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Vangelo del giorno
Lunedì 25 Maggio 2020


In quel tempo, dissero i discepoli a Gesù: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». Rispose loro Gesù: «Adesso credete? Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».


(Gv. 16,29-33)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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Sepúlveda si è librato nel cielo come la sua gabianella

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Il 16 Aprile  si è spento Luis Sepúlveda all’età di 70 anni nell’ospedale di Oviedo ( Asturie, Spagna) dove era ricoverato in gravi condizioni dal 29 febbraio per una polmonite associata al coronavirus.

Nato a Ovalle, in Cile, nel 1949. Il suo nome è caro a milioni di bambini per la fiaba “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. ( che si può leggere cliccando sull’icona accanto)

Numerosi i suoi libri : Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, Il mondo alla fine del mondo, Un nome da torero, La frontiera scomparsa, Incontro d’amore in un paese in guerra, Diario di un killer sentimentale, Jacaré, Patagonia Express, Le rose di Atacama, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Raccontare, resistere (con Bruno Arpaia), Il generale e il giudice, Una sporca storia, I peggiori racconti dei fratelli Grim (con Mario Delgado Aparaín), Il potere dei sogni, Cronache dal Cono Sud, La lampada di Aladino, L’ombra di quel che eravamo, Ritratto di gruppo con assenza, Ultime notizie dal Sud, Tutti i racconti, Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico, Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, Ingredienti per una vita di formidabili passioni, Un’idea di felicità (con Carlo Petrini), Trilogia dell’amicizia, L’avventurosa storia dell’uzbeko muto e Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà.

Nato in Cile nel 1949, Sepúlveda cresce con il nonno, un anarchico andaluso che gli trasmette la passione per la letteratura. Giovanissimo inizia a scrivere racconti e poesie per il giornale della sua scuola. Lavora per un quotidiano e in radio, vince premi e una borsa di studio per l’università di Mosca, dove resta però solo pochi mesi. Vive in Bolivia. Lì si unisce all’Ejercito de Liberacion Nacional. Tornato in Cile, fa teatro, da sceneggiatore e regista, lavora come giornalista, dirige una cooperativa agricola. Membro del partito socialista, entra nella guardia personale del presidente Salvador Allende.

Dopo il colpo di Stato militare di Augusto Pinochet, nel 1973, viene arrestato e torturato per le sue idee politiche per sette mesi. Dopo un secondo arresto, e due anni e mezzo di carcere in totale, il processo lo condanna all’esilio. Nel 1977 Sepúlveda lascia il Cile, viaggia in America Latina e in Europa, e si stabilisce in Spagna, nelle Asturie.

Il romanzo di esordio che lo consacra al successo è Il vecchio che leggeva romanzi d’amore del 1989. L’ultimo libro, pubblicato nel 2018, è Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa.

 

Il Libro della “ Gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” narra la storia di una gabbiana che per sbaglio finì in una macchia di petrolio scaricato nel mare.  Facendo fatica a volare la gabbiana decise di fermarsi su un balcone di una casa vicina.  Su questo balcone c’era un gatto di nome Zorba che vedendo subito la gabbiana si allarmò.  Questa, però non riuscì a sopravvivere per il tempo trascorso sulla macchia di petrolio tossico.

Prima di morire depose un uovo e fece promettere al gatto che non l’avrebbe mangiato, che se ne sarebbe preso cura e infine che gli avrebbe insegnato a volare.

Zorba impressionato dall’accaduto si andò a confrontare con i suoi amici gatti che decisero di aiutarlo a mantenere la sua promessa.

Quando l’uovo si schiuse la piccola fù chiamata Fortunata.

Quando la gabbianella  crebbe i gatti incominciarono a prepararla per volare ma ancora senza successo. Quindi Zorba decise di chiedere aiuto ad un umano. L’umano scelto fù il padrone della gatta di nome Bubulina.

Quando Zorba chiese aiuto all’uomo che accettò di aiutare la gabbianella a volare, esso decise che avrebbero dovuto incontrarsi a mezzanotte al campanile di San Michele.  Arrivati in cima al campanile la gabbianella riuscì a spiccare il volo e in quel momento lei ringraziò Zorba per quello che aveva fatto per lei e, se ne andò.

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L’arte consapevole del toccare

 

Qual è stata la rinuncia più grande nei mesi di “clausura” e di distanza richieste per fermare il contagio? Nel conversare con amici, al telefono o sui social, fin dall’inizio è emerso che la fatica maggiore era il non poter più neppure dare la mano a chi si incontrava, tantomeno un abbraccio.
Già nei giorni precedenti la “clausura” questa distanza veniva richiesta e, anche se di malavoglia, ci sorridevamo di lontano, alzavamo la voce per farci sentire, senza avvicinarci. Non è stato facile imparare di colpo la regola della non-prossimità. Anche nella mia convivenza-comunità abbiamo obbedito a queste norme: posti a tavola distanziati, nessun abbraccio nella liturgia, niente segni di attenzione e di confidenza che mettessero in funzione il senso del tatto.
Per spontanea reazione, siamo diventati più che mai digitali per comunicare, per non sentirci soli, in una sorta di bulimia di contatti, pur virtuali. Paradossale: negazione del contatto corporeo e folle bisogno di essere sempre “in contatto”, molto più di quanto facevamo prima (che già non era poco!). L’ho verificato anch’io: molti che non sentivo o vedevo da tempo sono tornati a cercarmi in questo modo. Abbiamo dunque vissuto senza contatti fisici, reprimendo l’affezione e l’empatia che solo l’incontro personale può dare. E siamo stati feriti dal sapere che i malati andavano verso la morte isolati e privati della possibilità di contatti fisici, quando più ne avrebbero avuto bisogno.
Tutto ciò mi ha fatto riflettere sul tatto, il senso più “antico”, attivo in ciascuno di noi fin dalla condizione di feto nel grembo materno. Il tatto è sempre in esercizio per ogni animale vivente. Ogni giorno della nostra vita, fino a quello della morte, quando qualcuno, toccandoci, dirà: “Non respira più!”. Il tatto è reciproco, si accende grazie al con-tatto. È mediante il tatto che realizziamo la relazione del corpo con il mondo: il nostro corpo tocca e prende qualcosa dal mondo che, a sua volta, è tangibile. Ed è il tatto che, più degli altri sensi, attesta l’esperienza certa, secondo l’espressione comune: “Toccare per credere”.
Il tatto ci dice in particolare dove l’altro si situa, vicino o lontano, appena sfiorato o stretto, abbracciato; è il senso che più ci accende di gioia e piacere nelle relazioni, fino all’esultanza. Per questo abbiamo bisogno non solo di scambiare parole o sguardi ma di sentire reciprocamente i corpi accanto, di accarezzare o imprimere un bacio. Nell’esercizio del tatto le mani sono il linguaggio comune, ben oltre le parole. Quale ineffabile arte la carezza…
Quando – speriamo presto – torneremo a stringerci la mano, ad abbracciarci e a baciarci, cerchiamo di essere consapevoli di questo senso e della sua qualità decisiva per la nostra vita. Senza demonizzare la comunicazione virtuale, così utile in questo tempo di pandemia, torniamo a usare le mani e il corpo per vivere la comunicazione come opera d’arte. E il cuore accompagni il tatto, affinché l’epidermide viva e vibri grazie all’arte consapevole del toccare, capace di illuminare le nostre giornate.

(Enzo Bianchi- “Repubblica” – 11 Maggio 2020)