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Sabato 26 Settembre 2020

In quel  giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.


(Lc. 9,43b-45)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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P. Giuseppe Puglisi: una testimonianza di P. Giuseppe Bellia

P Giuseppe BelliaAvvicinandosi il giorno della beatificazione di P. Giuseppe Puglisi, una testimonianza don pinodi Padre Giuseppe Bellia, docente di teologica biblica presso la Pontificia facoltà “San Giovanni evangelista” di Palermo, e parroco di Santa Maria della Mercede in pieno centro a Catania, pubblicata su LiveSicilia-Catania.

Spiega don Giuseppe:“ Lui ha tentato di togliere quella manovalanza su cui l’ignoranza fa progredire i futuri uomini di mafia, ma non fu  un prete antimafia”. ….. “La gente mi sembra indifferente, non c’è il seguito popolare degno di un martire”

Di seguito il testo dell’intervista.

Quale insegnamento ci consegna la beatificazione di Don Pino Puglisi?

“Dovrebbe essere innanzitutto un incoraggiamento per la Chiesa, per le chiese di Sicilia. Un incoraggiamento che ha gradualità diverse, a seconda di come viene recepito dai vescovi, dai preti, dai cristiani che frequentano le comunità. E poi, così, dei siciliani in genere. Ognuno dovrebbe trarne uno stimolo a capire che tutto ciò che si fa per la giustizia, per la verità, per il bene, è gradito a Dio. Ed è gradito pure agli uomini. Questo è l’insegnamento minimale. C’è un rischio però…”

Quale?

“Quello cioè che queste celebrazioni possano ingessare i nostri martiri, quasi imbalsamandoli. Sa come si dice: lui è stato bravo, noi invece continuiamo a fare la nostra vita. Invece bisogna cogliere l’elemento dell’ordinarietà quotidiana”.

Catania ha sant’Agata, una martire, come patrona. Esiste qui una educazione alla martiria, alla testimonianza, allo stesso martirio di sangue?

“In passato sì. Catania ha offerto molte vocazioni. Ad esempio, tra le primissime petit soeur di Charles De Foucauld c’erano appunto delle catanesi. Ultimamente mi sembra però una città, una chiesa, addormentata. Mi sembra che condivida le sorti di tutta la Chiesa italiana e siciliana in particolare. A cui si aggiungono quelle caratteristiche tipicamente catanesi di sonno e di distrazione. Su questo bisognerebbe saper indagare con lealtà e con coraggio”.

Al momento Don Puglisi è l’unico prete vittima della mafia. In una terra dalla profonda tradizione cattolica questo dato non suona come un paradosso?

“Certo. Questo ci interpella. Ci interroga. Ci dovrebbe pure inquietare. Eppure in Sicilia c’è stato un forte movimento dei preti antimafia. Su questo si dovrebbe fare chiarezza. Puglisi non era un prete antimafia. Si può essere un po’ salottieri nell’essere antimafia, si può essere secondo le tendenze, mentre ciò che sconfigge la mafia è una onesta di fondo. Appunto perché uno vuole rendere a Dio di ciò che fa. Ogni volta che uno vuole rendere conto a Dio si trova contro il muro del male, della menzogna e della violenza”.

Padre Puglisi cosa ha fatto nel concreto?

“Lui ha tentato di togliere quella manovalanza su cui l’ignoranza fa progredire i futuri uomini di mafia. Uomini che, il più delle volte, come nel caso del pentito che ha ucciso Puglisi, sono delle semplici marionette. L’opera di Padre Puglisi è stata quella appunto di seminare speranza. Perché tutte le volte che un uomo, ed in particolare un prete, può fare credere che una situazione di invivibilità può cambiare, lì c’è profezia”.

Come predicare un Dio ai mafiosi visto che ne conoscono già uno dai tratti molto prossimi a quello del cristianesimo?

“Sì, molto simili, diciamo, nella coreografia esterna, nel ritualismo, non nella liturgia profonda. Non basta avere santini. Semmai c’è una duplice lettura che si può fare. Da una parte è vero, ci sono alcuni scritti, penso a Cavadi, che si sono occupati di questa mimesi mafiosa di aderire ad una ritualità culturalmente condivisa. Dall’altra parte però noi cristiani sappiamo che i rivali di Dio sono tre falsi dei”.

Quali sarebbero?

“Semplice: il potere violento, militare, il primo; il potere economico, il secondo; il potere religioso, il terzo. Corrispondo alle tre tentazioni di Gesù. Non possiamo quindi stupirci che ci sia una volontà da parte del maligno, e di quelli che ne sono volontari e generosi mediatori, di voler in qualche modo prendere il posto di Dio. La tradizione della Chiesa ci insegna che Satana non è originale, è un grande scimmione. Gioca sempre sul denaro, il potere e il sesso”.

Ultimamente Giuliano Ferrara, parlando di Sicilia, ha parlato di connivenze storiche tra mafiosi e “vescovi di Palermo”. Come commenta?

“Vescovi no. Del clero sì. Ci sono dei casi appurati. Ci sono mafiosi che si sono potuti sposare segretamente in chiesa. Alcuni mafiosi avevano addirittura il cappellano privato che gli celebrava la messe mentre loro gestivano i loro affari. La mia sensazione è che la maggioranza del clero fosse distratto. Più che una complicità attiva, parliamo di peccati di omissioni”.

Sulla lotta alla Mafia, la Chiesa ha da imparare qualcosa dai laici e dagli atei?

“Il problema degli atei va rivisto. Si può esserlo in termini ideologici, ma sono davvero in pochi. In generale abbiamo a che fare con degli agnostici. Per noi cristiani, quando uno ricerca sinceramente la giustizia, il bene, ma anche il bello estetico, che lo sappia o no, sta cercando Dio. Tutti gli uomini hanno una immagine originaria di Dio, tutti. Noi cristiani dovremmo avere in più l’immagine del Cristo crocifisso. Spesso ci troviamo compagni di strada con quelli che si dicono atei, che hanno però un forte senso di giustizia maggiore rispetto ad altri che sono assidui frequentatori di sagrestie”.

Vent’anni fa, Giovanni Paolo II, da Agrigento, ha lanciato un monito durissimo contro i mafiosi, appellandosi al “giudizio di Dio”. Qual è l’eredità di quello slancio?

Innanzi tutto va ricordato che fu un fuori testo. Il discorso preparato non prevedeva quelle parole. Ma lo Spirito, per fortuna, non agisce secondo il copione clericale. Dobbiamo ricordare questo dettaglio. Fu l’incontro con i genitori di Rosario Livatino, che gli dissero qualcosa sulla vita cristiana del figlio, che impressionò il Papa. Quel grido, “convertitevi”, è il grido della Chiesa, ma è anche il grido dello Spirito a tutti.

In che accezione Puglisi non fu un prete antimafia?

Noi, anche quando abbiamo a che fare con i nemici, non dobbiamo essere lì per punirli o condannarli. La nostra predicazione ha senso affinché possa provocare una crisi di coscienza. Il profeta deve annunciare in vista di una conversione. La differenza con i preti antimafia e il non fermarsi all’indignazione e alla condanna, ma offrire una speranza.

Padre Puglisi fu definito, quando era ancora in vita, una “prete rosso”, un comunista. Da vivo che immagine si aveva di lui?

A quei tempi, chiunque si occupava di ingiustizia era subito un “comunista”. Come si può caratterizzare a destra, chiunque voglia mettere un po’ di ordine. Certo, c’era un certo sentire diffuso nel clero palermitano, convinto che, infondo, se la fosse cercata, quasi fosse un fanatico. Anche santo Stefano era però un fanatico, mentre Pietro se ne stava tranquillo nel tempio.

Crede dunque che il clero sia immobile?

É lo spirito che deve agire. Anche qui, mi lasci dire una cosa, la celebrazione di padre Puglisi non mi pare abbia una seguito popolare degno di un martire. Oggettivamente la gente è indifferente.

Sono parole dure, non trova?

Guardi, io ho preso la decisione di tornare in Sicilia esattamente il 15 settembre 1993, quando ammazzarono Puglisi. Sono tornato un mese dopo. Ho pensato che una Chiesa con un martire è una grande Chiesa.

Padre Puglisi è un modello per i giovani?

Gli effetti del martirio di Puglisi li vedranno le prossime generazioni, che sono un po’ più insofferenti e meno supine rispetto ai giovani di allora.

Si riferisce agli ultimi fenomeni politici che hanno dato un certo successo al movimento Beppe Grillo?

Non voglio che si crei confusione su questo punto. Non è che chi più grida ha più ragione o chi più s’indigna è più onesto o competente degli altri. Esistono le mediazioni, quelle vanno percorse. Esiste una professionalità, e quella va percorsa. Esiste una gradualità nell’impegno per gli altri e quello va provato. Non si nasce olimpionici, ma c’è un esercizio che va compiuto quotidianamente.

( Ferdinando Massimo Adonia – 18 Maggio 2013 )

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“Dove va la chiesa?”

 

Dove va la chiesa? Ogni tanto è bene fermarsi e tornare ai fondamenti, chiedendosi: “Chi è la chiesa?”. La chiesa, ekklesía, è un’assemblea di ekkletoí, una realtà di uomini e donne che Dio chiama, distingue dagli altri attraverso la sua Parola; una realtà plasmata dal Vangelo di Gesù Cristo; una realtà costantemente edificata in un corpo dallo Spirito santo (cf. Ef 2,22). Ecco chi è la chiesa. E dico “chi”, non “che cosa”, perché la chiesa è un soggetto, una creatura, una persona mistica.
Ma la chiesa, creatura Verbi, realtà che è nata e sempre nasce dalla Parola di Dio, vive nel mondo, nella storia e a servizio dell’umanità intera. Non è un luogo segnato dal privilegio della chiamata, ma piuttosto contraddistinto dalla responsabilità verso tutti gli altri. Come il popolo santo dell’antica alleanza è un popolo scelto da Dio in Abramo affinché la benedizione di Dio giunga a tutte le genti (cf. Gen 12,2-3), così la chiesa è chiamata a portare la salvezza al mondo intero. Per questo la chiesa è costitutivamente luogo di dialogo: luogo della parola che si lascia attraversare da un’altra parola; luogo in cui si intrecciano linguaggi e cammini di comunione; luogo in cui regna la comunicazione.
Chiamati al dialogo con Dio, i cristiani hanno il compito di intessere un dialogo anche con tutti gli altri esseri umani. Questa è la loro funzione sacerdotale tra le genti della terra (cf. 1Pt 2,5.9; Es 19,6), la loro ragion d’essere: l’essere strumento di dialogo e riconciliazione. Per questo la chiesa nata a Pentecoste è un realtà che sa esprimere la buona notizia nelle diverse lingue della terra (cf. At 2,1-11). Subito la chiesa per bocca di Pietro e degli altri proclama il Cristo risorto e vivente, e ciascuno sente risuonare l’annuncio nella propria lingua. Nella mattina di Pentecoste le persone presenti a Gerusalemme non devono assumere un’altra lingua, ma è la chiesa che annuncia il Vangelo nella loro lingua, dunque fa innanzitutto un passo di dialogo attraverso il suo linguaggio.
Sì, la chiesa nasce dialogica, è per sua natura capace di un dialogo plurale con le diverse culture e genti della terra a cui è inviata: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8), dice il Risorto agli Undici. Non è un caso che la chiesa abbia subito saputo dialogare con il mondo, addirittura con il mondo a lei ostile dell’impero romano, in un’epoca in cui, a fasi alterne, subiva una persecuzione a tratti persino cruenta. Anche in quei primi tre secoli i cristiani hanno dialogato con i cittadini dell’impero, con la cultura filosofica pagana, con le diverse genti del Mediterraneo. Gli scritti di apologeti come Giustino e di padri come Clemente Alessandrino e Basilio ne danno ampia testimonianza.
I cristiani si mostravano cittadini leali verso l’autorità politica romana, pregavano per essa, si sottomettevano alle leggi (cf. Rm 13,1-7) e cercavano di vivere in pace con tutti. Ma dobbiamo confessare con umiltà che, a partire dal IV secolo, talvolta questo atteggiamento è stato smentito dagli stessi cristiani e la chiesa non sempre è stata luogo di dialogo. Soprattutto nella difesa della verità – come affermò con coraggio Giovanni Paolo II durante il giubileo del 2000 – i cristiani hanno assunto metodi in contraddizione con la verità di Cristo e con il suo spirito. Invece del dialogo abbiamo praticato l’esclusione; invece dell’ascolto delle differenze la condanna; invece della comprensione o della tolleranza addirittura la persecuzione di chi era “altro”: gli ebrei, gli “eretici” e, più in generale, chiunque mostrasse una diversità di opinioni, di etica, di fede.
Infine, dopo tre secoli in cui la chiesa era stata spaventata dalla modernità, dall’illuminismo, dalla rivoluzione francese e poi dalla laicità e dall’ostilità dei grandi imperi e delle ideologie totalitarie, ecco arrivare papa Giovanni XXIII, il Concilio Vaticano II, Paolo VI. Papa Giovanni fece nuovamente del dialogo l’atteggiamento della chiesa: dialogo con i “fratelli separati”, si diceva allora dei cristiani non cattolici; dialogo con gli ebrei dopo secoli di ostilità; dialogo con gli uomini non cristiani e non credenti… E qui mi corre l’obbligo di ricordare, accanto alla costituzione conciliare Gaudium et spes, anche un’enciclica di Paolo VI oggi purtroppo dimenticata: l’Ecclesiam suam (6 agosto 1964). La sua terza parte è dedicata proprio al dialogo che la chiesa, per la sua stessa natura, deve intrattenere. Da questo splendido testo cito alcune parole che accesero il cuore di tanti di noi, che lo fecero ardere di gioia e di commozione, perché vedevamo in esse l’aggiornamento, la riforma voluta da papa Giovanni e dal Concilio, confermata e indicata da Paolo VI:
Daremo a questo interiore impulso di carità, che diventa dono esteriore di carità, il nome di dialogo. La chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La chiesa si fa parola; la chiesa si fa messaggio; la chiesa si fa colloquio … Ancor prima di convertire il mondo, bisogna accostarlo e parlargli … L’origine del dialogo si trova nell’intenzione stessa di Dio. Il dialogo deve ricominciare ogni giorno; e da noi prima che da coloro a cui è rivolto (§§ 66-67.70.72.79).
Queste parole di Paolo VI sono coraggiose, ferme, convinte e piene del Vangelo e dei sentimenti di Cristo. A partire da questa intuizione centrale, il papa tracciava nell’enciclica alcuni cerchi, di costante attualità:
• dialogo con tutto ciò che umano e con tutta l’umanità. Questo in vista dell’umanizzazione, compito comune a cristiani e non cristiani; in vista della pace, dono supremo per l’umanità;
• dialogo con tutti i credenti in Dio, i cercatori di Dio nelle altre religioni;
• dialogo con i fratelli cristiani non cattolici;
• dialogo all’interno della chiesa tra pastori e fedeli, tra doni diversi, tra le diverse componenti della chiesa.
In quest’ottica, ci possiamo lasciare con le parole di un mirabile testo delle origini cristiane, indirizzato da un anonimo credente in Cristo a un certo Diogneto:
I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Non abitano neppure città proprie, né usano una lingua particolare, … ma testimoniano uno stile di vita mirabile e, a detta di tutti, paradossale … Risiedono nella loro patria ma come stranieri domiciliati (pároikoi); a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri (xénoi); ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non espongono i loro nati. Mettono in comune la tavola, ma non il letto … Dio ha assegnato loro una missione così importante che essi non possono disertare (A Diogneto V,1-2.4-7; VI,10).

(Enzo Bianchi- “Vita Pastorale” – Luglio 2020)