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Lunedì 25 Maggio 2020


In quel tempo, dissero i discepoli a Gesù: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». Rispose loro Gesù: «Adesso credete? Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».


(Gv. 16,29-33)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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È online il nuovo sito consultabile al seguente indirizzo: http://www.laikos.it/

Di sinodalità si può morire

Si parla tanto di sinodalità ma quante ombre …

Riportiamo una riflessione di Stefano Fontana , classe 1952 ,  con laurea in Filosofia col massimo dei voti…  Nel  1980, sempre presso l’Università di Padova, ha conseguito il “Diploma  della Scuola di Perfezionamento in Filosofia” con il massimo dei voti e lode. La tesi, intitolata “La Teologia politica”, è stata poi pubblicata a cura dell’Istituto stesso.  Già docente di Filosofia e Storia nei licei e di Deontologia giornalistica e Storia del giornalismo all’Istituto di Scienze Sociali “Nicolò Rezzara” di Vicenza, dal 2007 insegna Antropologia filosofica della comunicazione e Filosofia del linguaggio nel corso di laurea in Scienze e Tecniche della comunicazione grafica e multimediale presso la sede di Verona dell’Istituto Universitario Salesiano di Venezia (IUSVE).

… Sulla sinodalità incombe l’ombra del proceduralismo o, se vogliamo, del metodo senza i contenuti. La sinodalità vera è data dai contenuti non dai metodi. È la verità a fare la sinodalità e non viceversa. È la verità che ci fa camminare insieme, non siamo noi che, camminando insieme e solo per il fatto di camminare insieme, facciamo la verità. La verità non si fa, è essa che ci fa essere e che ci fa fare. Una Chiesa che convoca continuamente sinodi non è per questo più sinodale.  

Una Chiesa che intimamente e silenziosamente colloquia nello Spirito di Verità e nella dottrina della fede è più sinodale di una che produce questionari per ascoltare il “popolo di Dio” e che sforna in continuità documenti assembleari.

Quante sciocchezze si sentono negli incontri cosiddetti sinodali. Sciocchezze che non perdono tale loro caratteristica solo perché sono dette con sinodalità. Quante sciocchezze abbiamo sentito dire nei due sinodi del 2014 e 2015 che non hanno perso tale loro carattere per il fatto di essere state dette da dei Padri sinodali.

Troppo facile chiamare in causa lo Spirito Santo solo per il carattere di apparente sinodalità delle nostre riunioni, se poi le nostre riunioni non esprimono la verità della dottrina cattolica.

Abbiamo assistito a sinodi diocesani da cui sono uscite bestialità dottrinali sulle quali l’ordinario del luogo non ha detto una parola per non opporsi allo Spirito che avrebbe soffiato sul quel sinodo.

Assisteremo a sinodi universali sulle cui sciocchezze il Papa non dirà una parola per non intralciare il soffio dello Spirito che si sarebbe fatto sentire alle orecchie sensibili dei Padri Sinodali?

Sinodi diversi potranno dire cose dottrinalmente diverse basandosi sulla propria sinodalità?

 

La sinodalità, si dice ora, deve nascere dal basso. Bisogna prima ascoltare il “popolo di Dio”.

Mi chiedo:

  • nel modo indecente con cui è stato ascoltato nella fase preparatoria dei sinodi del 2014 e 2015?
  • Con dei questionari che, per la maggior parte dei casi, erano stati compilati dal parroco?
  • E se fossero stati compilati dall’inner circle del parroco invece che dal parroco solo, avrebbero espresso il “popolo di Dio”?
  • Eppoi chi è il “popolo di Dio” e cosa bisogna essere o fare per appartenervi ed essere consultati?
  • La Chiesa discente è diventata Chiesa docente? Nessuna valorizzazione dei laici implica questo. Spero di non essere mai consultato in questa forma e per questi motivi. Se lo fossi mi rifiuterei.

Una cosa del genere non ha niente a che fare con il principio teologico del sensus fidei presente nei fedeli in virtù del battesimo, ha piuttosto a che fare con le indagini demoscopiche taroccate da chi le propone per far emergere i dati che egli desidera.

Dovremmo ascoltare i consigli pastorali diocesani?

Per farlo bisognerebbe non sapere come essi vengono composti e costituiti. Da dove dovrebbe derivare una loro presunta attitudine ad esprimere “il popolo di Dio”?

Eppoi, c’è un popolo di Dio senza i pastori o prima dei pastori e senza una verità o dottrina della fede che è costitutiva della Chiesa stessa?

Nel 1972 Karl Rahner chiedeva una Chiesa “dal basso”, “democratica”, “declericalizzata”, una Chiesa “aperta”, ossia fondata sullo stare insieme più che sui contenuti di verità di questo stare insieme, una Chiesa “sinodale” con organismi di condivisione, ascolto e partecipazione formati dal basso e che non si limitassero a consigliare il Papa su determinati argomenti, lasciando poi a lui l’ultima parola, ma che avessero capacità deliberative in materia di dottrina e di morale e che fossero quindi ad ogni titolo “magistero”.

La sinodalità è la via per realizzare questo progetto di nuova Chiesa nella quale prevale il processo del camminare insieme più che i contenuti veritativi?

Oggi il vero problema della Chiesa è l’episcopato, vale a dire la perdita del senso di cosa significhi essere successore degli Apostoli. Che non vuol dire produrre sinodalità ma dare testimonianza della Verità, il che poi produrrà anche unità nella Chiesa. Non vuol dire convocare assise sinodali e poi che dicano quello che vogliono, pensando che l’abbia ispirato lo Spirito Santo.

Non vuol dire pronunciare una parola solo se gli altri vescovi della Conferenza episcopale regionale sono d’accordo, altrimenti non si procederebbe in sinodalità: l’episcopato non è una corporazione.

La sinodalità blocca la testimonianza della verità, prima di tutto da parte di tanti vescovi e abitua ad un positivismo sinodale: quanto è detto “insieme” è per ciò stesso vero.

Quello che dice il singolo vescovo, se non assume il metodo sinodale, non è vero ed è guardato con sospetto. Per questo molti vescovi non dicono più niente. Per questo un vescovo non dirà mai che quanto dice un altro vescovo è sbagliato. La sinodalità spesso diventa omertà.

Ecco alcuni pensieri che mi sono venuti alla testa leggendo la Costituzione apostolica Episcopalis communio di Papa Francesco.

Ma forse, anzi con ogni probabilità, sbaglio io, che non sono il Papa: nell’imminente week-end me la dovrò rileggere con attenzione.

(La Nuova Bussola Quotidiana http://lanuovabq.it/it/di-sinodalita-si-puo-morire 3 di 3 01/07/2019, 15:35)

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L’arte consapevole del toccare

 

Qual è stata la rinuncia più grande nei mesi di “clausura” e di distanza richieste per fermare il contagio? Nel conversare con amici, al telefono o sui social, fin dall’inizio è emerso che la fatica maggiore era il non poter più neppure dare la mano a chi si incontrava, tantomeno un abbraccio.
Già nei giorni precedenti la “clausura” questa distanza veniva richiesta e, anche se di malavoglia, ci sorridevamo di lontano, alzavamo la voce per farci sentire, senza avvicinarci. Non è stato facile imparare di colpo la regola della non-prossimità. Anche nella mia convivenza-comunità abbiamo obbedito a queste norme: posti a tavola distanziati, nessun abbraccio nella liturgia, niente segni di attenzione e di confidenza che mettessero in funzione il senso del tatto.
Per spontanea reazione, siamo diventati più che mai digitali per comunicare, per non sentirci soli, in una sorta di bulimia di contatti, pur virtuali. Paradossale: negazione del contatto corporeo e folle bisogno di essere sempre “in contatto”, molto più di quanto facevamo prima (che già non era poco!). L’ho verificato anch’io: molti che non sentivo o vedevo da tempo sono tornati a cercarmi in questo modo. Abbiamo dunque vissuto senza contatti fisici, reprimendo l’affezione e l’empatia che solo l’incontro personale può dare. E siamo stati feriti dal sapere che i malati andavano verso la morte isolati e privati della possibilità di contatti fisici, quando più ne avrebbero avuto bisogno.
Tutto ciò mi ha fatto riflettere sul tatto, il senso più “antico”, attivo in ciascuno di noi fin dalla condizione di feto nel grembo materno. Il tatto è sempre in esercizio per ogni animale vivente. Ogni giorno della nostra vita, fino a quello della morte, quando qualcuno, toccandoci, dirà: “Non respira più!”. Il tatto è reciproco, si accende grazie al con-tatto. È mediante il tatto che realizziamo la relazione del corpo con il mondo: il nostro corpo tocca e prende qualcosa dal mondo che, a sua volta, è tangibile. Ed è il tatto che, più degli altri sensi, attesta l’esperienza certa, secondo l’espressione comune: “Toccare per credere”.
Il tatto ci dice in particolare dove l’altro si situa, vicino o lontano, appena sfiorato o stretto, abbracciato; è il senso che più ci accende di gioia e piacere nelle relazioni, fino all’esultanza. Per questo abbiamo bisogno non solo di scambiare parole o sguardi ma di sentire reciprocamente i corpi accanto, di accarezzare o imprimere un bacio. Nell’esercizio del tatto le mani sono il linguaggio comune, ben oltre le parole. Quale ineffabile arte la carezza…
Quando – speriamo presto – torneremo a stringerci la mano, ad abbracciarci e a baciarci, cerchiamo di essere consapevoli di questo senso e della sua qualità decisiva per la nostra vita. Senza demonizzare la comunicazione virtuale, così utile in questo tempo di pandemia, torniamo a usare le mani e il corpo per vivere la comunicazione come opera d’arte. E il cuore accompagni il tatto, affinché l’epidermide viva e vibri grazie all’arte consapevole del toccare, capace di illuminare le nostre giornate.

(Enzo Bianchi- “Repubblica” – 11 Maggio 2020)