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Vangelo del giorno
Martedì 07 Luglio 2020


In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni».
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».


(Mt. 9,32-38)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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CONCILIO DI TRENTO



CONCILIO VATICANO I°

 

È online il nuovo sito consultabile al seguente indirizzo: http://www.laikos.it/

La buona Notizia


Venti anni fa, l’11 Gennaio 1999, ci lasciava, all’età di 58 anni, Fabrizio De André che con Don Gallo ha condiviso , per le vie di Genova, il racconto del mondo.
In tutti suoi brani, che sono una «antologia dell’amore», De Andrè parla all’uomo, amandolo, penetrando nell’angolo più misterioso della sua anima, risvegliando il dubbio che Dio esista.
Come tutti i cercatori autentici, non si ferma alla superficialità … alle regole … alle liturgie che si autoesaltano, ma, attraverso il tormento tra ragione e mistero, non chiude la porta a un Dio, pazzamente innamorato dell’uomo, per il quale, questo “ Dio folle” “dimentica il cielo” e cammina con lui assumendo in tutto la condizione di uomo.

Un gruppo spontaneo di amici vuole “ricantare” la “Buona Novella” di Faber, “evangelista involontario” come Pasolini.
È una “Buona notizia” rivisitata nella musicalità attraverso una rielaborazione corale e una rilettura di testi e riflessioni che cercano di riscoprire Fabrizio agnostico, cercatore ma non ateo.
Egli canta il “cristianesimo di Cristo”, non quello di certa Chiesa lontana dal Cristo. Quel Cristo che scandalizzava il “clero” del suo tempo, pronto a lapidarlo, aprendo le porte del suo regno a pubblicani e prostitute.

Vi aspettiamo al CentroSud di Castelbuono, mercoledì 17 aprile con un primo appuntamento alle ore 18,30 ( familiari e soci Auser) e un secondo appuntamento alle ore 21 avendo cura – per la limitatezza della recettività – di ritirare un coupon-invito, assolutamente gratuito, c/o Comunità Itria.

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In questo box il Testo del Teatro-Musica " Io Francesco piccolo ... l'ultimo dei minori"

( Cliccando sulla locandina è possibile aprire il file del "copione" e/o scaricarlo)

Di seguito alcune clip video di prova.

( Cliccando sull' icona della clip è possibile aprire il video) www.ilconfronto.com
PRIMA PARTE: La conversione- La spogliazione.


SECONDA PARTE: la regola.


TERZA PARTE: Francesco e Chiara: " Audite poverelle"
Kenosis-Passio Domini
Cliccando sulle tre icone puoi vedere i tre filmati "Staba Mater" e " Passio Domini" " Apocalypsis Die " eseguiti a Castelbuono il 21 Aprile 2004 ore 20,30 nella Chiesa di San Francesco. - Cliccando sull'icona " Kenosis" potrai leggere o scaricare il libretto dei testi in pdf,
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Il confine invisibile tra noi e gli altri

 

“Noi”, “gli altri”: quante volte ricorriamo a queste categorie per comprendere problemi e giustificare atteggiamenti. Ora, se siamo più attenti, ci rendiamo conto che è arduo definire i confini tra queste due entità.
Quando accostiamo i termini “noi” e “gli altri”, iniziamo un percorso suscettibile di infinite varianti: ci possiamo inoltrare su un ponte gettato tra due mondi, oppure andare a sbattere contro un muro. Possiamo anche scoprire l’opportunità di un intreccio fecondo, dell’insopprimibile connessione che abita noi e loro. Sì, perché ogni umano esiste in quanto essere-in-relazione: con quanti lo hanno preceduto, con chi gli è o è stato accanto, con il “prossimo”, con quanti ha avuto o avrà modo di incontrare, con il pensiero e le azioni di persone che non ha mai conosciuto. Addirittura, con chi non conoscerà mai, eppure contribuisce con la sua esistenza al mirabile corpo collettivo dell’umanità.
La consapevolezza dell’intima connessione tra ciascuno di noi e gli altri va ridestata con lucidità, in quest’epoca in cui si è giunti a ipotizzare la “morte del prossimo”, la scomparsa di colui che, alla lettera, è “più vicino”. Mentre veniamo quotidianamente sollecitati a una generica solidarietà con chi è lontano, siamo spinti a non vedere chi ci è accanto e attende, prima che un gesto di comunione, il semplice riconoscimento della sua esistenza. Comunichiamo a distanza, interagiamo in “tempo reale”, ci sentiamo connessi con una rete globale, ma distogliamo lo sguardo da “l’altro accanto a noi”. Ciò non discende forse dall’aver perso la consapevolezza che, in ultima analisi, “l’altro siamo noi”?
Al riguardo, possiamo prendere spunto da Michel de Certeau, teologo e antropologo, instancabile viaggiatore attraverso paesi e culture diverse, il quale definiva l’essere umano come chi cerca di “far posto all’altro”: per lui l’altro, lo straniero è al contempo “l’irriducibile e colui senza il quale vivere non è più vivere”. In questo senso possiamo declinare il rapporto tra noi e gli altri come una relazione dinamica in cui entra in gioco anche la dimensione temporale: oggi io sono quello che altri sono stati prima di me e, a loro volta, gli altri possono diventare quello che io sono o ero a un certo punto della mia vicenda.
Sì, nella dialettica tra noi e gli altri si gioca il difficile equilibrio, mai raggiunto pienamente, tra identità e convivenza. In che modo riconoscere e coltivare la propria identità senza collocarla in rapporto dinamico con l’essere accanto al diverso? E come convivere in un confronto civile tra persone, etnie e culture diverse senza aver chiara consapevolezza della propria identità e di come questa si sia formata attraverso successive, ininterrotte mescolanze con alterità che da lontane si sono fattevicine?
Scriveva Edmond Jabès: “Lo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno straniero … La distanza che ci separa dallo straniero, dall’altro è quella stessa che ci separa da noi”. Che questa distanza sia ponte o baratro dipende solo da noi, giorno dopo giorno.

(Enzo Bianchi- “Repubblica” – 25 Maggio 2020)