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Vangelo del giorno
Sabato 31 Ottobre 2020

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto.
Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».


(Lc. 14, 1.7-11)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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È online il nuovo sito consultabile al seguente indirizzo: http://www.laikos.it/

IL PASTORE
E IL MERCENARIO
 di Fausto Bertinotti
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 IV Domenica di Pasqua, Anno B 7 Maggio 2006 . ( da Adista: Omelia Fuoritempio )

 Vangelo di Giovanni  ( 10,11-18 )

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore.  Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde;  egli è un mercenario e non gli importa delle pecore.  Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,  come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore.  E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.  Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.  Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».

È nota l’importanza teologica di questo passo. La fortuna anche iconografica della figura del buon pastore. Ma vorrei provare a dare a questo passo una lettura diversa, forse un po’ eccentrica.
Da una parte sta il buon pastore, dall’altra il mercenario. Intanto, ci dice il passo, “il mercenario non è pastore”. La differenza tra i due non è una differenza di attività, una differenza accessoria, la differenza è ontologica. “Io sono il buon pastore […], il mercenario non è pastore”. Il pastore è come una vita sola con le pecore: “Dà la sua vita per le pecore”. Il rapporto tra pastore e pecore è un rapporto non scindibile, l’uno è parte delle altre, il rapporto si gioca al livello dell’essere. Al mercenario “non importa delle pecore”. La sua sorte è separata e opposta alle pecore: quando arriva il lupo, il suo rapporto di mero sfruttamento con le pecore, il suo rapporto utilitaristico, si interrompe, le loro sorti si separano, egli ha il suo guadagno, e che le pecore periscano non è affare suo.
Il rapporto del pastore con le pecore, invece, è ancor meglio precisato al versetto 14: “conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. Quello che qui si mostra, quello che fa da sostrato all’interpretazione teologica della parabola, è una realtà altrettanto importante. Anzi, l’interpretazione teologica è possibile proprio in quanto si basa su un’esperienza. L’esperienza del rapporto tra l’uomo ed il mondo che lo circonda, si direbbe oggi l’ambiente, ma io preferisco mondo. Il pastore è l’uomo che riconosce l’assenza di cesura tra sé e il mondo. E questa mancanza di cesura, questa non separabilità è riconosciuta come originaria ed autentica. È un uomo che sa la sua sorte essere strettamente legata alla sorte del mondo. Egli vive se le pecore vivono, egli conosce questo ambiente come suo ed esso lo riconosce come parte: tra questo uomo ed il mondo non c’è estraneità, ma reciproca conoscenza.
Conoscenza così completa che permette ed anticipa la conoscenza delle cose ultramondane: “come il Padre conosce me ed io conosco il Padre”. Questa intimità con l’ambiente circostante è originaria e consente come tale, perché è della stessa natura, l’apertura verso l’Altro.
Il mercenario invece ha con il mondo (le pecore) un rapporto di estraneità. Il suo mondo è il mondo delle cose che si comprano e che si vendono. È un mondo sfruttato e da cui si trae guadagno immediato, ma in questo guadagno è già iscritta la rovina sia del mercenario che del mondo. Arriva il lupo. Irrompe la realtà che denuncia il rapporto reificato. Le pecore si disperdono, il mercenario fugge. Non c’è scampo, né per il mercenario, né per le pecore. La reciproca estraneità porta alla distruzione e alla perdita di soggetto e contesto.
Il rapporto originario, invece, di pastore e pecore, di soggetto e ambiente consente l’apertura verso l’Altro, e con questo – attraverso di questo – anche il rapporto verso gli altri. [16] “E ho altre pecore che non sono di quest’ovile. Anch’esse io devo guidare, ascolteranno la mia voce e saranno un solo gregge, un solo pastore”. Solo per l’uomo non separato dal mondo, per l’uomo non-merce, è possibile il rapporto con gli altri. L’altro gregge, il vicino. Gli altri sono interessanti tanto quanto il sé e il suo gregge. E questo rapporto si presenta non come un rapporto di conquista ma di dialogo: “ascolteranno la mia voce”. Il pastore parla e gli altri rispondono alla parola, si mettono in ascolto. Fuori dal mondo mercificato, il dialogo tra diversi è possibile ed è possibile l’ascolto reciproco. Un ascolto che si fa rapporto, ma mai conquista perché non solo si dice “saranno un solo gregge”, ma anche “un solo pastore”. Un rapporto che prevede che non ci sia un includente ed un incluso. Un inculturante ed un inculturato. Lo scambio è paritario. Non si dice “ci sarà un solo pastore”, un conquistatore o un signore, ma “saranno un solo pastore”. Un umanesimo che non si fonda su un’idea precostituita di umanità ma su un’unità originaria di parola e ascolto.
E qui l’ultima, enorme, conseguenza di questo essere immediati nel mondo. La morte. Il pastore e le pecore sono legati in un destino indissolubile. Fino alla morte, perfino nella morte. Ma essa non è più elemento estraneo. [Gv 18] “[La vita] nessuno me la toglie, ma io la do da me stesso. Ho il potere di darla e ho il potere di riprenderla”. Questo versetto, letto su un piano completamente umano, è il perfetto completamento del ragionamento fatto sopra. La morte stessa, in un’ontologia di non-separatezza, è evento naturale di cui l’uomo diviene soggetto e non oggetto passivo. La morte e la vita sono nella natura del soggetto, sono sorte che lega uomo e mondo. Il potere stesso “di darla” non è la forza prometeica del mercenario che sfida e sfrutta il mondo alla ricerca spasmodica di una maschera d’immor-talità, ma energia creativa e accettazione dell’ordine naturale: “questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio”.

* segretario nazionale
del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

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“Dove va la chiesa?”

 

Dove va la chiesa? Ogni tanto è bene fermarsi e tornare ai fondamenti, chiedendosi: “Chi è la chiesa?”. La chiesa, ekklesía, è un’assemblea di ekkletoí, una realtà di uomini e donne che Dio chiama, distingue dagli altri attraverso la sua Parola; una realtà plasmata dal Vangelo di Gesù Cristo; una realtà costantemente edificata in un corpo dallo Spirito santo (cf. Ef 2,22). Ecco chi è la chiesa. E dico “chi”, non “che cosa”, perché la chiesa è un soggetto, una creatura, una persona mistica.
Ma la chiesa, creatura Verbi, realtà che è nata e sempre nasce dalla Parola di Dio, vive nel mondo, nella storia e a servizio dell’umanità intera. Non è un luogo segnato dal privilegio della chiamata, ma piuttosto contraddistinto dalla responsabilità verso tutti gli altri. Come il popolo santo dell’antica alleanza è un popolo scelto da Dio in Abramo affinché la benedizione di Dio giunga a tutte le genti (cf. Gen 12,2-3), così la chiesa è chiamata a portare la salvezza al mondo intero. Per questo la chiesa è costitutivamente luogo di dialogo: luogo della parola che si lascia attraversare da un’altra parola; luogo in cui si intrecciano linguaggi e cammini di comunione; luogo in cui regna la comunicazione.
Chiamati al dialogo con Dio, i cristiani hanno il compito di intessere un dialogo anche con tutti gli altri esseri umani. Questa è la loro funzione sacerdotale tra le genti della terra (cf. 1Pt 2,5.9; Es 19,6), la loro ragion d’essere: l’essere strumento di dialogo e riconciliazione. Per questo la chiesa nata a Pentecoste è un realtà che sa esprimere la buona notizia nelle diverse lingue della terra (cf. At 2,1-11). Subito la chiesa per bocca di Pietro e degli altri proclama il Cristo risorto e vivente, e ciascuno sente risuonare l’annuncio nella propria lingua. Nella mattina di Pentecoste le persone presenti a Gerusalemme non devono assumere un’altra lingua, ma è la chiesa che annuncia il Vangelo nella loro lingua, dunque fa innanzitutto un passo di dialogo attraverso il suo linguaggio.
Sì, la chiesa nasce dialogica, è per sua natura capace di un dialogo plurale con le diverse culture e genti della terra a cui è inviata: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8), dice il Risorto agli Undici. Non è un caso che la chiesa abbia subito saputo dialogare con il mondo, addirittura con il mondo a lei ostile dell’impero romano, in un’epoca in cui, a fasi alterne, subiva una persecuzione a tratti persino cruenta. Anche in quei primi tre secoli i cristiani hanno dialogato con i cittadini dell’impero, con la cultura filosofica pagana, con le diverse genti del Mediterraneo. Gli scritti di apologeti come Giustino e di padri come Clemente Alessandrino e Basilio ne danno ampia testimonianza.
I cristiani si mostravano cittadini leali verso l’autorità politica romana, pregavano per essa, si sottomettevano alle leggi (cf. Rm 13,1-7) e cercavano di vivere in pace con tutti. Ma dobbiamo confessare con umiltà che, a partire dal IV secolo, talvolta questo atteggiamento è stato smentito dagli stessi cristiani e la chiesa non sempre è stata luogo di dialogo. Soprattutto nella difesa della verità – come affermò con coraggio Giovanni Paolo II durante il giubileo del 2000 – i cristiani hanno assunto metodi in contraddizione con la verità di Cristo e con il suo spirito. Invece del dialogo abbiamo praticato l’esclusione; invece dell’ascolto delle differenze la condanna; invece della comprensione o della tolleranza addirittura la persecuzione di chi era “altro”: gli ebrei, gli “eretici” e, più in generale, chiunque mostrasse una diversità di opinioni, di etica, di fede.
Infine, dopo tre secoli in cui la chiesa era stata spaventata dalla modernità, dall’illuminismo, dalla rivoluzione francese e poi dalla laicità e dall’ostilità dei grandi imperi e delle ideologie totalitarie, ecco arrivare papa Giovanni XXIII, il Concilio Vaticano II, Paolo VI. Papa Giovanni fece nuovamente del dialogo l’atteggiamento della chiesa: dialogo con i “fratelli separati”, si diceva allora dei cristiani non cattolici; dialogo con gli ebrei dopo secoli di ostilità; dialogo con gli uomini non cristiani e non credenti… E qui mi corre l’obbligo di ricordare, accanto alla costituzione conciliare Gaudium et spes, anche un’enciclica di Paolo VI oggi purtroppo dimenticata: l’Ecclesiam suam (6 agosto 1964). La sua terza parte è dedicata proprio al dialogo che la chiesa, per la sua stessa natura, deve intrattenere. Da questo splendido testo cito alcune parole che accesero il cuore di tanti di noi, che lo fecero ardere di gioia e di commozione, perché vedevamo in esse l’aggiornamento, la riforma voluta da papa Giovanni e dal Concilio, confermata e indicata da Paolo VI:
Daremo a questo interiore impulso di carità, che diventa dono esteriore di carità, il nome di dialogo. La chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La chiesa si fa parola; la chiesa si fa messaggio; la chiesa si fa colloquio … Ancor prima di convertire il mondo, bisogna accostarlo e parlargli … L’origine del dialogo si trova nell’intenzione stessa di Dio. Il dialogo deve ricominciare ogni giorno; e da noi prima che da coloro a cui è rivolto (§§ 66-67.70.72.79).
Queste parole di Paolo VI sono coraggiose, ferme, convinte e piene del Vangelo e dei sentimenti di Cristo. A partire da questa intuizione centrale, il papa tracciava nell’enciclica alcuni cerchi, di costante attualità:
• dialogo con tutto ciò che umano e con tutta l’umanità. Questo in vista dell’umanizzazione, compito comune a cristiani e non cristiani; in vista della pace, dono supremo per l’umanità;
• dialogo con tutti i credenti in Dio, i cercatori di Dio nelle altre religioni;
• dialogo con i fratelli cristiani non cattolici;
• dialogo all’interno della chiesa tra pastori e fedeli, tra doni diversi, tra le diverse componenti della chiesa.
In quest’ottica, ci possiamo lasciare con le parole di un mirabile testo delle origini cristiane, indirizzato da un anonimo credente in Cristo a un certo Diogneto:
I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Non abitano neppure città proprie, né usano una lingua particolare, … ma testimoniano uno stile di vita mirabile e, a detta di tutti, paradossale … Risiedono nella loro patria ma come stranieri domiciliati (pároikoi); a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri (xénoi); ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non espongono i loro nati. Mettono in comune la tavola, ma non il letto … Dio ha assegnato loro una missione così importante che essi non possono disertare (A Diogneto V,1-2.4-7; VI,10).

(Enzo Bianchi- “Vita Pastorale” – Luglio 2020)