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Vangelo del giorno
Sabato 26 Settembre 2020

In quel  giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.


(Lc. 9,43b-45)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

Libri da leggere

 

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Racconti di un pellegrino russo

Il piccolo Principe

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Dio su una Harley

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Concili nei secoli
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I° CONCILIO DI NICEA



I° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



I° CONCILIO DI EFESO



I° CONCILIO DI CALCEDONIA



II° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



III° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



II° CONCILIO DI NICEA



IV° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



LETTERA A DIOGNETO


I° CONCILIO LATERANENSE



II° CONCILIO LATERANENSE



II° CONCILIO LATERANENSE



IV° CONCILIO LATERANENSE



I° CONCILIO DI LIONE



II° CONCILIO DI LIONE



CONCILIO DI VIENNA



CONCILIO DI COSTANZA



CONCILIO DI BASILEA



V CONCILIO LATERANENSE


CONCILIO DI TRENTO



CONCILIO VATICANO I°

 

Fede e Spiritualità

Auguri Scomodi

Don Tonino BelloCarissimi,Buon Natale
non obbedirei al mio dovere di vescovo, se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non posso, infatti, sopportare l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla “routine” di calendario. Mi lusinga, addirittura, l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali. E vi conceda la forza di inventarvi un’esistenza carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso, progetto dei vostri giorni; la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.

Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che lo sterco degli uomini, o il bidone della spazzatura, o l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.

Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.

Gli angeli che annunziano la pace portino guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che, poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfrutta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano i popoli allo sterminio per fame.

I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi.

Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano. Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative. Che il numero 167 non è la cifra di matricola data ai condannati dal sistema.

Che i ricorsi a tutti i T.A.R. della terra sono inammissibili quando a farne le spese sono i diritti sacrosanti di chi non conta mai niente. Che i poveri, i poveri veri, hanno sempre ragione, anche quando hanno torto.

I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge” e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino un desiderio profondo di vivere poveri: che è poi l’unico modo per morire da ricchi.

Buon Natale! Sul vostro vecchio mondo che muore nasca la speranza.

 

 

Documento dei Vescovi Siciliani in vista delle prossime Elezioni Regionali: BASTA DEGRADO IN POLITICA !!!

“Ora che il degrado morale e sociale della politica ha oltrepassato ampiamente il livello di guardia, noi riteniamo – per non mancare ad una responsabilità di guida del popolo di Dio – di dover tornare ad alzare la nostra voce, per denunciare che lo stile e le modalità di approccio dell’attuale assetto politico, manifestano incontestabile carenza di seria fondazione morale”.

E’ un passo del documento dei vescovi siciliani, in vista delle prossime elezioni regionali, sul tema “Amate la giustizia, voi che governate sulla terra”, presentato oggi dal cardinale di Parlamento e presidente della Conferenza episcopale siciliana, Paolo Romeo.Superare l’individualismo è la prima sfida da vincere.

E’ l’ora di una solidarietà lungimirante, di una concentrazione assoluta e senza distrazioni su alcune priorità: il lavoro per tutti, la lotta penetrante e inesorabile alla corruzione e al malaffare, la riforma dei meccanismi e degli strumenti della partecipazione democratica.

Occorre ripartire dalla stima per l’originaria vocazioni al bene, che ciascuno uomo, nella sua unicità irripetibile, rappresenta.“In nome di questa centralità intendiamo fare appello a tutte le coscienze, affinché la partecipazione al voto sia ampia, piena, consapevole, libera da occulti e fuorvianti condizionamenti soprattutto di natura criminale, affrancata da logiche clientelari o di mera tutela di rendita parassitaria o privilegi prevaricanti”.

Bene comune e lo spirito di servizio, le istanze etico-sociali non occupano la priorità di attenzione che loro compete nella gestione della cosa pubblica. E’ in atto uno scontro tra scelte politiche e contrastanti : deprimente logica di spartizione del potere, scontro tra forze più o meno occulte, strumentalizzazione delle persone, pressione mediatica e condizionamento dell’opinione pubblica.Questo degrado etico-sociale non può non inquietarci come pastori,in quanto uomini di Chiesa non abbiamo né particolari
 parametri di valutazione o ricette politiche da indicare, né piani strategici da proporre: non è questo il nostro compito.Ma il dovere di orientare, di richiamare e di denunciare siamo convinti di averli!”.

 

QUANTO RESTA DELLA NOTTE? un film su Giuseppe Dossetti

 
[Fonte ER – IL portale dell’Emilia Romagna]
 

E’ stato presentato in Regione il primo film mai realizzato su Giuseppe Dossetti (1913 – 1996), sacerdote e protagonista importante della storia italiana del ’900 .

Il documentario del titolo “Quanto resta della notte?” richiama una citazione del profeta Isaia che Dossetti utilizzò in un celebre discorso del 1994 per introdurre una riflessione religiosa e politica sull’Italia di quel periodo.

“Il documentario è stato prodotto dalla Lab Film ed è diretto da Lorenzo K. Stanzani. E’ stato presentato in anteprima nazionale a Bologna, in Piazza Maggiore, venerdì 27 luglio 2012 alle 21.30, nell’ambito dell’iniziativa “Sotto le stelle del cinema” a cura della Cineteca di Bologna.

Quanto resta della notte?” sarà trasmesso il prossimo autunno nella trasmissione Rai “La storia siamo noi”. ( Click sull’icona accanto per aprire il trailer del film ) www.ilconfronto.com
[ fonte l’Unità 29 Luglio 2012 ]
Dossetti è una grande figura di italiano, ma il suo radicamento in Bologna, città e chiesa locale, ha prodotto una attenzione che è all’origine anche di libri e realtà come il film di Stanzani, prodotti ora anche da giovani che di fatto non hanno conosciuto Dossetti di persona, ma ne hanno incontrato il ricordo e lavorano per metterne a fuoco opera e figura, un po’ reagendo alle ambigue censure che, in settori della cultura politica e dell’opinione ecclesiale, preferiscono marginalizzarlo, avvertendo che attenzione e fedeltà a questo italiano, l’unico che è stato importante in due «eventi» come l’Assemblea costituente (1946-47) e il Concilio Vaticano II (1959-1965), e dopo anni vissuti in Terra Santa su una frontiera di confronti cruciali, ha giocato di nuovo un ruolo nazionale e pubblico nel fronteggiamento democratico ed etico che ha resistito nella stagione confusa, politica e culturale, del berlusconismo ora finalmene in definitivo declino.

Che si siano prodotti un film, serio e sobrio, come «Quanto resta della Notte?», e un libro breve ma preciso come quello scritto su Dossetti dal giovane sacerdote bolognese don Fabrizio Mandreoli, ora pubblicato dal Margine, piccolo ma coraggioso editore legato in qualche modo alla esperienza della «Rosa bianca» (largamente intervistato da Stanzani nel suo film), permettono di guardare alla vicenda di Dossetti come ad una pagina storica che chiede di servire nella nostra attualità non facile e sicuramente non così banale e volgare come può anche sembrarci, ma solo se guardiamo troppo in piccolo e in superficie.

La «globalizzazione», che Dossetti ha percepito in anticipo, obbliga ormai tutti a riconoscere la piena unità del genere umano (e la forte influenza che ognuno esercita su ognuno); questo dato, terribilmente responsabilizzante, non opera solo nello spazio, ma coinvolge e lega i tempi storici, per cui poi tanti fattori interagiscono (sociali, giuridici, economici, tecnici, militari, non meno che i culturali), e con grande coerenza in Dossetti, si esprime un primato pratico della coscienza e della interiorità per intera la specie umana, schiacciata dai suoi ritardi più devastanti degli avanzamenti pur acquisiti…

La costellazione dei valori che Dossetti ha saputo vedere necessari nelle tragedie delle guerre mondiali e nelle «unità» che esse hanno fatto intravvedere, per cui le maggiori e più penetranti istituzioni (Stati e Chiese), e il miglior metodo politico da consolidare, cioè democrazia e parità tendenziale di risorse e di formazioni personali, non possiamo trascurarle, senza pericoli gravi, ma certo anche con colpe gravi un po’ di tutti e alla lunga pagate da tutti: ma con quali enormi sperequazioni, seminatrici di odi e di impotenze.

L’attualità della proposta dossettiana si affaccia nella energia morale e nella testimonianza di vita di questo italiano singolare, che è giusto e opportuno non dimenticare.

Metterebbe conto di conoscerlo di più, interrogandosi con serietà sui fattori reali della sua formazione; non necessariamente per cercare di imitarla, ma per non trascurare o lasciar perdere troppo l’occasione di un confronto stimolante e certo significativo, lungo l’intero secolo che fu grande e terribile e che Dossetti ebbe il merito e la serietà di considerare come tale.

 

L’amorevole ” testarda” vicinanza di Dio

Anche sulle labbra dell’ateo affiorano preghiere che gridano , nella profondità, una parola proclamata nel silenzio, il desiderio – rivestito di illusione – di una presenza – comunque, universalmente, impressa nell’intimo dell’uomo. Nella poesia di Giorgio Caproni un forte –  inconsapevole ? – richiamo a Giobbe in un provocatorio scambio interlocutorio  –  alla pari – con Dio “ dimentico”  delle sofferenze dell’uomo
   E’ meraviglioso lo sforzo del “ credente “ che si “ lascia forare le orecchie” nell’ascolto della profondità  appena percepibile dell’invocazione  di chi si considera “ ateo alla ricerca “ 

Dio di bontà infinita.
Noi preghiamo, per te.
Preghiamo perché ti sia lunga e serena la vita.
Ma anche tu, se puoi,
prega, qualche volta, per noi.
E rimettici i nostri debiti
come noi rimettiamo i tuoi.

 

Un’altra poesia che ci piace inserire in questo post è quella di Raissa, moglie del grande filosofo Jacques Maritain, ebrea, con intatto l’ amore per le sue radici  anche dopo la conversione al cattolicesimo.

Se noi gridiamo Abba ! Pater!
tu non ascolti il nostro grido.
Esso ritorna a noi come una freccia
che ha colpito il bersaglio impenetrabile.
Tu ci respingi nella notte,
E’ come se avessimo perduto il Padre nostro che è nei cieli.
Un baratro si è aperto tra la Misericordia e la Miseria e tu non vuoi superarlo.

 

Non abbiamo perduto il Padre perché è venuto col suo Figlio a percorrere con noi la Miseria, a sperimentare e provare “ sulla sua pelle”  l’umano terribile sentimento dell’ abbandono più totale per condividere fino in fondo la sofferenza dell’uomo e presentarla al Padre infinitamente innamorato di tutta l’umanità, sua creatura e  presenza misteriosamente collaborante quando veniva creata.

 

O mia povera chiesa dei poveri

E’ di ieri sul quotidiano on-line lettera 43 un articolo di  Luigi dell’Oglio sulle varie agevolazioni e privilegi goduti, in Italia, dalla “ Chiesa “ , anche se tale termine è improprio, perché la Chiesa è tutto il  popolo di Dio ( dal più forte, ricco e prepotente all’ultimo dei poveri sulla  terra, ognuno bisognoso di attenzione e misericordia : i primi di conversione  gli ultimi di speranza di “riscatto” ).
Tutti, dal Papa al più piccolo dei poveri siamo λαός, “popolo”,  ovvero una moltitudine di persone alla sequela di Cristo;  e quando, con “ varie argomentazioni “, ci si   separa dalla sua parola risuoni forte l’invito «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di  Dio, ma delle cose degli uomini». (Marco 8:33)  …  Rimettiti  dietro e continua la sequela …. 

 L’invito, leggendo l’articolo,  a interrogarsi, nella libertà più grande   … nello stile di Francesco … “ in cosa sto sbagliando io per tutto quello che sta capitando alla mia chiesa ??  !!

Questo il link dell’articolo:  http://www.lettera43.it/attualita/23711/il-parroco–a-carico-nostro.htm

 

 

Processioni….no grazie !!!

     Riproponiamo un post di tre anni fa un  piccolo  stimolo a riflettere sulla nostra fede.
santa22.jpg Che m’importa dei vostri sacrifici senza numero?” dice il Signore.Sono sazio di olocausti di montone e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi a me chi richiede da voi che veniate a calpestare i miei atri? Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità.I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli.  Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi.

Anche se moltiplicate le preghiere, io non vi ascolto.

Le vostre mani grondano di sangue.Lavatevi, purificatevi, togliete il male dalle vostre azioni dalla mia vista.

 Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova “(Isaia 1,11-17 )

Le nostre feste,… le nostre processioni,… le nostre offerte votive…, siamo sicuri che sono gradite al Signore?

Ogni volta che vedo la Croce passare con un drappo di velluto stracolmo di anelli, orecchini, bracciali,( in passato anche banconote )… piango …  piango perché non riesco a capire cosa se ne faccia Dio di queste cianfrusaglie preziose ai nostri occhi e alla nostra economia di mercato, ma spazzature per Lui, che per primo si è fatto piccolo, ultimo e povero per condividere, fino in fondo, tutta la sofferenza dell’uomo.

  E poi le tante statue di “Santi” e “ Madonne”,( ultimamente il più gettonato è P. Pio ) ognuno con i propri “tesoretti”, intoccabili… ma la ruggine li consumerà !!!

Abbiamo perso il senso della Festa.

Per il “Santo di turno “  ogni sforzo è proteso a raccogliere  soldi:  soldi per.. la musica…il cantante di turno.. il sorteggio… e svariate altre manifestazioni; …. ma alla sera: stanchezza, insoddisfazione, vuoto.

Vivere la festa è mettersi in cammino ( per la strada impervia e passando per la porta stretta ), dopo aver scrostato dal proprio cuore [ con dolore ] ogni “sozzura” , per ritornare alla casa del Padre, dove c’è la vera gioia, che non finirà mai.

A che vale percorrere per nove sere a piedi nudi le strade del nostro paese… se nel nostro cuore restano l’invidia, l’autoreferenzialità, la voglia di successo, la disonestà fiscale, etc…

  A che valgono le nostre “promesse”, se pretendiamo misericordia, e non riusciamo ad essere misericordiosi?

                   pro.jpg      

piedi-scalzi.jpg

 

ipocrita.jpg   Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni; anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i vostri doni e le vittime grasse come pacificazione io non le guardo.  Lontano da me il frastuono dei tuoi canti; il suono delle tue arpe non posso sentirlo! Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne(Amos 5,21- 25 ).  Efraim ha moltiplicato gli altari, ma gli altari sono diventati per lui un’ occasione di peccato. Ho scritto numerose leggi per lui, ma esse sono considerate come una cosa straniera. Essi offrono sacrifici e ne mangiano le carni, ma il Signore non li gradisce; si ricorderà della loro iniquità e punirà i loro peccati: dovranno tornare in Egitto”  (Osea,8,11-13 ).  Non chi dice “ Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio.” (Matteo 7, 21 )   Guardatevi dal praticare le vostre opere buone davanti agli uomini per essere da loro ammirati,altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli… Quando fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà. Quando pregate non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle loro sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini.” ( Matteo 6, 1;3;5)    Dice il Signore: “ Poiché questo popolo si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e il culto che mi rendono è un imparaticcio di usi umani, perciò, eccomi, continuerò ad operare meraviglie e prodigi con questo popolo; perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti “. (Isaia 29,13-14 )

La cosa più terribile, dinanzi a tanta contraddizione, è pensare che, cambiare, per ritornare all’autenticità è impossibile. Il peccato più grande che l’uomo possa fare è perdere la speranza!

Perdere la speranza significa non credere più che Dio esiste e compie meraviglie, e rende possibile ciò che ai nostri occhi è impossibile.

Quando si perde la speranza ci si sostituisce  a Dio e il nostro Io  diventa Dio.

 Il vero miracolo per noi, uomini del nostro tempo,  è recuperare la speranza.

                                            valenz1.JPG
   

“Su , venite e discutiamo” dice il Signore. “ Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve. Se fossero rossi come la porpora, diventeranno come lana. Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra. Ma se vi ostinate e vi ribellate, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha Parlato(Isaia 1,18-20 )

 

 

Fede e funerali

Da qualche settimana serpeggia un malcontento per la decisione dei tre parroci di non accompagnare più il feretro fino al cimitero.
Dobbiamo evitare che impulsi emotivi sfocino in assurde prese di posizione che sono lontanissime dal silenzio che avvolge il mistero della morte. Di fronte alla morte le nostre labbra restano mute.

Soltanto gli stolti moltiplicano le parole, sia in chiesa come altrove. Per quanto grande sia la nostra fede, di fronte al mistero della morte si ripropongono per tutti, e non solo per i credenti, i fondamentali interrogativi della nostra esistenza terrena.
Di fronte a questo mistero il silenzio è l’atteggiamento più saggio. Un silenzio che soltanto la parola di Dio è degna di rompere. A noi restano soltanto i gesti della solidarietà nel dolore; soprattutto i gesti della speranza cristiana.  Nella celebrazione cristiana della morte, dell’esodo da questa vita, sono soprattutto i gesti che contano e che possono veramente “parlare”. Del resto è proprio questo il linguaggio fondamentale della liturgia (cf SC 7).

Questo è il compito della ministerialità sia ordinata che laica.
Non si tratta semplicemente di eseguire un rituale, ma di far sperimentare la presenza del Risorto. La celebrazione liturgica, del resto, non fa altro che esprimere e alimentare quella che è la missione di ogni cristiano in tutte le circostanze della sua vita: testimoniare la presenza di Cristo risorto. Testimonianza che nella celebrazione cristiana della morte diventa urgente e fondamentale. (don Silvano Sirboni)
Il funerale cristiano non è una semplice “cerimonia” di civili condoglianze, né a una vaga sacralizzazione della morte. È la professione di fede in una comunione che continua oltre il tempo e lo spazio.
«È vero che c’è sempre, nella morte, una separazione, ma i cristiani, membri come sono di Cristo e una sola cosa in lui, non possono essere separati neppure dalla morte» (Rito delle esequie 10).
Questa comunione è in qualche modo resa visibile proprio dal rituale delle esequie che, nella sua forma tipica, prevede «tre stazioni o soste: nella casa del defunto, in chiesa, al cimitero» (RE 4).

Con lungimiranza pastorale e consapevolezza teologica le premesse al rito già 40 anni fa scrivevano: “Le esequie senza la messa possono essere celebrate dal diacono. Se la necessità pastorale lo esige, la Conferenza Episcopale può, con il consenso della Sede Apostolica, designare anche un laico. In mancanza del sacerdote o del diacono, è bene che nelle esequie del primo tipo [cioè con tre soste: nella casa del defunto, in chiesa e al cimitero] le stazioni nella casa del defunto e al cimitero siano guidate da laici; la stessa cosa in genere è bene fare per la veglia nella casa del defunto(RE 19).

Come già avviene in alcuni paesi dell’Europa e dell’America Latina, i laici saranno sempre più chiamati ad esercitare il loro sacerdozio battesimale anche per questa liturgia che pone l’ultimo sigillo della fede sulla vita terrena dei fedeli (cf P.Tomatis, Ministeri nel lutto in La Vita in Cristo e nella Chiesa, n. 9/2009, pp. 46-48) (don Silvano Sirboni).

È sempre più raro che il ministro ordinato possa accompagnare il feretro al cimitero. La sepoltura o tumulazione avviene purtroppo nel totale silenzio, rotto, forse, da qualche singhiozzo. Si tratta invece di un momento dalle forti emozioni che la parola di Dio e la preghiera dovrebbero illuminare.
Fatta eccezione per la benedizione del sepolcro, anche un laico, con gli opportuni adattamenti, può dirigere in questo momento la preghiera che prevede la professione di fede (se non si è già fatta in chiesa), preghiera dei fedeli o altre invocazioni e orazioni adatte alla circostanza.
Anche se questo momento di preghiera può essere diretto da un familiare, sembra imporsi l’esigenza dei cosiddetti “ministri della consolazione” che a nome della comunità cristiana accompagnino il fratello defunto insieme ai familiari ed esprimano poi la preghiera della comunità locale presso il sepolcro. (don Silvano Sirboni)

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Venerdì Santo: meditazione di Chiara Lubich; Via Crucis colosseo

passio.jpg Venerdì santo: la morte di Gesù in croce è l’altissima, divina, eroica lezione di Gesù su cosa sia l’amore. Aveva dato tutto: una vita accanto a Maria nei disagi e nell’obbedienza. Tre anni di predicazione rivelando la Verità, testimoniando il Padre, promettendo lo Spirito Santo e facendo ogni sorte di miracoli d’amore.
Tre ore di croce, dalla quale dà il perdono ai carnefici, apre il Paradiso al ladrone, dona a noi la Madre e, finalmente, il suo Corpo e il suo Sangue, dopo averceli dati misticamente nell’Eucaristia.
Gli rimaneva la divinità.La sua unione col Padre, la dolcissima e ineffabile unione con Lui che l’aveva fatto tanto potente in terra, quale figlio di Dio, e tanto regale in croce, questo sentimento della presenza di Dio  doveva scendere nel fondo della sua anima, non farsi più sentire, disunirlo in qualche modo da Colui che Egli aveva detto di essere uno con Lui: «Io e il Padre siamo uno» (Gv. 10,30).

In Lui l’amore era annientato; la luce, spenta la  sapienza, taceva. Si faceva dunque nulla per far noi partecipi al Tutto; verme (Salmo, 22,7) della terra, per far noi figli di Dio.Eravamo staccati dal Padre.
Era necessario che il Figlio, nel quale noi tutti ci ritrovavamo, provasse il distacco dal Padre. Doveva sperimentare l’abbandono di Dio, perché noi non fossimo mai più abbandonati.
Egli aveva insegnato che nessuno ha maggior carità di colui che pone la vita per gli amici suoi. Egli, la Vita, poneva tutto di sé. Era il punto culmine, la più bella espressione dell’amore.Il suo volto è nascosto in tutti gli aspetti dolorosi della vita: non sono che Lui.
Sì, perché Gesù che grida l’abbandono è la figura del muto: non sa più parlare.

È la figura del cieco: non vede, del sordo: non sente.

È lo stanco che si lamenta. Rasenta la disperazione.
È l’affamato… d’unione con Dio.
È figura dell’illuso, del tradito, appare fallito.
È pauroso, timido, disorientato.
Gesù abbandonato è la tenebra, la malinconia, il contrasto, la figura di tutto ciò che è strano, indefinibile, che sa di mostruoso, perché un Dio che chiede aiuto!… È il solo, il derelitto… Appare inutile, scartato, scioccato… Lo si può scorgere perciò in ogni fratello sofferente.
Avvicinando coloro che a Lui somigliano, possiamo parlare di Gesù abbandonato.
A quanti si vedono simili a lui e accettano di condividere con Lui la sorte, ecco che egli risulta: per il muto la parola, a chi non sa, la risposta, al cieco la luce, al sordo la voce, allo stanco il riposo, al disperato la speranza, al separato l’unità, per l’inquieto, la pace. Con Lui l’uomo si trasforma e il non senso del dolore acquista senso.
Egli aveva gridato il perché al quale nessuno aveva risposto, perché noi avessimo la risposta ad ogni perché.Il problema della vita umana è il dolore. Qualsiasi forma abbia, per terribile che sia, sappiamo che Gesù l’ha preso su di sé e muta, per un’alchimia divina, il dolore in amore.

Per esperienza posso dire che appena si gode di un qualsiasi dolore, per essere come Lui e poi si continua ad amare facendo la volontà di Dio, il dolore, se spirituale, sparisce; se fisico, diviene giogo leggero.
Il nostro amore puro al contatto col dolore, lo tramuta in amore; in certo modo lo divinizza, quasi prosegue in noi – se lo possiamo dire – la divinizzazione che Gesù fece del dolore.
E, dopo ogni incontro con Gesù abbandonato, amato, trovo Dio in modo nuovo, più faccia a faccia, più aperto, in un’unità più piena. Tornano la luce e la gioia e, con la gioia, la pace che è frutto dello spirito.Quella luce, quella gioia, quella pace fiorite dal dolore amato colpiscono e sciolgono anche le persone più difficili. Inchiodati in croce si è madri e padri di anime. Effetto è la massima fecondità.
Come scrive Olivier Clément: «L’abisso, aperto per un istante da quel grido, si riempie del grande soffio della resurrezione». Si annulla ogni disunità, traumi e spacchi sono colmati, risplende la fraternità universale, fioriscono miracoli di risurrezione, nasce una nuova primavera nella Chiesa e nell’umanità.
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Messaggio di Bendetto XVI per la quaresima 2011

Cari fratelli e sorelle,la Quaresima, che ci conduce alla celebrazione della Santa Pasqua, è per la Chiesa un tempo liturgico assai prezioso e importante, in vista del quale sono lieto di rivolgere una parola specifica perché sia vissuto con il dovuto impegno. Mentre guarda all’incontro definitivo con il suo Sposo nella Pasqua eterna, la Comunità ecclesiale, assidua nella preghiera e nella carità operosa, intensifica il suo cammino di purificazione nello spirito, per attingere con maggiore abbondanza al Mistero della redenzione la vita nuova in Cristo Signore (cfr Prefazio I di Quaresima).

1. Questa stessa vita ci è già stata trasmessa nel giorno del nostro Battesimo, quando, “divenuti partecipi della morte e risurrezione del Cristo”, è iniziata per noi “l’avventura gioiosa ed esaltante del discepolo” (Omelia nella Festa del Battesimo del Signore, 10 gennaio 2010). San Paolo, nelle sue Lettere, insiste ripetutamente sulla singolare comunione con il Figlio di Dio realizzata in questo lavacro. Il fatto che nella maggioranza dei casi il Battesimo si riceva da bambini mette in evidenza che si tratta di un dono di Dio: nessuno merita la vita eterna con le proprie forze. La misericordia di Dio, che cancella il peccato e permette di vivere nella propria esistenza “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5), viene comunicata all’uomo gratuitamente.

L’Apostolo delle genti, nella Lettera ai Filippesi, esprime il senso della trasformazione che si attua con la partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo, indicandone la meta: che “io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,10-11). Il Battesimo, quindi, non è un rito del passato, ma l’incontro con Cristo che informa tutta l’esistenza del battezzato, gli dona la vita divina e lo chiama ad una conversione sincera, avviata e sostenuta dalla Grazia, che lo porti a raggiungere la statura adulta del Cristo.

Un nesso particolare lega il Battesimo alla Quaresima come momento favorevole per sperimentare la Grazia che salva. I Padri del Concilio Vaticano II hanno richiamato tutti i Pastori della Chiesa ad utilizzare “più abbondantemente gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale” (Cost. Sacrosanctum Concilium, 109). Da sempre, infatti, la Chiesa associa la Veglia Pasquale alla celebrazione del Battesimo: in questo Sacramento si realizza quel grande mistero per cui l’uomo muore al peccato, è fatto partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo stesso Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti (cfr Rm 8,11). Questo dono gratuito deve essere sempre ravvivato in ciascuno di noi e la Quaresima ci offre un percorso analogo al catecumenato, che per i cristiani della Chiesa antica, come pure per i catecumeni d’oggi, è una scuola insostituibile di fede e di vita cristiana: davvero essi vivono il Battesimo come un atto decisivo per tutta la loro esistenza.

2. Per intraprendere seriamente il cammino verso la Pasqua e prepararci a celebrare la Risurrezione del Signore – la festa più gioiosa e solenne di tutto l’Anno liturgico – che cosa può esserci di più adatto che lasciarci condurre dalla Parola di Dio? Per questo la Chiesa, nei testi evangelici delle domeniche di Quaresima, ci guida ad un incontro particolarmente intenso con il Signore, facendoci ripercorrere le tappe del cammino dell’iniziazione cristiana: per i catecumeni, nella prospettiva di ricevere il Sacramento della rinascita, per chi è battezzato, in vista di nuovi e decisivi passi nella sequela di Cristo e nel dono più pieno a Lui.

La prima domenica dell’itinerario quaresimale evidenzia la nostra condizione dell’uomo su questa terra. Il combattimento vittorioso contro le tentazioni, che dà inizio alla missione di Gesù, è un invito a prendere consapevolezza della propria fragilità per accogliere la Grazia che libera dal peccato e infonde nuova forza in Cristo, via, verità e vita (cfr Ordo Initiationis Christianae Adultorum, n. 25). E’ un deciso richiamo a ricordare come la fede cristiana implichi, sull’esempio di Gesù e in unione con Lui, una lotta “contro i dominatori di questo mondo tenebroso” (Ef 6,12), nel quale il diavolo è all’opera e non si stanca, neppure oggi, di tentare l’uomo che vuole avvicinarsi al Signore: Cristo ne esce vittorioso, per aprire anche il nostro cuore alla speranza e guidarci a vincere le seduzioni del male.

Il Vangelo della Trasfigurazione del Signore pone davanti ai nostri occhi la gloria di Cristo, che anticipa la risurrezione e che annuncia la divinizzazione dell’uomo. La comunità cristiana prende coscienza di essere condotta, come gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, “in disparte, su un alto monte” (Mt 17,1), per accogliere nuovamente in Cristo, quali figli nel Figlio, il dono della Grazia di Dio: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo” (v. 5). E’ l’invito a prendere le distanze dal rumore del quotidiano per immergersi nella presenza di Dio: Egli vuole trasmetterci, ogni giorno, una Parola che penetra nelle profondità del nostro spirito, dove discerne il bene e il male (cfr Eb 4,12) e rafforza la volontà di seguire il Signore.

La domanda di Gesù alla Samaritana: “Dammi da bere” (Gv 4,7), che viene proposta nella liturgia della terza domenica, esprime la passione di Dio per ogni uomo e vuole suscitare nel nostro cuore il desiderio del dono dell’ “acqua che zampilla per la vita eterna” (v. 14): è il dono dello Spirito Santo, che fa dei cristiani “veri adoratori” in grado di pregare il Padre “in spirito e verità” (v. 23). Solo quest’acqua può estinguere la nostra sete di bene, di verità e di bellezza! Solo quest’acqua, donataci dal Figlio, irriga i deserti dell’anima inquieta e insoddisfatta, “finché non riposa in Dio”, secondo le celebri parole di sant’Agostino.

La “domenica del cieco nato” presenta Cristo come luce del mondo. Il Vangelo interpella ciascuno di noi: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”. “Credo, Signore!” (Gv 9,35.38), afferma con gioia il cieco nato, facendosi voce di ogni credente. Il miracolo della guarigione è il segno che Cristo, insieme alla vista, vuole aprire il nostro sguardo interiore, perché la nostra fede diventi sempre più profonda e possiamo riconoscere in Lui l’unico nostro Salvatore. Egli illumina tutte le oscurità della vita e porta l’uomo a vivere da “figlio della luce”.

Quando, nella quinta domenica, ci viene proclamata la risurrezione di Lazzaro, siamo messi di fronte al mistero ultimo della nostra esistenza: “Io sono la risurrezione e la vita… Credi questo?” (Gv 11,25-26). Per la comunità cristiana è il momento di riporre con sincerità, insieme a Marta, tutta la speranza in Gesù di Nazareth: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo” (v. 27). La comunione con Cristo in questa vita ci prepara a superare il confine della morte, per vivere senza fine in Lui. La fede nella risurrezione dei morti e la speranza della vita eterna aprono il nostro sguardo al senso ultimo della nostra esistenza: Dio ha creato l’uomo per la risurrezione e per la vita, e questa verità dona la dimensione autentica e definitiva alla storia degli uomini, alla loro esistenza personale e al loro vivere sociale, alla cultura, alla politica, all’economia. Privo della luce della fede l’universo intero finisce rinchiuso dentro un sepolcro senza futuro, senza speranza.

Il percorso quaresimale trova il suo compimento nel Triduo Pasquale, particolarmente nella Grande Veglia nella Notte Santa: rinnovando le promesse battesimali, riaffermiamo che Cristo è il Signore della nostra vita, quella vita che Dio ci ha comunicato quando siamo rinati “dall’acqua e dallo Spirito Santo”, e riconfermiamo il nostro fermo impegno di corrispondere all’azione della Grazia per essere suoi discepoli.

3. Il nostro immergerci nella morte e risurrezione di Cristo attraverso il Sacramento del Battesimo, ci spinge ogni giorno a liberare il nostro cuore dal peso delle cose materiali, da un legame egoistico con la “terra”, che ci impoverisce e ci impedisce di essere disponibili e aperti a Dio e al prossimo. In Cristo, Dio si è rivelato come Amore (cfr 1Gv 4,7-10). La Croce di Cristo, la “parola della Croce” manifesta la potenza salvifica di Dio (cfr 1Cor 1,18), che si dona per rialzare l’uomo e portargli la salvezza: amore nella sua forma più radicale (cfr Enc. Deus caritas est, 12). Attraverso le pratiche tradizionali del digiuno, dell’elemosina e della preghiera, espressioni dell’impegno di conversione, la Quaresima educa a vivere in modo sempre più radicale l’amore di Cristo. Il digiuno, che può avere diverse motivazioni, acquista per il cristiano un significato profondamente religioso: rendendo più povera la nostra mensa impariamo a superare l’egoismo per vivere nella logica del dono e dell’amore; sopportando la privazione di qualche cosa – e non solo di superfluo – impariamo a distogliere lo sguardo dal nostro “io”, per scoprire Qualcuno accanto a noi e riconoscere Dio nei volti di tanti nostri fratelli. Per il cristiano il digiuno non ha nulla di intimistico, ma apre maggiormente a Dio e alle necessità degli uomini, e fa sì che l’amore per Dio sia anche amore per il prossimo (cfr Mc 12,31).

Nel nostro cammino ci troviamo di fronte anche alla tentazione dell’avere, dell’avidità di denaro, che insidia il primato di Dio nella nostra vita. La bramosia del possesso provoca violenza, prevaricazione e morte; per questo la Chiesa, specialmente nel tempo quaresimale, richiama alla pratica dell’elemosina, alla capacità, cioè, di condivisione. L’idolatria dei beni, invece, non solo allontana dall’altro, ma spoglia l’uomo, lo rende infelice, lo inganna, lo illude senza realizzare ciò che promette, perché colloca le cose materiali al posto di Dio, unica fonte della vita. Come comprendere la bontà paterna di Dio se il cuore è pieno di sé e dei propri progetti, con i quali ci si illude di potersi assicurare il futuro? La tentazione è quella di pensare, come il ricco della parabola: “Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni…”. Conosciamo il giudizio del Signore: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita…” (Lc 12,19-20). La pratica dell’elemosina è un richiamo al primato di Dio e all’attenzione verso l’altro, per riscoprire il nostro Padre buono e ricevere la sua misericordia.

In tutto il periodo quaresimale, la Chiesa ci offre con particolare abbondanza la Parola di Dio. Meditandola ed interiorizzandola per viverla quotidianamente, impariamo una forma preziosa e insostituibile di preghiera, perché l’ascolto attento di Dio, che continua a parlare al nostro cuore, alimenta il cammino di fede che abbiamo iniziato nel giorno del Battesimo. La preghiera ci permette anche di acquisire una nuova concezione del tempo: senza la prospettiva dell’eternità e della trascendenza, infatti, esso scandisce semplicemente i nostri passi verso un orizzonte che non ha futuro. Nella preghiera troviamo, invece, tempo per Dio, per conoscere che “le sue parole non passeranno” (cfr Mc 13,31), per entrare in quell’intima comunione con Lui “che nessuno potrà toglierci” (cfr Gv 16,22) e che ci apre alla speranza che non delude, alla vita eterna.

In sintesi, l’itinerario quaresimale, nel quale siamo invitati a contemplare il Mistero della Croce, è “farsi conformi alla morte di Cristo” (Fil 3,10), per attuare una conversione profonda della nostra vita: lasciarci trasformare dall’azione dello Spirito Santo, come san Paolo sulla via di Damasco; orientare con decisione la nostra esistenza secondo la volontà di Dio; liberarci dal nostro egoismo, superando l’istinto di dominio sugli altri e aprendoci alla carità di Cristo. Il periodo quaresimale è momento favorevole per riconoscere la nostra debolezza, accogliere, con una sincera revisione di vita, la Grazia rinnovatrice del Sacramento della Penitenza e camminare con decisione verso Cristo.

Cari fratelli e sorelle, mediante l’incontro personale col nostro Redentore e attraverso il digiuno, l’elemosina e la preghiera, il cammino di conversione verso la Pasqua ci conduce a riscoprire il nostro Battesimo. Rinnoviamo in questa Quaresima l’accoglienza della Grazia che Dio ci ha donato in quel momento, perché illumini e guidi tutte le nostre azioni. Quanto il Sacramento significa e realizza, siamo chiamati a viverlo ogni giorno in una sequela di Cristo sempre più generosa e autentica. In questo nostro itinerario, ci affidiamo alla Vergine Maria, che ha generato il Verbo di Dio nella fede e nella carne, per immergerci come Lei nella morte e risurrezione del suo Figlio Gesù ed avere la vita eterna.

                                                                                                                                                                                                                       BENEDICTUS PP. XVI

Come scoprire la preghiera ( da ” la Santità della povera gente” )

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( Apri o salva file come-scoprire-la-preghiera   

 Charles de Foucauld, dopo anni che è chiuso nella Trappa a pen­sare al lavoro dei campi e alla preghiera più im­pegnata, una sera riceve l’invito dal suo superiore di andare a pregare in un vicino arabo:  È morto un nostro vicino, arabo, povero. Vai a vi­sitarlo, passaci la notte; pregherai un po’».  

Esce dalla Trappa e va nella capannuccia dell’arabo cristiano. Si trova davanti a questo cadavere, e vede attorno la mi­seria dei popoli sottosviluppati:  sette,

otto bambini affamati, una donna in lacrime e una casa che cola miseria da ogni lato.   

Quella notte determinò la crisi che lo con­dusse ad uscire dalla Trappa e a fondare i Pic­coli Fratelli.

Disse: «Se è vero che nella Chiesa c’è una ge­rarchia di valori, determinata dalla croce, que­sti uomini ci sopravanzano di molto.

Noi che abbiamo scelto Cristo come il nostro unico mo­dello, come la nostra guida, come colui a cui dobbiamo conformarci, se Cristo ha rappre­sentato l’apice della sua adorazione al Padre nel momento in cui esprime 1’amore per il Padre con l’offerta totale di sé, goccia a goccia, que­sta povera gente ci sopravanza di molto sulla strada della croce.

Noi abbiamo una situazio­ne calma, pacifica, ci appoggiamo a vicenda, questa gente, lasciata dinanzi al dramma del pa­ne del domani che non è mai sicuro, in una in­sicurezza totale, questa gente rappresenta per noi un richiamo».

E allora sogna di fare un’altra Trappa.

 È sem­pre fedele alla Trappa; è troppo contemplativo per dubitare che bisogna raggiungere Iddio e fis­sarsi in Lui.

Ma voleva che questa vita contemplativa fos­se accanto ai poveri.

Quindi disse: «La mia Trap­pa deve essere una casetta piccola come quella di Nazareth, dove saremo solo in tre. Perché se siamo in pochi possiamo avere la porta aperta. ». 

E sognò la sua Fraternità come una casa, co­sì piccola che si confondesse con la casa d’un povero operaio.

In fondo presentava al mondo di oggi l’ideale di una vita nella quale la con­templazione, e l’impegno giorno per giorno con i poveri fratelli, nella miseria e nel peso quoti­diano, potevano trovare la sintesi.

Il digiuno nella Chiesa antica .. presto in libreria

Esce a giorni in libreria, per i tipi di Paoline Editoriale Libri, Il digiuno nella Chiesa antica. Testi siriaci, latini, greci.

E’ un’antologia di tredici autori con un’introduzione molto ampia che inquadra il tema sia all’interno del cristianesimo che sullo sfondo di alcune antiche civiltà e sistemi religiosi circostanti. Il progetto è frutto di una collaborazione a tre, sull’asse Monteveglio (Ignazio), Roma (Carla Noce, univ. La Sapienza), Bonifati (M. Benedetta). Può darsi che risulti un utile strumento per vivere in modo più consapevole la prossima Quaresima. Di seguito la prefazione che apre il volume.

L’estesa caduta in disuso, almeno in Occidente, del digiuno nella pratica religiosa delle comunità ecclesiali, ivi incluse quelle di vita consacrata, espone facilmente l’opera che il lettore ha tra le mani al rischio di essere classificata tra i reperti di una certa “archeologia spirituale”, utile a qualche specialista e magari a chi ama soddisfare qualche esotica curiosità intellettuale. Se però si pone attenzione alla centralità crescente occupata dalle tematiche legate alla rinuncia al cibo e persino al rifiuto del cibo – fenomeni in buona parte speculari a quelli, anch’essi tipici del nostro Occidente, della sovrabbondanza e dell’abuso di cibo – si comprende come un’antologia patristica sul digiuno possa allora svolgere il compito prezioso di fare ascoltare “voci lontane” in un dibattito di strettissima attualità e dai molteplici risvolti.

È in questa centralità del non-cibo che si nasconde d’altra parte un altro ostacolo, giacché è proprio la quantità di “filosofie” che oggi stimolano, propagandano, propugnano la rinuncia al cibo, a togliere visibilità al “senso cristiano” del digiuno, fino a eclissarlo del tutto.

La scena risulta infatti dominata da quattro potenti protagonisti. C’è prima di tutto “dieta”, paroletta magica e oggi onnipotente, che nella sua derivazione greca (diaita) ha una stretta parentela con zàô, e indica quindi la vita, il modo di vivere, da qui la regola alimentare caratterizzante un buon regime di vita. Lo scopo può essere terapeutico oppure estetico, oppure entrambi insieme; l’importante è che, tenendo in mano due corni così cruciali nella concezione del benessere oggi predominante, Dieta ha tutti i requisiti per rendere obsoleta, incomprensibile, inutile qualsiasi altra motivazione di rinuncia al cibo, prima tra tutte quella religiosa. A meno che non sia in questione uno “sciopero della fame”.

Si pensi infatti a quelle espressioni di digiuno che assumono la forme della protesta, della contestazione, della solidarietà con chi subisce un’ingiustizia. La rinuncia al cibo connotata da simili scopi gode nel tempo presente di un alto prestigio morale per la sua natura eminentemente pacifica e per il fatto che a pagarne il prezzo, sulla propria pelle, è proprio chi lo pratica. La varietà e il carattere laico (anche quando a essere coinvolti sono “uomini di religione”) dei motivi che spingono a intraprendere lo sciopero della fame, restringono però ulteriormente lo spazio oggi lasciato al tipo di digiuno nel quale il lettore si imbatterà attraverso le antiche testimonianze letterarie raccolte in questo volume.

Un terzo formidabile antagonista a questo digiuno perduto è rappresentato dal fenomeno del rifiuto del cibo che assume forme patologiche, che risulta dotato, tra altre cose, di una potenziale carica di concorrenza particolarmente ambigua e insidiosa nei confronti del digiuno religioso. Ci riferiamo all’anoressia “isterica” o “nervosa”, che dal XIX secolo ha annesso formalmente al campo della medicina il comportamento di astensione volontaria al cibo, la rinuncia al bisogno vitale di nutrimento. La complessità di una patologia che interessa in modo particolare il mondo giovanile, e in esso soprattutto la componente femminile, include infatti anche la possibilità di intravedere un legame profondo proprio con le antiche esperienze ascetiche. Nella presentazione all’edizione italiana del saggio di due grandi specialisti belgi, dal titolo estremamente eloquente e provocativo,[ si afferma che «le analogie tra il comportamento di un’adolescente anoressica e quello di un’asceta sono molte: la ricerca della privazione, la negazione e la frustrazione dei bisogni del corpo, il  controllo degli istinti, la tendenza al sacrificio, le distorsioni percettive indotte dal digiuno, l’aspirazione all’immortalità, il rapporto con un’immagine ideale, la vicinanza e la contiguità con la morte». Le differenze profonde tra l’ascetismo religioso, che spinge alla sublimazione, e quello che rimanda a una patologia narcisistica, dominata da un Io rigoroso ed esigente, non sono negate; al tempo stesso però si fa notare i punti di contatto tra l’ideale delle anoressiche, che è quello di non avere bisogni e necessità, di prendere le distanze dalla creaturalità del proprio corpo, e quello dei mistici, per i quali «l’annullamento, la scomparsa del corpo è la condizione e, contemporaneamente, l’effetto della vicinanza a Dio, della totale pienezza dell’essere: “il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”». È con questa chiave interpretativa che dobbiamo rileggere, ad esempio, il celebre racconto del digiuno di quaranta giorni di Simeone lo Stilita, a imitazione di quello di Mosè ed Elia?[1] Vi troviamo la messa in guardia contro il pericolo di un terribile atto d’orgoglio, l’invito rivolto al santo asceta a «non credere che fosse virtù un suicidio, perché esso è la più grande e la prima delle colpe». A questa prudente e paterna obiezione c’è la risposta di Simeone, che ammanta di astuta condiscendenza una determinazione irremovibile: «Mettimi da parte dieci pani e un boccale d’acqua e, se vedo che il mio corpo ha bisogno di nutrimento, li prenderò». Vi  troviamo la solitudine, anzi l’isolamento dell’astinente, garantito da una specie di atto notarile: la porta della celletta viene chiusa e sigillata con il fango. Tutto il dramma tende insomma all’esito finale, testimoniato da chi penetra in quel luogo segreto una volta trascorsi i quaranta giorni e trova «il numero dei pani intatto, il boccale dell’acqua ancora pieno e lui riverso, senza respiro, incapace di muoversi». Ma vivo, e trasfigurato.

Ha diritto di rimanere, un racconto come questo, nel repertorio di quella agiografia che per secoli ha nutrito in Oriente la devozione personale e l’ammirazione per una delle personalità più universalmente note dell’Oriente cristiano, o riceverebbe invece collocazione più appropriata nella letteratura medica sui disturbi del comportamento alimentare, eccellente caso di studio?

Va segnalato un ultimo elemento antagonista, potenziale fattore di eclissi del digiuno cristiano perduto. Esso si sta imponendo grazie alle profonde trasformazioni demografiche in atto in Europa, e per necessaria conseguenza in Italia, a causa dei moti migratori che portano alla formazione di sempre più estese comunità di uomini e donne provenienti da altri paesi e cultura. Il patrimonio religioso di questi nuovi cittadini europei è in molti casi l’elemento più significativo di ciò che essi portano con sé dai luoghi d’origine. Con particolare riguardo all’islam (ma con modalità differenti il discorso vale anche per le religioni dell’estremo oriente), la pratica del digiuno risulta essere elemento di assoluta centralità dell’identità religiosa e mostra la sua forza all’intero corpo sociale. Attraverso l’astensione dal cibo e dalla bevanda in tutti i luoghi pubblici e privati, dall’alba al tramonto, il digiuno ha qui la forza di disegnare il perimetro di una comunità pluri-etnica, unita e solidale nell’atto del culto. L’eclissi si opera qui all’interno dello stesso universo religioso, e non più solo dall’esterno come nei casi precedenti, nel momento in cui il digiuno gradualmente viene percepito come pratica tipica e vitale solo di altre fedi e religioni.

La presente antologia fa dunque parlare i Padri su un tema reso attuale dagli svariati aspetti qui sommariamente richiamati. L’articolazione dell’Introduzione in due sezioni consente di mostrare come tale pratica non nasca dal nulla, ma in dialogo e contatto con i mondi religiosi e culturali nei quali il digiuno cristiano nacque e sviluppò poi i suoi tratti specifici. I tredici autori dell’antologia – tre per l’area siriaca, 

quattro per quella latina, sei per quella greca – non possono esaurire tutta la varietà offerta dalle differenti anime del cristianesimo di età patristica ma ne sono indubbiamente un buon campione. Il digiuno è presentato nel suo alto significato  individuale e collettivo, nella sua portata spirituale aperta tanto al cristiano impegnato in una via di particolare ascesi quanto a quello ancora pienamente mescolato nelle faccende nel mondo, nella sua indole penitenziale e in quella “imitativa”, pezzo non esclusivo ma comunque importante della sequela di quel Maestro che ha lasciato l’esempio e le motivazioni del digiuno del battezzato. In questo orientamento cristologico sta in definitiva il nocciolo della specificità del digiuno dei cristiani, quindi della sua vitale attualità e della capacità di essere fermento di bontà in una società caratterizzata sempre più dalla pluralità delle voci.

Hans Küng: lettera ai vescovi.

  Di recente ospite della trasmissione di Fabio Fazio è stato Hans Küng, sacerdote, teologo, filosofo svizzero, e dal 1996 professore emerito di Teologia ecumenica presso l’Università di Tubinga.      

Definito il teologo ribelle, poiché contro il dogmatismo religioso, Küng ha da poco ultimato il suo nuovo saggio intitolato Ciò che credo: “Credere è avere una fiducia ragionevole, nella vita, in Dio” dice. Egli sostiene di credere prima di tutto nella vita terrena e poi in quella ultraterrena, ed invita ad avere fiducia nella vita, nella realtà e nelle altre persone prima di tutto: “Io voglio avere una fede in Dio fondata nella vita” conferma.   

Di recente un’accorata lettera ai vescovi, che riportiamo di seguito ,  con riflessioni che  più che suscitare polemiche ci dovrebbero stimolare ad una attenta ed onesta riflessione sui temi trattati   

 Negli anni 1962-1965 Joseph Ratzinger  –  oggi Benedetto XVI  –  ed io eravamo i due più giovani teologi del Concilio. Oggi siamo i più anziani, e i soli ancora in piena attività. Ho sempre inteso il mio impegno teologico come un servizio alla Chiesa. Per questo, mosso da preoccupazione per la crisi di fiducia in cui versa questa nostra Chiesa, la più profonda che si ricordi dai tempi della Riforma ad oggi, mi rivolgo a voi, in occasione del quinto anniversario dell’elezione di papa Benedetto al soglio pontificio, con una lettera aperta. È questo infatti l’unico mezzo di cui dispongo per mettermi in contatto con voi.
Avevo apprezzato molto a suo tempo l’invito di papa Benedetto, che malgrado la mia posizione critica nei suoi riguardi mi accordò, poco dopo l’inizio del suo pontificato, un colloquio di quattro ore, che si svolse in modo amichevole. Ne avevo tratto la speranza che Joseph Ratzinger, già mio collega all’università di Tübingen, avrebbe trovato comunque la via verso un ulteriore rinnovamento della Chiesa e un’intesa ecumenica, nello spirito del Concilio Vaticano II. Purtroppo le mie speranze, così come quelle di tante e tanti credenti che vivono con impegno la fede cattolica, non si sono avverate; ho avuto modo di farlo sapere più di una volta a papa Benedetto nella corrispondenza che ho avuto con lui.   

Indubbiamente egli non ha mai mancato di adempiere con scrupolo agli impegni quotidiani del papato, e inoltre ci ha fatto dono di tre giovevoli encicliche sulla fede, la speranza e l’amore. Ma a fronte della maggiore sfida del nostro tempo il suo pontificato si dimostra ogni giorno di più come un’ulteriore occasione perduta, per non aver saputo cogliere una serie di opportunità: 
 – È mancato il ravvicinamento alle Chiese evangeliche, non considerate neppure come Chiese nel senso proprio del termine: da qui l’impossiblità di un riconoscimento delle sue autorità e della celebrazione comune dell’Eucaristia.
– È mancata la continuità del dialogo con gli ebrei: il papa ha reintrodotto l’uso preconciliare della preghiera per l’illuminazione degli ebrei; ha accolto nella Chiesa alcuni vescovi notoriamente scismatici e antisemiti; sostiene la beatificazione di Pio XII; e prende in seria considerazione l’ebraismo solo in quanto radice storica del cristianesimo, e non già come comunità di fede che tuttora persegue il proprio cammino di salvezza. In tutto il mondo gli ebrei hanno espresso sdegno per le parole del Predicatore della Casa Pontificia, che in occasione della liturgia del venerdì santo ha paragonato le critiche rivolte al papa alle persecuzioni antisemite.
– Con i musulmani si è mancato di portare avanti un dialogo improntato alla fiducia. Sintomatico in questo senso è il discorso pronunciato dal papa a Ratisbona: mal consigliato, Benedetto XVI ha dato dell’islam un’immagine caricaturale, descrivendolo come una religione disumana e violenta e alimentando così la diffidenza tra i musulmani.
– È mancata la riconciliazione con i nativi dell’America Latina: in tutta serietà, il papa ha sostenuto che quei popoli colonizzati “anelassero” ad accogliere la religione dei conquistatori europei.
– Non si è colta l’opportunità di venire in aiuto alle popolazioni dell’Africa nella lotta contro la sovrappopolazione e l’AIDS, assecondando la contraccezione e l’uso del preservativo.
– Non si è colta l’opportunità di riconciliarsi con la scienza moderna, riconoscendo senza ambiguità la teoria dell’evoluzione e aderendo, seppure con le debite differenziazioni, alle nuove prospettive della ricerca, ad esempio sulle cellule staminali.
– Si è mancato di adottare infine, all’interno stesso del Vaticano, lo spirito del Concilio Vaticano II come bussola di orientamento della Chiesa cattolica, portando avanti le sue riforme.
Quest’ultimo punto, stimatissimi vescovi, riveste un’importanza cruciale. Questo papa non ha mai smesso di relativizzare i testi del Concilio, interpretandoli in senso regressivo e contrario allo spirito dei Padri conciliari, e giungendo addirittura a contrapporsi espressamente al Concilio ecumenico, il quale rappresenta, in base al diritto canonico, l’autorità suprema della Chiesa cattolica:
– ha accolto nella Chiesa cattolica, senza precondizione alcuna, i vescovi tradizionalisti della Fraternità di S. Pio X, ordinati illegalmente al di fuori della Chiesa cattolica, che hanno ricusato il Concilio su alcuni dei suoi punti essenziali;
– ha promosso con ogni mezzo la messa medievale tridentina, e occasionalmente celebra egli stesso l’Eucaristia in latino, volgendo le spalle ai fedeli;
– non realizza l’intesa con la Chiesa anglicana prevista nei documenti ecumenici ufficiali (ARCIC), ma cerca invece di attirare i preti anglicani sposati verso la Chiesa cattolica romana rinunciando all’obbligo del celibato.
– ha potenziato, a livello mondiale, le forze anticonciliari all’interno della Chiesa attraverso la nomina di alti responsabili anticonciliari (ad es.: Segreteria di Stato, Congregazione per la Liturgia) e di vescovi reazionari.
   

Papa Benedetto XVI sembra allontanarsi sempre più dalla grande maggioranza del popolo della Chiesa, il quale peraltro è già di per sé portato a disinteressarsi di quanto avviene a Roma, e nel migliore dei casi si identifica con la propria parrocchia o con il vescovo locale.   

So bene che anche molti di voi soffrono di questa situazione: la politica anticonciliare del papa ha il pieno appoggio della Curia romana, che cerca di soffocare le critiche nell’episcopato e in seno alla Chiesa, e di screditare i dissenzienti con ogni mezzo. A Roma si cerca di accreditare, con rinnovate esibizioni di sfarzo barocco e manifestazioni di grande impatto mediatico, l’immagine di una Chiesa forte, con un “vicario di Cristo” assolutista, che riunisce nelle proprie mani i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Ma la politica di restaurazione di Benedetto XVI è fallita. Le sue pubbliche apparizioni, i suoi viaggi, i suoi documenti non sono serviti a influenzare nel senso della dottrina romana le idee della maggioranza dei cattolici su varie questioni controverse, e in particolare sulla morale sessuale. Neppure i suoi incontri con i giovani, in larga misura membri di gruppi carismatici di orientamento conservatore, hanno potuto frenare le defezioni dalla Chiesa, o incrementare le vocazioni al sacerdozio.   

Nella vostra qualità di vescovi voi siete certo i primi a risentire dolorosamente dalla rinuncia di decine di migliaia di sacerdoti, che dall’epoca del Concilio ad oggi si sono dimessi dai loro incarichi soprattutto a causa della legge sul celibato. Il problema delle nuove leve non riguarda solo i preti ma anche gli ordini religiosi, le suore, i laici consacrati: il decremento è sia quantitativo che qualitativo. La rassegnazione e la frustrazione si diffondono tra il clero, e soprattutto tra i suoi esponenti più attivi; tanti si sentono abbandonati nel loro disagio, e soffrono a causa della Chiesa. In molte delle vostre diocesi è verosimilmente in aumento il numero delle chiese deserte, dei seminari e dei presbiteri vuoti. In molti Paesi, col preteso di una riforma ecclesiastica, si decide l’accorpamento di molte parrocchie, spesso contro la loro volontà, per costituire gigantesche “unità pastorali” affidate a un piccolo numero di preti oberati da un carico eccessivo di lavoro.   

E da ultimo, ai tanti segnali della crisi in atto viene ad aggiungersi lo spaventoso scandalo degli abusi commessi da membri del clero su migliaia di bambini e adolescenti, negli Stati Uniti, in Irlanda, in Germania e altrove; e a tutto questo si accompagna una crisi di leadership, una crisi di fiducia senza precedenti. Non si può sottacere il fatto che il sistema mondiale di occultamento degli abusi sessuali del clero rispondesse alle disposizioni della Congregazione romana per la Dottrina della fede (guidata tra il 1981 e il 2005 dal cardinale Ratzinger), che fin dal pontificato di Giovanni Paolo II raccoglieva, nel più rigoroso segreto, la documentazione su questi casi. In data 18 maggio 2001 Joseph Ratzinger diramò a tutti i vescovi una lettera dai toni solenni sui delitti più gravi (”Epistula de delictis gravioribus”), imponendo nel caso di abusi il “secretum pontificium”, la cui violazione è punita dalla la Chiesa con severe sanzioni. E’ dunque a ragione che molti hanno chiesto un personale “mea culpa” al prefetto di allora, oggi papa Benedetto XVI. Il quale però non ha colto per farlo l’occasione della settimana santa, ma al contrario ha fatto attestare “urbi et orbi”, la domenica di Pasqua, la sua innocenza al cardinale decano.   

Per la Chiesa cattolica le conseguenze di tutti gli scandali emersi sono devastanti, come hanno confermato alcuni dei suoi maggiori esponenti. Il sospetto generalizzato colpisce ormai indiscriminatamente innumerevoli educatori e pastori di grande impegno e di condotta ineccepibile. Sta a voi, stimatissimi vescovi, chiedervi quale sarà il futuro delle vostre diocesi e quello della nostra Chiesa. Non è mia intenzione proporvi qui un programma di riforme. L’ho già fatto più d’una volta, sia prima che dopo il Concilio.  

 Mi limiterò invece a sottoporvi qui sei proposte, condivise – ne sono convinto – da milioni di cattolici che non hanno voce.   

  
1. Non tacete. Il silenzio a fronte di tanti gravissimi abusi vi rende corresponsabili. Al contrario, ogni qualvolta ritenete che determinate leggi, disposizioni o misure abbiano effetti controproducenti, dovreste dichiararlo pubblicamente. Non scrivete lettere a Roma per fare atto di sottomissione e devozione, ma per esigere riforme!   

 2. Ponete mano a iniziative riformatrici. Tanti, nella Chiesa e nell’episcopato, si lamentano di Roma, senza però mai prendere un’iniziativa. Ma se oggi in questa o quella diocesi o comunità i parrocchiani disertano la messa, se l’opera pastorale risulta inefficace, se manca l’apertura verso i problemi e i mali del mondo, se la cooperazione ecumenica si riduce a un minimo, non si possono scaricare tutte le colpe su Roma. Tutti, dal vescovo al prete o al laico, devono impegnarsi per il rinnovamento della Chiesa nel proprio ambiente di vita, piccolo o grande che sia. Molte cose straordinarie, nelle comunità e più in generale in seno alla Chiesa, sono nate dall’iniziativa di singole persone o di piccoli gruppi. Spetta a voi, nella vostra qualità di vescovi, il compito di promuovere e sostenere simili iniziative, così come quello di rispondere, soprattutto in questo momento, alle giustificate lagnanze dei fedeli. 
  
3. Agire collegialmente. Il Concilio ha decretato, dopo un focoso dibattito e contro la tenace opposizione curiale, la collegialità dei papi e dei vescovi, in analogia alla storia degli apostoli: lo stesso Pietro non agiva al di fuori del collegio degli apostoli. Ma nel periodo post-conciliare il papa e la curia hanno ignorato questa fondamentale decisione conciliare. Fin da quando, a soli due anni dal Concilio e senza alcuna consultazione con l’episcopato, Paolo VI promulgò un’enciclica in difesa della discussa legge sul celibato, la politica e il magistero pontificio ripresero a funzionare secondo il vecchio stile non collegiale. Nella stessa liturgia il papa si presenta come un autocrate, davanti al quale i vescovi, dei quali volentieri si circonda, figurano come comparse senza diritti e senza voce. Perciò, stimatissimi vescovi, non dovreste agire solo individualmente, bensì in comune con altri vescovi, con i preti, con le donne e gli uomini che formano il popolo della Chiesa. 
 
 
4. L’obbedienza assoluta si deve solo a Dio. Voi tutti, al momento della solenne consacrazione alla dignità episcopale, avete giurato obbedienza incondizionata al papa. Tuttavia sapete anche che l’obbedienza assoluta è dovuta non già al papa, ma soltanto a Dio. Perciò non dovete vedere in quel giuramento a un ostacolo tale da impedirvi di dire la verità sull’attuale crisi della Chiesa, della vostra diocesi e del vostro Paese. Seguite l’esempio dell’apostolo Paolo, che si oppose a Pietro “a viso aperto, perché evidentemente aveva torto” (Gal. 2,11). Può essere legittimo fare pressione sulle autorità romane, in uno spirito di fratellanza cristiana, laddove queste non aderiscano allo spirito del Vangelo e della loro missione. Numerosi traguardi – come l’uso delle lingue nazionali nella liturgia, le nuove disposizioni sui matrimoni misti, l’adesione alla tolleranza, alla democrazia, ai diritti umani, all’intesa ecumenica e molti altri ancora hanno potuto essere raggiunti soltanto grazie a una costante e tenace pressione dal basso. 
 
 
5. Perseguire soluzioni regionali: il Vaticano si mostra spesso sordo alle giustificate richieste dei vescovi, dei preti e dei laici. Ragione di più per puntare con intelligenza a soluzioni regionali. Come ben sapete, un problema particolarmente delicato è costituito dalla legge sul celibato, una norma di origine medievale, la quale a ragione è ora messa in discussione a livello mondiale nel contesto dello scandalo suscitato dagli abusi. Un cambiamento in contrapposizione con Roma appare pressoché impossibile; ma non per questo si è condannati alla passività. Un prete che dopo seria riflessione abbia maturato l’intenzione di sposarsi non dovrebbe essere costretto a dimettersi automaticamente dal suo incarico, se potesse contare sul sostegno del suo vescovo e della sua comunità. Una singola Conferenza episcopale potrebbe aprire la strada procedendo a una soluzione regionale. Meglio sarebbe tuttavia mirare a una soluzione globale per la Chiesa nel suo insieme. 

 Perciò
6. si chieda la convocazione di un Concilio: se per arrivare alla riforma liturgica, alla libertà religiosa, all’ecumenismo e al dialogo interreligioso c’è stato bisogno di un Concilio, lo stesso vale oggi a fronte dei problemi che si pongono in termini tanto drammatici. Un secolo prima della Riforma, il Concilio di Costanza aveva deciso la convocazione di un concilio ogni cinque anni: decisione che fu però disattesa dalla Curia romana, la quale anche oggi farà indubbiamente di tutto per evitare un concilio dal quale non può che temere una limitazione dei propri poteri. È responsabilità di tutti voi riuscire a far passare la proposta di un concilio, o quanto meno di un’assemblea episcopale rappresentativa. 
Questo, a fronte di una Chiesa in crisi, è l’appello che rivolgo a voi, stimatissimi vescovi: vi invito a gettare sulla bilancia il peso della vostra autorità episcopale, rivalutata dal Concilio. Nella difficile situazione che stiamo vivendo, gli occhi del mondo sono rivolti a voi. Innumerevoli sono i cattolici che hanno perso la fiducia nella loro Chiesa; e il solo modo per contribuire a ripristinarla è quello di affrontare onestamente e apertamente i problemi, per adottare le riforme che ne conseguono. Chiedo a voi, nel più totale rispetto, di fare la vostra parte, ove possibile in collaborazione con altri vescovi, ma se necessario anche soli, con apostolica “franchezza” (At 4,29.31). Date un segno di speranza ai vostri fedeli, date una prospettiva alla nostra Chiesa. 
Vi saluto nella comunione della fede cristiana. 
  

  
 
 

  

  

 

  

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“Dove va la chiesa?”

 

Dove va la chiesa? Ogni tanto è bene fermarsi e tornare ai fondamenti, chiedendosi: “Chi è la chiesa?”. La chiesa, ekklesía, è un’assemblea di ekkletoí, una realtà di uomini e donne che Dio chiama, distingue dagli altri attraverso la sua Parola; una realtà plasmata dal Vangelo di Gesù Cristo; una realtà costantemente edificata in un corpo dallo Spirito santo (cf. Ef 2,22). Ecco chi è la chiesa. E dico “chi”, non “che cosa”, perché la chiesa è un soggetto, una creatura, una persona mistica.
Ma la chiesa, creatura Verbi, realtà che è nata e sempre nasce dalla Parola di Dio, vive nel mondo, nella storia e a servizio dell’umanità intera. Non è un luogo segnato dal privilegio della chiamata, ma piuttosto contraddistinto dalla responsabilità verso tutti gli altri. Come il popolo santo dell’antica alleanza è un popolo scelto da Dio in Abramo affinché la benedizione di Dio giunga a tutte le genti (cf. Gen 12,2-3), così la chiesa è chiamata a portare la salvezza al mondo intero. Per questo la chiesa è costitutivamente luogo di dialogo: luogo della parola che si lascia attraversare da un’altra parola; luogo in cui si intrecciano linguaggi e cammini di comunione; luogo in cui regna la comunicazione.
Chiamati al dialogo con Dio, i cristiani hanno il compito di intessere un dialogo anche con tutti gli altri esseri umani. Questa è la loro funzione sacerdotale tra le genti della terra (cf. 1Pt 2,5.9; Es 19,6), la loro ragion d’essere: l’essere strumento di dialogo e riconciliazione. Per questo la chiesa nata a Pentecoste è un realtà che sa esprimere la buona notizia nelle diverse lingue della terra (cf. At 2,1-11). Subito la chiesa per bocca di Pietro e degli altri proclama il Cristo risorto e vivente, e ciascuno sente risuonare l’annuncio nella propria lingua. Nella mattina di Pentecoste le persone presenti a Gerusalemme non devono assumere un’altra lingua, ma è la chiesa che annuncia il Vangelo nella loro lingua, dunque fa innanzitutto un passo di dialogo attraverso il suo linguaggio.
Sì, la chiesa nasce dialogica, è per sua natura capace di un dialogo plurale con le diverse culture e genti della terra a cui è inviata: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8), dice il Risorto agli Undici. Non è un caso che la chiesa abbia subito saputo dialogare con il mondo, addirittura con il mondo a lei ostile dell’impero romano, in un’epoca in cui, a fasi alterne, subiva una persecuzione a tratti persino cruenta. Anche in quei primi tre secoli i cristiani hanno dialogato con i cittadini dell’impero, con la cultura filosofica pagana, con le diverse genti del Mediterraneo. Gli scritti di apologeti come Giustino e di padri come Clemente Alessandrino e Basilio ne danno ampia testimonianza.
I cristiani si mostravano cittadini leali verso l’autorità politica romana, pregavano per essa, si sottomettevano alle leggi (cf. Rm 13,1-7) e cercavano di vivere in pace con tutti. Ma dobbiamo confessare con umiltà che, a partire dal IV secolo, talvolta questo atteggiamento è stato smentito dagli stessi cristiani e la chiesa non sempre è stata luogo di dialogo. Soprattutto nella difesa della verità – come affermò con coraggio Giovanni Paolo II durante il giubileo del 2000 – i cristiani hanno assunto metodi in contraddizione con la verità di Cristo e con il suo spirito. Invece del dialogo abbiamo praticato l’esclusione; invece dell’ascolto delle differenze la condanna; invece della comprensione o della tolleranza addirittura la persecuzione di chi era “altro”: gli ebrei, gli “eretici” e, più in generale, chiunque mostrasse una diversità di opinioni, di etica, di fede.
Infine, dopo tre secoli in cui la chiesa era stata spaventata dalla modernità, dall’illuminismo, dalla rivoluzione francese e poi dalla laicità e dall’ostilità dei grandi imperi e delle ideologie totalitarie, ecco arrivare papa Giovanni XXIII, il Concilio Vaticano II, Paolo VI. Papa Giovanni fece nuovamente del dialogo l’atteggiamento della chiesa: dialogo con i “fratelli separati”, si diceva allora dei cristiani non cattolici; dialogo con gli ebrei dopo secoli di ostilità; dialogo con gli uomini non cristiani e non credenti… E qui mi corre l’obbligo di ricordare, accanto alla costituzione conciliare Gaudium et spes, anche un’enciclica di Paolo VI oggi purtroppo dimenticata: l’Ecclesiam suam (6 agosto 1964). La sua terza parte è dedicata proprio al dialogo che la chiesa, per la sua stessa natura, deve intrattenere. Da questo splendido testo cito alcune parole che accesero il cuore di tanti di noi, che lo fecero ardere di gioia e di commozione, perché vedevamo in esse l’aggiornamento, la riforma voluta da papa Giovanni e dal Concilio, confermata e indicata da Paolo VI:
Daremo a questo interiore impulso di carità, che diventa dono esteriore di carità, il nome di dialogo. La chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La chiesa si fa parola; la chiesa si fa messaggio; la chiesa si fa colloquio … Ancor prima di convertire il mondo, bisogna accostarlo e parlargli … L’origine del dialogo si trova nell’intenzione stessa di Dio. Il dialogo deve ricominciare ogni giorno; e da noi prima che da coloro a cui è rivolto (§§ 66-67.70.72.79).
Queste parole di Paolo VI sono coraggiose, ferme, convinte e piene del Vangelo e dei sentimenti di Cristo. A partire da questa intuizione centrale, il papa tracciava nell’enciclica alcuni cerchi, di costante attualità:
• dialogo con tutto ciò che umano e con tutta l’umanità. Questo in vista dell’umanizzazione, compito comune a cristiani e non cristiani; in vista della pace, dono supremo per l’umanità;
• dialogo con tutti i credenti in Dio, i cercatori di Dio nelle altre religioni;
• dialogo con i fratelli cristiani non cattolici;
• dialogo all’interno della chiesa tra pastori e fedeli, tra doni diversi, tra le diverse componenti della chiesa.
In quest’ottica, ci possiamo lasciare con le parole di un mirabile testo delle origini cristiane, indirizzato da un anonimo credente in Cristo a un certo Diogneto:
I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Non abitano neppure città proprie, né usano una lingua particolare, … ma testimoniano uno stile di vita mirabile e, a detta di tutti, paradossale … Risiedono nella loro patria ma come stranieri domiciliati (pároikoi); a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri (xénoi); ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non espongono i loro nati. Mettono in comune la tavola, ma non il letto … Dio ha assegnato loro una missione così importante che essi non possono disertare (A Diogneto V,1-2.4-7; VI,10).

(Enzo Bianchi- “Vita Pastorale” – Luglio 2020)