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Vangelo del giorno
Mercoledì 23 Settembre 2020

In quel tempo, Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro».
Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.


(Lc. 9,1-16)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

Libri da leggere

 

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Racconti di un pellegrino russo

Il piccolo Principe

Il gabbiano Jonathan Livingston

Dio su una Harley

Ascoltare la parola

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Concili nei secoli
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I° CONCILIO DI NICEA



I° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



I° CONCILIO DI EFESO



I° CONCILIO DI CALCEDONIA



II° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



III° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



II° CONCILIO DI NICEA



IV° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



LETTERA A DIOGNETO


I° CONCILIO LATERANENSE



II° CONCILIO LATERANENSE



II° CONCILIO LATERANENSE



IV° CONCILIO LATERANENSE



I° CONCILIO DI LIONE



II° CONCILIO DI LIONE



CONCILIO DI VIENNA



CONCILIO DI COSTANZA



CONCILIO DI BASILEA



V CONCILIO LATERANENSE


CONCILIO DI TRENTO



CONCILIO VATICANO I°

 

Rassegna video

Soffri la solitudine

  Molti cercano la comunione per paura della solitudine. Siccome non sanno più rimanere soli, sono spinti in mezzo agli uomini. Anche cristiani che non riescono a risolvere i loro problemi sperano di trovare aiuto dalla comunione con altri. Di solito, poi, sono delusi e rimproverano alla comunità ciò che è colpa loro. La comunità cristiana non è una casa di cura per lo spirito; chi, per sfuggire a se stesso, entra nella comunità, ne abusa per chiacchiere e distrazione, per quanto spirituale possa sembrare il carattere di queste chiacchiere e distrazione. In realtà egli non cerca affatto comunione, ma l’ebbrezza che possa fargli dimenticare per un momento la sua solitudine, e proprio così crea la solitudine mortale dell’uomo. Il risultato di simili tentativi di guarigione sono la disgregazione della Parola e di ogni reale esperienza e, infine, rassegnazione e morte spirituale.«Chi non sa rimanere solo tema la comunità». Infatti egli arrecherà solo danno a sé e alla comunità. Solo ti sei trovato di fronte a Dio quando ti ha chiamato, solo hai dovuto seguire la sua chiamata, solo hai dovuto prendere su di te la tua croce, lottare e pregare solo, e solo morrai e renderai conto a Dio. 

Non puoi sfuggire a te stesso; infatti è Dio che ti ha scelto. Se non vuoi restare solo, respingi la vocazione rivolta a te da Cristo e non partecipare alla comunione degli eletti. «Siamo tutti destinati a morire e nessuno potrà morire per l’altro, ma ognuno dovrà lottare personalmente per sé con la morte… e io non sarò con te, né tu con me» (Lutero).
Ma vale pure il contrario: «Chi non sa vivere nella comunità si guardi dal restare solo». Tu sei stato chiamato alla comunità, la vocazione non è stata rivolta a te solo; nella comunità degli eletti porti la tua croce, lotti e preghi con loro. Non sei solo nemmeno nella morte, e al giudizio universale sarai solamente un membro della grande comunità di Gesù Cristo. Se sdegni la comunione con i fratelli, rifiuti la chiamata di Gesù Cristo e la tua solitudine non può che portarti male. «Se devo morire non sono solo nella morte, se soffro essi (la comunità) soffrono con me» (Lutero). Riconosciamo che possiamo rimanere soli, soltanto se siamo inseriti nella comunità dei credenti, e solamente chi è solo può vivere nella comunità. Ambedue le cose vanno insieme. Solo nella comunità impariamo a vivere come si deve, e solo essendo soli impariamo a inserirci bene nella comunità. Una cosa non precede l’altra: ambedue incominciano insieme, cioè con la chiamata di Gesù Cristo. Ognuna delle due presa a sé ci mette di fronte a profondi abissi e gravi pericoli. Chi desidera comunione senza solitudine precipita nella vanità delle parole e dei sentimenti; chi cerca la solitudine senza la comunità perisce nell’abisso della vanità, dell’infatuazione di se stesso, della disperazione.
Chi non sa restare solo tema la comunità. Chi non è inserito nella comunità tema la solitudine.

Dietrich Bonhoeffer

Guai a voi …. ipocriti

 

Togliere sempre a chi non ha, per lasciare comodo chi ha.

Far tirare chi ha sempre tirato per lasciare tranquillo chi non si  mai mosso, è un mestiere che conoscevano bene anche i pagani.

Dopo tanti secoli di cristianesimo e di esempi di santi,  è venuta l’ora di chiedere a chi sta sopra di portare il peso maggiore: ‘chi è primo tra voi, porti come l’ultimo’, perché ci sia uguaglianza

(P. Mazzolari, Se tu resti con noi 92).

…e il bimbo giocherà con l’onorevole…

 

 

Il sole,

sbirciando tra i rami contorti del mio io,

il sole mi offendeva….

Chiusi gli occhi…

mi trovai bambino…e provai l’illusione:

vidi la mano bianca stretta alla mano nera,

il viso giallo baciare il bianco,

il bimbo giocare con l’onorevole,

il mio nemico chiamarmi fratello.

Poi… ho sentito un’accoro

.. ho visto molto sangue…

La mano bianca strappare la mano nera,

l’onorevole sorridere con diplomazia…

Era la realtà !!!

La realtà del mondo egoista,

superbo,

europeizzante;

la realtà di un uomo

che ancora non ti ha accolto nel cuore !

                              

                               ( Angelo Mazzola )

Adamo ed Eva:la voglia di fare a meno di Dio.

Adamo ed Eva nel giardino erano la felicità fatta creatura. Tutto è vostro, siate felici come Dio perché Dio vi ha dato tutto quello che è suo.

 Dopo averli creato Dio da un limite: «Potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma non dell’albero della conoscenza del bene e del male, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Gen 2,16-17). 

 Su questo limite, garanzia della libertà umana, fa leva la tentazione del serpente. 

E l’uomo non resiste alla suggestione di “fare a meno di Dio”.

 Ad Adamo si contrappone Gesù, anche lui tentato come ogni uomo che viene nel mondo, ma «senza commettere peccato» .   L’arma con cui Gesù combatte è la sottomissione alla Parola di Dio. Se Adamo ha considerato l’essere come Dio una preda da conquistare e ha steso la mano verso l’albero per «rapire» la qualità divina, Gesù ha percorso il cammino opposto e al termine della sua esistenza terrena è giunto a stendere le sue mani sulla croce per offrire la sua vita nella libertà e per amore di Dio e degli uomini.  

Canto per Maria Maddalena

 

 “Io non sono nata prostituta, ma

ho trovato sul mio cammino persone
che mi hanno costretta a
diventarlo.
Mi hanno sparato, picchiato, preso
a calci … Mi hanno posseduta in
tutti i modi, incuranti del mio
dolore, della mia tristezza e dei
miei pianti.
Ho sempre cercato affetto e ho
sempre ricevuto umiliazioni e
violenze.
Non ho mai provato piacere ma
schifo e ribrezzo quando un cliente
mi toccava.
Ho tremato, ho pianto, ho
supplicato: perché tutto questo?

 

Vorrei lasciare tutto questo, ma non posso:

mi minacciano dicendo che se scappo uccideranno
i miei genitori.
Prima di lasciare la mia patria, durante un rito
religioso, mi sono impegnata a non tradire coloro
che mi hanno portato in Italia: se lo facessi gli
spiriti maligni mi castigherebbero.
L’unico amico che mi è rimasto è Dio: su di Lui
posso sempre contare e ogni giorno prego, gli
racconto le mie pene e so che Lui mi capisce.
Non vado in chiesa perché forse non mi
accetterebbe sapendo cosa faccio e anche perché
non mi sento pulita… “
“In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute  vi passano avanti nel regno di Dio.” ( Mt 21,31)
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Il Piccolo Principe: non si vede bene che con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi.

   

                                                                 

  

Gli uomini non hanno più tempo
per conoscere nulla.
Comprano dai mercanti
le cose già fatte.
Ma siccome non esistono
mercanti di amici,
gli uomini
 non hanno più amici.
Se tu vuoi un amico
 addomesticami !
(Apri o salva file)
il-piccolo-principe-e-la-volpe
   

Jacopone da Todi: Donna de Paradiso

YouTube

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E’ questa una delle più antiche laudi drammatiche in forma di ballata scritta da Iacopo Benedetti , detto Jacopone, che la chiesa venera come beato .

Egli nacque a Todi verso il 1235.
Fu uomo di legge e condusse una vita mondana fino al 1268, quando –mortagli improvvisamente la moglie – si diede a vita di penitenza.
Successivamente fu ammesso, come frate laico, nell’ordine dei francescani.

Speriamo che le musiche originali possano essere in armonia con i testi e ne lascino intatti il fervore mistico e l’impetuosa passione del poeta

 

Dio su una Harley: l’incontro con Christine

   Christine, un’infermiera sulla quarantina, in crisi col proprio lavoro ma soprattutto con la propria esistenza, una sera, in una spiaggia, nota un uomo a cavalcioni su una potente Harley Davidson.
Cominciano a chiacchierare e, quando lei gli chiede il suo nome, lui risponde : “ Dio “.
Dapprima Christine non crede e poi, poco a poco, deve arrendersi: quell’uomo sulla Harley Davidson conosce tutto della sua vita, appare e scompare in continuazione e fa cose impossibili per un essere umano.
E’ un’incantevole favola che tenta di spiegare con semplicità il significato dell’amore universale.(dio-su-una-harley)
La riduzione teatrale originale rivisitata nei testi da Rosario Ignatti [ che ha anche composto le musiche originali ] e dal Pastore Jean Paul Roethlisberger[ che nell’adattamento teatrale ha il ruolo di Dio], è stata rappresentata un’unica volta a Castelbuono il 31/03/2002.
È online il nuovo sito consultabile al seguente indirizzo: http://www.laikos.it/
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TERZA PARTE: Francesco e Chiara: " Audite poverelle"
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“Dove va la chiesa?”

 

Dove va la chiesa? Ogni tanto è bene fermarsi e tornare ai fondamenti, chiedendosi: “Chi è la chiesa?”. La chiesa, ekklesía, è un’assemblea di ekkletoí, una realtà di uomini e donne che Dio chiama, distingue dagli altri attraverso la sua Parola; una realtà plasmata dal Vangelo di Gesù Cristo; una realtà costantemente edificata in un corpo dallo Spirito santo (cf. Ef 2,22). Ecco chi è la chiesa. E dico “chi”, non “che cosa”, perché la chiesa è un soggetto, una creatura, una persona mistica.
Ma la chiesa, creatura Verbi, realtà che è nata e sempre nasce dalla Parola di Dio, vive nel mondo, nella storia e a servizio dell’umanità intera. Non è un luogo segnato dal privilegio della chiamata, ma piuttosto contraddistinto dalla responsabilità verso tutti gli altri. Come il popolo santo dell’antica alleanza è un popolo scelto da Dio in Abramo affinché la benedizione di Dio giunga a tutte le genti (cf. Gen 12,2-3), così la chiesa è chiamata a portare la salvezza al mondo intero. Per questo la chiesa è costitutivamente luogo di dialogo: luogo della parola che si lascia attraversare da un’altra parola; luogo in cui si intrecciano linguaggi e cammini di comunione; luogo in cui regna la comunicazione.
Chiamati al dialogo con Dio, i cristiani hanno il compito di intessere un dialogo anche con tutti gli altri esseri umani. Questa è la loro funzione sacerdotale tra le genti della terra (cf. 1Pt 2,5.9; Es 19,6), la loro ragion d’essere: l’essere strumento di dialogo e riconciliazione. Per questo la chiesa nata a Pentecoste è un realtà che sa esprimere la buona notizia nelle diverse lingue della terra (cf. At 2,1-11). Subito la chiesa per bocca di Pietro e degli altri proclama il Cristo risorto e vivente, e ciascuno sente risuonare l’annuncio nella propria lingua. Nella mattina di Pentecoste le persone presenti a Gerusalemme non devono assumere un’altra lingua, ma è la chiesa che annuncia il Vangelo nella loro lingua, dunque fa innanzitutto un passo di dialogo attraverso il suo linguaggio.
Sì, la chiesa nasce dialogica, è per sua natura capace di un dialogo plurale con le diverse culture e genti della terra a cui è inviata: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8), dice il Risorto agli Undici. Non è un caso che la chiesa abbia subito saputo dialogare con il mondo, addirittura con il mondo a lei ostile dell’impero romano, in un’epoca in cui, a fasi alterne, subiva una persecuzione a tratti persino cruenta. Anche in quei primi tre secoli i cristiani hanno dialogato con i cittadini dell’impero, con la cultura filosofica pagana, con le diverse genti del Mediterraneo. Gli scritti di apologeti come Giustino e di padri come Clemente Alessandrino e Basilio ne danno ampia testimonianza.
I cristiani si mostravano cittadini leali verso l’autorità politica romana, pregavano per essa, si sottomettevano alle leggi (cf. Rm 13,1-7) e cercavano di vivere in pace con tutti. Ma dobbiamo confessare con umiltà che, a partire dal IV secolo, talvolta questo atteggiamento è stato smentito dagli stessi cristiani e la chiesa non sempre è stata luogo di dialogo. Soprattutto nella difesa della verità – come affermò con coraggio Giovanni Paolo II durante il giubileo del 2000 – i cristiani hanno assunto metodi in contraddizione con la verità di Cristo e con il suo spirito. Invece del dialogo abbiamo praticato l’esclusione; invece dell’ascolto delle differenze la condanna; invece della comprensione o della tolleranza addirittura la persecuzione di chi era “altro”: gli ebrei, gli “eretici” e, più in generale, chiunque mostrasse una diversità di opinioni, di etica, di fede.
Infine, dopo tre secoli in cui la chiesa era stata spaventata dalla modernità, dall’illuminismo, dalla rivoluzione francese e poi dalla laicità e dall’ostilità dei grandi imperi e delle ideologie totalitarie, ecco arrivare papa Giovanni XXIII, il Concilio Vaticano II, Paolo VI. Papa Giovanni fece nuovamente del dialogo l’atteggiamento della chiesa: dialogo con i “fratelli separati”, si diceva allora dei cristiani non cattolici; dialogo con gli ebrei dopo secoli di ostilità; dialogo con gli uomini non cristiani e non credenti… E qui mi corre l’obbligo di ricordare, accanto alla costituzione conciliare Gaudium et spes, anche un’enciclica di Paolo VI oggi purtroppo dimenticata: l’Ecclesiam suam (6 agosto 1964). La sua terza parte è dedicata proprio al dialogo che la chiesa, per la sua stessa natura, deve intrattenere. Da questo splendido testo cito alcune parole che accesero il cuore di tanti di noi, che lo fecero ardere di gioia e di commozione, perché vedevamo in esse l’aggiornamento, la riforma voluta da papa Giovanni e dal Concilio, confermata e indicata da Paolo VI:
Daremo a questo interiore impulso di carità, che diventa dono esteriore di carità, il nome di dialogo. La chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La chiesa si fa parola; la chiesa si fa messaggio; la chiesa si fa colloquio … Ancor prima di convertire il mondo, bisogna accostarlo e parlargli … L’origine del dialogo si trova nell’intenzione stessa di Dio. Il dialogo deve ricominciare ogni giorno; e da noi prima che da coloro a cui è rivolto (§§ 66-67.70.72.79).
Queste parole di Paolo VI sono coraggiose, ferme, convinte e piene del Vangelo e dei sentimenti di Cristo. A partire da questa intuizione centrale, il papa tracciava nell’enciclica alcuni cerchi, di costante attualità:
• dialogo con tutto ciò che umano e con tutta l’umanità. Questo in vista dell’umanizzazione, compito comune a cristiani e non cristiani; in vista della pace, dono supremo per l’umanità;
• dialogo con tutti i credenti in Dio, i cercatori di Dio nelle altre religioni;
• dialogo con i fratelli cristiani non cattolici;
• dialogo all’interno della chiesa tra pastori e fedeli, tra doni diversi, tra le diverse componenti della chiesa.
In quest’ottica, ci possiamo lasciare con le parole di un mirabile testo delle origini cristiane, indirizzato da un anonimo credente in Cristo a un certo Diogneto:
I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Non abitano neppure città proprie, né usano una lingua particolare, … ma testimoniano uno stile di vita mirabile e, a detta di tutti, paradossale … Risiedono nella loro patria ma come stranieri domiciliati (pároikoi); a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri (xénoi); ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non espongono i loro nati. Mettono in comune la tavola, ma non il letto … Dio ha assegnato loro una missione così importante che essi non possono disertare (A Diogneto V,1-2.4-7; VI,10).

(Enzo Bianchi- “Vita Pastorale” – Luglio 2020)