Monte, viene spontaneo affidare il proprio corpo affaticato all’abbraccio dell’edificio sacro e sostare nell’armonia vetusta e umile di quelle pietre che monaci e pellegrini hanno scolpito, irrorandole di sudore, a volte, anche di gocce di sangue. Infine ci si sente uno con le rocce, con i boschi, con i prati, con il sole, e ovviamente con tutti coloro che hanno pregato in quel luogo …

Detto questo, ho avvertito profondo disgusto, una vera ferita, alla frase che in questi giorni i mass media ci hanno riportato come espressione della Conferenza Episcopale Italiana: “E’ stata violata la libertà di culto!”, perché il 4 maggio non sarà ancora permesso radunarci nelle chiese e celebrare la cena del Signore come abbiamo fatto fino al gennaio scorso. Tutti, quel giorno, lo attendiamo ardentemente come patrimonio comune. Come già le ho scritto, rinchiuso nella mia stanza mi domando se io non sia un codardo, perché nel frattempo molti anziani, dopo una vita di fede robusta e generosa, si trovano ad esalare l’ultimo respiro senza la carezza dei loro cari e senza che un sacerdote spalmi sul loro corpo la goccia d’olio che purifica e lenisce le ferite per il passaggio all’eternità.

Eppure quella frase: “E’ stata violata la libertà di culto!”, a noi riportata come espressione della Conferenza Episcopale, lascia profondo disgusto. Qualora ci fosse data la possibilità di scegliere se ritrovarci a celebrare l’eucaristia prima delle altre aperture, oppure se attendere che prima i bambini possano andare a giocare nel parco, e gli adolescenti ritornare a fare rumore nelle strade, e i neo-laureati attraversare Piazza Duomo con il serto di alloro sul capo, e gli adulti ritornare al lavoro… non dovremmo forse fare la scelta dell’attesa? Io non ho mai visto mia madre andare a riposare prima di noi sei figli e di altri due confratelli che, rimasti orfani durante la guerra, i genitori avevano accolto in casa con noi.

    Le racconto di un vecchio sacerdote, da decenni parroco di Vita, un comune trapanese vicino a Calatafimi. Io ero direttore della Caritas diocesana di Mazara del Vallo (1988-1993) e il vecchio sacerdote mi aveva chiesto di dargli una mano per il servizio pastorale alla sua gente. La cittadina di Vita, distrutta dal terremoto della Valle del Belice nel 1968, era ormai tutta ricostruita, ma la chiesa parrocchiale non ancora. Si celebrava in un capannone sempre gremito di centinaia di fedeli. Gli chiesi come mai, mentre le chiese parrocchiali di altre città distrutte dallo stesso terremoto erano già state ricostruite, quella di Vita non ancora. “Sono stato io a chiedere esplicitamente alla commissione governativa per la ricostruzione che la chiesa fosse l’ultima a essere ricostruita. I bambini in chiesa passano alcune ore la settimana, ma in casa passano giornate e giornate intere. Mi piacerebbe che la ricostruzione si realizzi mentre io sono ancora vivente. Ma non è importante. Prima del terremoto, nella bella chiesa che avevamo, veniva meno gente a messa. Adesso il capannone è sempre pieno e sono costretto a chiederti di darmi una mano”.
Per bontà di Dio, senza mia scelta, ho vissuto due decenni di vita missionaria in Giappone. Il film Silence di Scorsese ha reso noto a molti la fede dei cristiani nascosti giapponesi, che per oltre due secoli la tramandarono da generazione in generazione senza la presenza di alcun sacerdote, quindi senza la celebrazione eucaristica, pregando di notte per sfuggire alla persecuzione terribile dello shōgun. Alla nascita di un bambino, il capo famiglia gli versava l’acqua del battesimo sul capo: l’unico sacramento di tutta la sua vita. Riconosciuta la libertà di culto nel 1871, i cristiani nascosti, finalmente liberi, costruirono con le loro mani, assecondando quanto dettava la fede ereditata dagli antenati, alcune chiesette umili, dallo stile familiare. Usarono bambù, legno, mattone, paglia di riso, ma, a parte queste differenze materiali, sono così simili a San Pietro al Monte o al battistero della Basilica Romana di Agliate.
Il 30 giugno del 2018 l’Unesco ne ha inserite 12 nel Patrimonio dell’umanità. Bambù, terriccio, paglia, legno: patrimonio dell’umanità!

A conclusione la Sua Parola: “Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre… in cui i veri adoratori adoreranno in spirito e verità” (Gv 4,21-24).
Amatissimo Arcivescovo, Grazie di cuore.

padre Luciano Mazzocchi, missionario saveriano

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L’arte consapevole del toccare

 

Qual è stata la rinuncia più grande nei mesi di “clausura” e di distanza richieste per fermare il contagio? Nel conversare con amici, al telefono o sui social, fin dall’inizio è emerso che la fatica maggiore era il non poter più neppure dare la mano a chi si incontrava, tantomeno un abbraccio.
Già nei giorni precedenti la “clausura” questa distanza veniva richiesta e, anche se di malavoglia, ci sorridevamo di lontano, alzavamo la voce per farci sentire, senza avvicinarci. Non è stato facile imparare di colpo la regola della non-prossimità. Anche nella mia convivenza-comunità abbiamo obbedito a queste norme: posti a tavola distanziati, nessun abbraccio nella liturgia, niente segni di attenzione e di confidenza che mettessero in funzione il senso del tatto.
Per spontanea reazione, siamo diventati più che mai digitali per comunicare, per non sentirci soli, in una sorta di bulimia di contatti, pur virtuali. Paradossale: negazione del contatto corporeo e folle bisogno di essere sempre “in contatto”, molto più di quanto facevamo prima (che già non era poco!). L’ho verificato anch’io: molti che non sentivo o vedevo da tempo sono tornati a cercarmi in questo modo. Abbiamo dunque vissuto senza contatti fisici, reprimendo l’affezione e l’empatia che solo l’incontro personale può dare. E siamo stati feriti dal sapere che i malati andavano verso la morte isolati e privati della possibilità di contatti fisici, quando più ne avrebbero avuto bisogno.
Tutto ciò mi ha fatto riflettere sul tatto, il senso più “antico”, attivo in ciascuno di noi fin dalla condizione di feto nel grembo materno. Il tatto è sempre in esercizio per ogni animale vivente. Ogni giorno della nostra vita, fino a quello della morte, quando qualcuno, toccandoci, dirà: “Non respira più!”. Il tatto è reciproco, si accende grazie al con-tatto. È mediante il tatto che realizziamo la relazione del corpo con il mondo: il nostro corpo tocca e prende qualcosa dal mondo che, a sua volta, è tangibile. Ed è il tatto che, più degli altri sensi, attesta l’esperienza certa, secondo l’espressione comune: “Toccare per credere”.
Il tatto ci dice in particolare dove l’altro si situa, vicino o lontano, appena sfiorato o stretto, abbracciato; è il senso che più ci accende di gioia e piacere nelle relazioni, fino all’esultanza. Per questo abbiamo bisogno non solo di scambiare parole o sguardi ma di sentire reciprocamente i corpi accanto, di accarezzare o imprimere un bacio. Nell’esercizio del tatto le mani sono il linguaggio comune, ben oltre le parole. Quale ineffabile arte la carezza…
Quando – speriamo presto – torneremo a stringerci la mano, ad abbracciarci e a baciarci, cerchiamo di essere consapevoli di questo senso e della sua qualità decisiva per la nostra vita. Senza demonizzare la comunicazione virtuale, così utile in questo tempo di pandemia, torniamo a usare le mani e il corpo per vivere la comunicazione come opera d’arte. E il cuore accompagni il tatto, affinché l’epidermide viva e vibri grazie all’arte consapevole del toccare, capace di illuminare le nostre giornate.

(Enzo Bianchi- “Repubblica” – 11 Maggio 2020)