{"id":20781,"date":"2019-08-20T21:28:34","date_gmt":"2019-08-20T19:28:34","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ilconfronto.com\/?p=20781"},"modified":"2019-10-28T21:36:59","modified_gmt":"2019-10-28T19:36:59","slug":"la-fraternita-evangelica-tra-i-presbiteri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ilconfronto.com\/?p=20781","title":{"rendered":"La fraternit\u00e0 evangelica tra i presbiteri"},"content":{"rendered":"<p><strong><a href=\"http:\/\/www.ilconfronto.com\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Manicardi.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-20782 size-medium\" src=\"http:\/\/www.ilconfronto.com\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Manicardi-300x255.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"255\" srcset=\"https:\/\/www.ilconfronto.com\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Manicardi-300x255.jpg 300w, https:\/\/www.ilconfronto.com\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Manicardi-768x653.jpg 768w, https:\/\/www.ilconfronto.com\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Manicardi-212x180.jpg 212w, https:\/\/www.ilconfronto.com\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Manicardi.jpg 800w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/strong><span style=\"font-size: 13pt;\"><em>L&#8217; 11 dicembre dello scorso anno , il priore della comunit\u00e0 di Bose, padre Luciano Manicardi, ha tenuto una meditazione al clero della diocesi di Alba su \u201cLa fraternit\u00e0 evangelica tra i presbiteri\u201d. Rifacendosi alle prime comunit\u00e0 cristiane che indicavano il cristianesimo come il cammino (odos in greco), padre Manicardi ha sottolineato che per\u00f2 si tratta di un cammino fatto insieme (syn odos), ovvero un cammino sinodale.<strong> La sinodalit\u00e0 rappresenta la concreta pratica della comunione fraterna.<\/strong><\/em><\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 14pt;\"><em>Se il tema interpella in prima istanza sacerdoti e religiosi, esso coinvolge tuttavia l\u2019intera comunit\u00e0 cristiana.<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: 14pt;\"><em> Questo il testo integrale di padre Manicardi che proponiamo alla riflessione di tutti:<\/em><\/span><!--more--><\/p>\n<p><strong>I Parte: sinodalit\u00e0 e collaborazione nel presbiterio<\/strong><\/p>\n<p><strong>1. Resistenze alla fraternit\u00e0 presbiterale<\/strong><\/p>\n<p>\u201cI sacerdoti sono uniti in una fraternit\u00e0 sacramentale, pertanto la prima forma di evangelizzazione \u00e8 la testimonianza di fraternit\u00e0 e di comunione tra loro e con il Vescovo\u201d. Cos\u00ec papa Francesco nel discorso del 3 ottobre 2014 alla plenaria della Congregazione per il clero. Se il vescovo e il presbitero sono servi della comunione ecclesiale, essi non possono certamente esserli chiudendosi in un dorato isolamento o in atteggiamenti ieratici o cedendo alla mondanit\u00e0 dell\u2019individualismo imperante. Essi sono chiamati a vivere la comunione anzitutto tra di loro, tra di loro presbiteri, e tra presbiteri e vescovo, pena, la smentita del loro ministero, la loro non-credibilit\u00e0. La loro concreta fraternit\u00e0 \u00e8 la loro prima testimonianza e forma di evangelizzazione. Prima di ogni preoccupazione pastorale, di ogni attivit\u00e0 organizzativa, anche di ogni celebrazione cultuale, il ministero presbiterale si caratterizza per questa fraternit\u00e0. Secondo il vangelo di Marco, Ges\u00f9, dopo aver stabilito i Dodici \u201cperch\u00e9 stessero con lui e per inviarli a predicare\u201d (Mc 3,14), li invi\u00f2 \u201ca due a due\u201d (Mc 6,7; cf. anche Lc 10,1). Perch\u00e9 la prima e fondamentale testimonianza a Cristo e al vangelo passa attraverso la capacit\u00e0 relazionale, la capacit\u00e0 di incontro e sopportazione, e magari anche la concreta carit\u00e0 vissuta reciprocamente. \u201cDa questo tutti conosceranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri\u201d. Certo, questa fraternit\u00e0 incontra in realt\u00e0 numerose resistenze nel vissuto personale dei presbiteri. Perch\u00e9?<br \/>\nIl prevalere del ruolo<\/p>\n<p>1. Anzitutto, c\u2019\u00e8 il rischio del prevalere del ruolo: un rischio \u00e8 divenire funzionari, magari efficienti, iperattivi (e il peso delle cose da fare \u00e8 a volte davvero eccessivo), dimenticando la cosa pi\u00f9 importante, ovvero, la costruzione della propria umanit\u00e0, l\u2019attenzione alle virt\u00f9 umane, alla relazione con gli altri. In verit\u00e0, tendere concretamente a vivere il proprio presbiterato insieme, con gli altri presbiteri, ovvero, nel corpo presbiterale di una diocesi, \u00e8 molto pi\u00f9 impegnativo e faticoso che fare le cose da soli, senza gli altri, realizzando di fatto la figura di un piccolo manager piuttosto che di un servo della comunione, e configurando la comunit\u00e0 ecclesiale come macchina o azienda piuttosto che come corpo. Ma questo \u00e8 cedere alla tentazione dell\u2019individualismo dominante. \u00c8 fare come fanno tutti. Le parole di Ges\u00f9 ai Dodici nell\u2019ultima cena secondo il vangelo di Luca portano un\u2019indicazione che regola il ministero apostolico nei confronti della mondanit\u00e0: \u201cVoi per\u00f2 non cos\u00ec\u201d (Vos autem non sic: Lc 22,26). L\u2019avversativa dice che c\u2019\u00e8 una lotta da fare.<br \/>\nLa fatica di amare chi non si \u00e8 scelto<\/p>\n<p>2. L\u2019attenzione alla fraternit\u00e0 presbiterale implica un\u2019attenzione agli altri e un lavoro su di s\u00e9. Perch\u00e9 prima che presbiteri siete uomini chiamati ad amare. E amare \u00e8 un lavoro, una fatica esigente. Per giungere a relazioni improntate a fraternit\u00e0 e amore, o almeno a rispetto e carit\u00e0 nel presbiterio, occorre esercitarsi all\u2019arte di amare chi non si \u00e8 scelto. Se nel matrimonio i partner si scelgono in base all\u2019attrazione e all\u2019amore, ai sentimenti, nel presbiterio si \u00e8 chiamati a cercare di amare chi ci \u00e8 dato come co-presbitero. Si tratta di andare al di l\u00e0 di simpatie e antipatie per mettere in atto l\u2019amore intelligente secondo il vangelo. Un amore nell\u2019obbedienza. Un amore che \u00e8 obbedienza. Un amore che \u00e8 effettivo ancor pi\u00f9 che affettivo e si nutre di disponibilit\u00e0 alla collaborazione e anche di attenzione all\u2019altro, ai suoi momenti di difficolt\u00e0, alle sue solitudini.<br \/>\nLa resistenza al cambiamento e alla conversione<\/p>\n<p>3. Se quanto detto \u00e8 vero, la resistenza alla fraternit\u00e0, che diviene poi difficolt\u00e0 a un lavoro insieme, alla sinodalit\u00e0, \u00e8 resistenza a quel concreto cambiamento di s\u00e9 in cui consiste la conversione. Chiediamo agli altri la conversione con la predicazione, ma noi siamo disposti a cambiare? Accettiamo il lavoro trasformativo su di noi che viene grazie alla relazione attiva e concreta con gli altri, e anzitutto con gli altri presbiteri? Tertulliano scriveva che unus christianus, nullus christianus, ovvero, che il cristiano esiste sempre in un corpo, in un insieme, in una relazione, non da solo, quanto pi\u00f9 questo vale per il presbitero che \u00e8 a servizio della comunione del corpo ecclesiale e che fa del presbitero, di ogni presbitero una delle membra che formano il corpo. Quel corpo che \u00e8 anzitutto il presbiterio, nella comunione tra presbiteri tra di loro e tra presbiteri e vescovo.<\/p>\n<p>2. Chiamati alla sinodalit\u00e0<\/p>\n<p>Il ministero ricevuto pone il presbitero a servizio della comunione della comunit\u00e0 cristiana. Egli, dice il Concilio Vaticano II \u201c\u00e8 stato consacrato per predicare il vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino\u201d (LG 28). Questo compito egli lo svolge nella coscienza di essere in mezzo a un popolo di consacrati, cio\u00e8 di uomini e donne \u201cunti\u201d (il NT usa il verbo chr\u00edein), \u201csantificati\u201d (il NT usa il verbo haghi\u00e0zein) mediante il battesimo, un popolo di \u201cmessianici\u201d, potremmo dire, perch\u00e9 discepoli di Ges\u00f9 il Messia. Il compito del vescovo e del presbitero \u00e8 quello di porsi a servizio del camminare insieme della comunit\u00e0 nella comunione e nella diversit\u00e0 dei carismi. Ora, fin dall\u2019epoca neotestamentaria la sinodalit\u00e0 \u00e8 la pratica ecclesiale della comunione.<\/p>\n<p>Se il cristianesimo viene chiamato \u201cla via\u201d (hod\u00f2s: At 9,2; 18,25-26; ecc.), la modalit\u00e0 di viverlo \u00e8 il s\u00fdn-odos, \u201cil cammino fatto insieme\u201d. Nella chiesa, che \u00e8 corpo del Signore nella storia, un\u2019unica linfa vitale scorre nelle varie membra sicch\u00e9 costitutivo della pratica ecclesiale \u00e8 il fare le cose insieme (s\u00fdn) e nella reciprocit\u00e0, gli uni per gli altri (all\u00e9lon). Anzitutto, insieme: Paolo parla di collaborare (Fil 1,27; 4,3), di con-soffrire (1Cor 12,26), di con-gioire (Fil 2,17), di con-riposare (Rm 15,32), di con-vivere (2Cor 7,3), ecc. Paolo crea neologismi in greco per accentuare questa dimensione comunionale che deve divenire pratica quotidiana nella vita ecclesiale. Poi Paolo parla di reciprocit\u00e0: si tratta di pregare gli uni per gli altri (Gc 5,16), di perdonarsi gli uni gli altri (Ef 4,32), di correggersi gli uni gli altri (Rm 15,14), di consolarsi a vicenda (1Ts 4,18; 5,11), di sopportarsi gli uni gli altri (Col 3,13), di accogliersi gli uni gli altri (Rm 15,7), in una parola, di amarsi gli uni gli altri (cf. Gv 13,34). Nel discorso di Paolo in 1Cor 12 sulla chiesa come corpo formato di molte e diverse membra l\u2019apostolo afferma che come nel corpo nessun membro pu\u00f2 dire all\u2019altro \u201cio non ho bisogno di te\u201d (1Cor 12,21), cos\u00ec nella chiesa nessuna componente ecclesiale pu\u00f2 fare le cose senza o contro le altre n\u00e9 al di sopra o all\u2019insaputa delle altre. La chiesa \u00e8 il luogo della povert\u00e0 condivisa: la comunione nasce non dall\u2019accumulo delle forze e competenze dell\u2019uno e dell\u2019altro, ma dalla condivisione delle povert\u00e0 di ciascuno.<br \/>\nIl NT presenta la prassi sinodale all\u2019opera in alcuni momenti decisivi della vita ecclesiale e non la presenta mai nella forma di una democrazia diretta, ma nell\u2019articolazione tra \u201ctutti\u201d, \u201calcuni\u201d e \u201cuno solo\u201d. Ges\u00f9, durante la sua vita, fra tutti i discepoli ne ha scelti alcuni (i Dodici) e tra questi ha distinto Pietro (uno solo). Al momento di completare il collegio dei Dodici (alcuni) menomato per la defezione di Giuda, Pietro (uno solo) si rivolge all\u2019assemblea plenaria dei fratelli (tutti) che propone due nomi. Dopo aver pregato, viene tirata la sorte e scelto Mattia (At 1,15-26). Questa logica partecipativa \u00e8 all\u2019opera anche al momento di risolvere una tensione sorta fra cristiani di origine palestinese e cristiani ellenisti circa il sostentamento da assicurare alle rispettive vedove: non si agisce di autorit\u00e0, ma i Dodici formulano una proposta che, approvata da tutta l\u2019assemblea, porta alla decisione (At 6,1-7). Il cosiddetto Concilio di Gerusalemme (At 15), in realt\u00e0 un incontro in cui si \u00e8 pervenuti a un accordo tra chiese che erano in contrasto su un punto preciso, l\u2019obbligatoriet\u00e0 o meno della circoncisione e dell\u2019osservanza della Legge mosaica da parte dei cristiani provenienti dal mondo pagano, mostra bene lo stile sinodale presentando interventi di autorit\u00e0 delle chiese, riunioni ristrette e infine riunioni assembleari, in plenaria, diremmo noi.<\/p>\n<p>Ora, il principio sinodale, ovvero la strutturazione a piramide rovesciata \u201ctutti-alcuni-uno\u201d, si accompagna al principio di strutturazione della comunione per cui vi \u00e8 un primato. Nella chiesa non si d\u00e0 sinodalit\u00e0 senza primato, n\u00e9 primato senza sinodalit\u00e0. Il Nuovo Testamento, proprio nel passo paolino in cui con pi\u00f9 chiarezza si parla della chiesa come corpo articolato in membra diverse con differenti funzioni ma tutte convergenti verso l\u2019unit\u00e0 dell\u2019insieme, esprime la strutturazione della comunione ecclesiale con il ricorso alla gerarchizzazione del \u201cprimo, secondo, terzo\u201d: \u201cDio ha posto alcuni nella chiesa in primo luogo (pr\u00f3ton) come apostoli, in secondo luogo (de\u00fateron) come profeti, in terzo luogo (tr\u00edton) come maestri\u201d (1Cor 12,28; cf. Rm 12,6-8; 1Cor 12,7-11; Ef 4,11). E la comunit\u00e0 ecclesiale vede i presbiteri costituire insieme al loro vescovo un unico presbiterio. Se il vescovo \u00e8 chiamato ad assumere e ad esercitare una concreta paternit\u00e0 nei confronti dei suoi preti, rendendosi disponibile ad incontrarli, interessandosi della loro vita, della loro salute, delle condizioni in cui vivono, cos\u00ec i preti sono chiamati ad entrare con il loro vescovo in un rapporto leale, onesto, schietto, rispettoso, collaborativo. Un rapporto non di adulazione, ma di rispetto, non di ribellione e di maldicenza, ma di parres\u00eda. Io non intendo soffermarmi sui fondamenti teologici della comunione tra presbiteri e tra presbiteri e vescovo, sulla necessit\u00e0 che il presbiterio, come dice Ignazio di Antiochia, sia \u201carmonicamente unito al vescovo come le corde sono unite alla cetra\u201d (Agli Efesini 4,1), ma voglio solo ricordare alcuni atteggiamenti esistenziali e spirituali che possono rendere possibile nel concreto la comunione presbiterale e tra preti e vescovo. Atteggiamenti da porre in atto certamente nelle riunioni, nelle assemblee, nelle giornate di aggiornamento e nei vari consigli, per esempio nel consiglio presbiterale, dunque nelle istituzioni sinodali, ma che, pi\u00f9 in generale, devono reggere la relazione quotidiana tra presbiteri e tra presbiteri e vescovo.<\/p>\n<p>3. La prassi della sinodalit\u00e0 e della collaborazione nel presbiterio<br \/>\nAnzitutto \u00e8 importante che il vescovo vigili perch\u00e9 ci sia una buona informazione di tutti i presbiteri circa la vita diocesana. Una dimensione della sinodalit\u00e0 \u00e8 l\u2019informazione. L\u2019informazione tende all\u2019edificazione del corpo ecclesiale. \u00c8 importante che i presbiteri conoscano con chiarezza le linee di governo del vescovo, conoscano motivazioni e finalit\u00e0 dell\u2019agire pastorale che viene loro richiesto, altrimenti, presto o tardi, ci si trover\u00e0 di fronte a un rifiuto inconscio o anche aperto della decisione. Ci si trover\u00e0 di fronte a una demotivazione, a un divorzio se non dal ministero, almeno dalla volont\u00e0 di impegnarsi.<\/p>\n<p>Da parte dei presbiteri occorre la volont\u00e0 di essere presenti alle occasioni di incontro e di fraternit\u00e0 e di non cedere troppo facilmente alla tentazione di dire \u201cNon servono a nulla\u201d, \u201csono inutili\u201d, \u201ctanto non cambia mai niente\u201d. Occorre accettare di essere scomodati. E combattere la pigrizia, il cinismo e la sfiducia.<br \/>\nPerch\u00e9 la fraternit\u00e0 divenga responsabilit\u00e0 e corresponsabilit\u00e0 tra presbiteri e tra presbiteri e vescovo occorre mettere in atto diversi atteggiamenti relazionali che comportano un impegnativo lavoro su di s\u00e9 e la disponibilit\u00e0 a sempre ricominciare.<\/p>\n<p>1. Seriet\u00e0. Si tratta di prendere sul serio ci\u00f2 che si fa: il proprio e l\u2019altrui ministero, la propria vita di fede e di preghiera, le relazioni con gli altri, \u2026 In particolare, si tratta di prendere sul serio le occasioni sinodali e i momenti assembleari disponendosi a una partecipazione convinta e attiva.<\/p>\n<p>2. Rispetto. Mi riferisco al rispetto dei preti tra di loro e del prete verso il vescovo e viceversa. Ma \u00e8 anche rispetto delle opinioni diverse dalla propria, rispetto delle debolezze dell\u2019altro. Rispetto \u00e8 anche capacit\u00e0 di vedere (re-spicere) i propri limiti, le proprie debolezze, per non travalicare, per non peccare di hybris, per non cadere nell\u2019arroganza, nella prepotenza, nel disprezzo.<\/p>\n<p>3. Fiducia. Un vescovo \u00e8 il primo responsabile della creazione di un clima di fiducia reciproca nel presbiterio. La sua disponibilit\u00e0 all\u2019ascolto e all\u2019incontro dei suoi preti, il suo prendersi cura delle situazioni che gli vengono presentate, nella coscienza che la sollecitudine per i presbiteri \u00e8 il suo primo compito, il suo essere \u201cdi parola\u201d, il suo ricordarsi delle situazioni di ciascuno, tutto questo favorisce un clima di fiducia e fa sentire come affidabile il vescovo stesso. Ovvio che questa apertura di fiducia deve vigere anche nei presbiteri e tra di loro. Senza fiducia non vi \u00e8 alcuna possibilit\u00e0 di comunione e di fraternit\u00e0.<\/p>\n<p>4. Lealt\u00e0. Sulla fiducia si costruisce la lealt\u00e0, che \u00e8 legame di alleanza con gli altri, accordo per costruire insieme e camminare insieme. La lealt\u00e0 \u00e8 impegno della volont\u00e0 che si orienta verso un fine comune, un obiettivo non individualistico, ma comune.<\/p>\n<p>5. Sincerit\u00e0. La sincerit\u00e0 accompagna la lealt\u00e0 e impedisce di nascondere, celare, mentire, dire verit\u00e0 parziali. Uno dei significati etimologici del termine \u201csincerit\u00e0\u201d rinvia a \u201csenza cera\u201d, in riferimento agli scultori che non facevano ricorso alla cera per mascherare i difetti delle loro opere. L\u2019idea sarebbe quella di \u201cgenuino\u201d, \u201cautentico\u201d, \u201csenza finzione\u201d. Sincerit\u00e0 rinvia anche a quella parres\u00eda che \u00e8 libert\u00e0 di parola e che deve contraddistinguere ogni riunione sinodale e ogni rapporto intraecclesiale autentico. Sincerit\u00e0 si deve accompagnare a chiarezza di comunicazione, perch\u00e9 caritas \u00e8 anche claritas.<\/p>\n<p>6. Responsabilit\u00e0. La responsabilit\u00e0 mi situa in rapporto vitale con Dio e con gli altri e mi spinge a rispondere di me, di ci\u00f2 che faccio, del ministero che ho ricevuto, della mia vita di fronte al Signore, di fronte alla mia coscienza, di fronte alla comunit\u00e0. E anche, per il presbitero, di fronte al vescovo. Della responsabilit\u00e0 fa parte costitutiva, anche etimologicamente, la parola, la risposta. Una piena responsabilit\u00e0 non pu\u00f2 essere muta o non comunicativa.<\/p>\n<p>7. Discrezione. Va infine ricordata la necessaria, anzi vitale, discrezione. Discrezione da parte del vescovo che si trova a conoscere dettagli di situazioni ecclesiali e personali di presbiteri che richiedono di non essere divulgati, discrezione da parte di ogni presbitero per non cadere in quella tentazione cos\u00ec spesso stigmatizzata da papa Francesco della chiacchiera, della mormorazione, del parlar male degli altri, del vescovo o di altri presbiteri.<br \/>\nII Parte: ascolto, parola, affettivit\u00e0<\/p>\n<p>Queste osservazioni ci introducono nella seconda parte della mia relazione in cui individuo tre punti cruciali su cui si costruiscono la fraternit\u00e0 e la comunione presbiterale: l\u2019ascolto, la parola, l\u2019affettivit\u00e0.<br \/>\n1. L\u2019ascolto<br \/>\nIl ministero affidato ai presbiteri, secondo il Nuovo Testamento, \u00e8 ministero della Parola, parola celebrata, annunciata, testimoniata. I presbiteri sono affidati alla Parola di Dio, dice Paolo in At 20,32). Il ch\u00e9 significa che essi, per essere servi della parola di Dio, devono ascoltarla ogni giorno, farne il loro nutrimento spirituale quotidiano, il loro pane quotidiano. E devono divenire uomini di ascolto a servizio di quella chiesa che si pone davanti a Dio \u201cin religioso ascolto della parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia \u201d (come recita il Prologo della Dei Verbum). L\u00ec si afferma che la Chiesa esiste in quanto serva della Parola di Dio, sotto la parola di Dio, nel doppio movimento di ascolto e annuncio della parola di Dio: \u201c\u00e8 come se l\u2019intera vita della Chiesa fosse raccolta in questo ascolto da cui solamente pu\u00f2 procedere ogni suo atto di parola\u201d, scrisse il teologo Joseph Ratzinger commentando il passo di DV. Per essere ecclesia docens, la Chiesa deve essere ecclesia audiens. Ora, il presbitero, a servizio della comunione ecclesiale che nasce dall\u2019ascolto della parola di Dio, come potrebbe lui sottrarsi a questo imperativo dell\u2019ascolto? Il ministero della Parola non pu\u00f2 che essere anche ministero di ascolto. Della parola di Dio certo, nella lectio personale come nella liturgia, ma poi di ascolto degli altri. Diventare un uomo capace di ascolto: questo \u00e8 vitale per il lavoro pastorale (dove un presbitero ha relazioni a 360 gradi e deve diventare esperto in relazioni differenziate: con bambini e anziani, con sposi e fidanzati, con malati e morenti, con giovani, ecc.) e questo \u00e8 essenziale anche per i rapporti tra presbiteri. Chiediamoci: che cos\u2019\u00e8 ascoltare? Che cosa richiede? Una fraternit\u00e0 presbiterale e una comunione nella comunit\u00e0, si creano a partire dalla qualit\u00e0 del vostro ascolto.<br \/>\n1. L\u2019ascolto \u00e8 un atto intenzionale. A differenza del sentire che \u00e8 meccanico, automatico, l\u2019ascolto esige una decisione, una volont\u00e0. L\u2019ascolto esige concentrazione, rientrare in s\u00e9, rispettare ci\u00f2 che si ascolta senza manipolare, senza forzare, senza interpretare arbitrariamente. L\u2019ascolto tende a far emergere ci\u00f2 che l\u2019altro dice e sente per far emergere chi l\u2019altro \u00e8. Ascoltare \u00e8 impegno di tutta la persona, \u00e8 un essere presenti all\u2019altro senza riserve, senza distrazioni, con piena attenzione. Nell\u2019ascolto tento di comprendere l\u2019altro coinvolgendomi con lui. Un ascolto distaccato, asettico, non coinvolto, semplicemente fallisce l\u2019incontro a cui l\u2019ascolto vuole condurre. L\u2019ascolto come fatica tesa alla comprensione dell\u2019altro \u00e8 atto che tende all\u2019accoglienza dentro di s\u00e9 dell\u2019altro (cum-prehendere). La fraternit\u00e0 presbiterale e l\u2019amore pastorale nascono dalla volont\u00e0 di ascolto.<br \/>\n2. L\u2019ascolto non ascolta solamente le parole e le frasi ma anche il corpo. Anche il corpo parla, anzi normalmente il corpo non mente a differenza delle parole che mascherano o mentono apertamente. Nella comunicazione umana sappiamo che i gesti, il tono della voce, i lineamenti del volto, le posture del corpo, gli sguardi, comunicano molto di pi\u00f9 del contenuto delle parole. Ascoltare \u00e8 anche osservare, fare attenzione, cogliere i tic verbali e i movimenti del corpo che si accompagnano alle parole dette, notare i riflessi emotivi che sottolineano certi passaggi del parlare dell\u2019altro. Ascoltare l\u2019atteggiamento del confratello presbitero che vedo preoccupato, teso, e che, forse, attende solo qualcuno che gli offra la possibilit\u00e0 di dire ci\u00f2 che lo sta facendo soffrire. Certi abbandoni della vita presbiterale forse si sarebbero potuti evitare se il prete avesse avuto l\u2019occasione (certo, anche il coraggio) di dire ci\u00f2 gli gravava sul cuore, la crisi che stava vivendo.<br \/>\n3. L\u2019ascolto suppone che si rompa con i pregiudizi sull\u2019altro. Precomprensioni, etichette e pregiudizi sono un impedimento all\u2019ascolto. Ascoltare significa operare una purificazione delle idee che avevamo sull\u2019altro. Il nostro ascolto sincero pu\u00f2 provocare un cambiamento anche in colui che tutti giudicano impossibilitato a cambiare. L\u2019altro non \u00e8 una categoria, ma una persona, un volto, una unicit\u00e0 irripetibile. E questo io lo riconosco solo con l\u2019ascolto. Occorre essere aperti alle smentite e alla novit\u00e0 quando ci si dispone all\u2019ascolto. Il rischio \u00e8 quello di proiettare sull\u2019altro le cose che sappiamo di lui o quelle che crediamo di sapere. Ascoltare significa uscire dalla pigrizia per cui etichettiamo l\u2019altro e ingessiamo i rapporti con lui arrivando a cadere, a volte, in rapporti tra presbiteri superficiali o infantili, solamente scherzosi o banali. Rapporti regressivi.<br \/>\n4. Ascoltare significa dare tempo all\u2019altro. La fretta \u00e8 nemica di un buon ascolto. Occorre rimettersi ai tempi dell\u2019altro, non forzargli la mano, ma acconsentire ai suoi tempi perch\u00e9 arrivi a dire ci\u00f2 che vuole dire. Ascoltare \u00e8, come io preferisco dire, dare ascolto. Dare ascolto, dare tempo \u00e8 dare vita. Spendere la propria vita, donare il proprio tempo perch\u00e9 l\u2019altro sia e viva. Spesso l\u2019altro fatica a trovare le parole, ha vergogna di quel che pure vorrebbe dire, fatica a esprimere ci\u00f2 che intende significare, parla in modo non chiaro, non padroneggia le parole, spesso la comunicazione \u00e8 una sofferenza, e l\u2019ascolto una vera ascesi. Ma guai a far sentire all\u2019altro che non si ha tempo, che lo si ascolta guardando l\u2019orologio. L\u2019altro deve sapere che ha tempo e che pu\u00f2 dirsi. Soprattutto quando vuole e cerca di dire cose pesanti, di cui si vergogna: pi\u00f9 che mai allora deve trovare una persona che lo accoglie incondizionatamente. Se l\u2019altro, ascoltandomi mi accoglie in ci\u00f2 che io sento di irricevibile in me, allora anch\u2019io posso accogliermi. Posso dirmi di s\u00ec, se un altro me lo dice con il suo ascolto. Ascoltare \u00e8 dire di s\u00ec all\u2019altro e apprestargli uno spazio di rinascita. L\u2019ascolto crea fiducia, che \u00e8 la matrice della vita.<br \/>\n5. Ascoltare \u00e8 ospitare. L\u2019ascolto \u00e8 atto di ospitalit\u00e0 verso l\u2019altro. Occorre pertanto sgombrare il proprio io da pensieri, distrazioni, rumori, immagini che riempono e non lasciano spazio all\u2019altro di trovare dimora. Se il nostro cuore trabocca di preoccupazioni, sofferenze, pensieri autocentrati, non si rende libero per ascoltare e chiude all\u2019altro la porta e la possibilit\u00e0 di entrare in s\u00e9. L\u2019ospitalit\u00e0 dell\u2019ascolto si deve accompagnare al pudore e alla discrezione. L\u2019altro ci fa fiducia consegnandoci timori, problemi, paure, parole delicate, angosce, situazioni inerenti la sfera sessuale o morale: questo esige pudore, non intrusivit\u00e0, non curiosit\u00e0 fuori luogo o morbosa, perch\u00e9 allora l\u2019ascolto diventerebbe violenza e abuso, pretesa e prevaricazione.<br \/>\n6. Ascoltare implica anche il fare silenzio. Non solo il tacere, ma il fare silenzio, il fare del silenzio un\u2019attivit\u00e0 interiore. Il silenzio interiore \u00e8 silenzio delle conversazioni interiori, dei litigi interiori, delle voci e dei rumori, delle immagini che ci attraversano e ci disturbano. Anche dei ricordi che ci tengono prigionieri del passato. L\u2019ascolto esige l\u2019ascesi mentale, il dominio della facolt\u00e0 dell\u2019immaginazione. Solo cos\u00ec ci\u00f2 che l\u2019altro ci dice e ci comunica ci pu\u00f2 raggiungere in modo limpido.<br \/>\n7. Ascoltare \u00e8 discernere. L\u2019ascolto opera una cernita, un discernimento, una scelta tra gli elementi che compongono il messaggio dell\u2019altro. L\u2019ascolto \u00e8 atto intelligente, selettivo: legge dentro, fra, negli interstizi del detto e del non-detto, tra parole e gesti, nota le parole chiave e rivelatrici dell\u2019altro. Tante parole dette non sono essenziali al fine della conoscenza dell\u2019altro, ma spesso per comunicare qualcosa di importante si avvolge il messaggio con parole che costituiscono un cuscinetto protettivo che attutisce il colpo della rivelazione che sta a cuore. Ascoltare implica anche il vedere e nominare le paure che possiamo avere nell\u2019ascolto. Le resistenze all\u2019ascolto: ho il fastidio di chi \u00e8 noioso, di chi \u00e8 lento, di chi per dire una cosa che ho gi\u00e0 capito quale sar\u00e0, percorre un giro interminabile per arrivarci, ho il terrore delle persone confuse e poco capaci di esprimersi con chiarezza. L\u2019ascolto diviene cos\u00ec anche ascolto di s\u00e9, svelamento delle nostre miserie, delle nostre debolezze, delle nostre fragilit\u00e0. \u00c8 importante, quando si ascolta una persona ascoltare anche la risonanza in noi di ci\u00f2 che dice o comunica. Comprendiamo cos\u00ec che l\u2019ascolto dell\u2019altro \u00e8 anche, inscindibilmente, ascolto di s\u00e9. E, tra i frutti che porta, non c\u2019\u00e8 solo la conoscenza del\u2019altro, ma anche di se stessi. E, dunque, la conoscenza del Signore che \u00e8 in noi, come \u00e8 nel fratello. Dunque, un presbiterio diviene realmente tale quando si crea in esso un clima di ascolto reciproco.<br \/>\n2. La parola<br \/>\nIn un dialogo con i preti della diocesi di Caserta, il 26 luglio 2014, papa Francesco si \u00e8 cos\u00ec espresso:<br \/>\n\u201cNon \u00e8 sempre facile per un prete mettersi d\u2019accordo con il Vescovo, perch\u00e9 uno la pensa in una maniera l\u2019altro la pensa nell\u2019altra, ma si pu\u00f2 discutere \u2026 e si discuta! E si pu\u00f2 fare a voce forte? Si faccia! Quante volte un figlio con il suo pap\u00e0 discutono e alla fine rimangono sempre padre e figlio. Tuttavia, quando in questi due rapporti, sia con il Vescovo sia con il presbiterio, entra la diplomazia non c\u2019\u00e8 lo Spirito del Signore, perch\u00e9 manca lo spirito di libert\u00e0. Bisogna avere il coraggio di dire \u201cIo non la penso cos\u00ec, la penso diversamente\u201d, e anche l\u2019umilt\u00e0 di accettare una correzione. E\u2019 molto importante. E qual \u00e8 il nemico pi\u00f9 grande di questi due rapporti? Le chiacchiere. Tante volte penso \u2013 perch\u00e9 anche io ho questa tentazione di chiacchierare, l\u2019abbiamo dentro, il diavolo sa che quel seme gli d\u00e0 frutti e semina bene \u2013 io penso se non sia una conseguenza di una vita celibataria vissuta come sterilit\u00e0, non come fecondit\u00e0. Un uomo solo finisce amareggiato, non \u00e8 fecondo e chiacchiera sugli altri. Questa \u00e8 un\u2019aria che non fa bene, \u00e8 proprio quello che impedisce quel rapporto evangelico e spirituale e fecondo con il Vescovo e con il presbiterio. Le chiacchere sono il nemico pi\u00f9 forte della diocesanit\u00e0, cio\u00e8 della spiritualit\u00e0. Ma, tu sei un uomo, quindi se hai qualcosa contro il Vescovo vai e gliela dici. Ma poi ci saranno conseguenze non buone. Porterai la croce, ma sii uomo! Se tu sei un uomo maturo e vedi qualcosa in tuo fratello sacerdote che non ti piace o che credi sia sbagliata, vai a dirglielo in faccia, oppure se vedi che quello non tollera di essere corretto, vai a dirlo al Vescovo o all\u2019amico pi\u00f9 intimo di quel sacerdote, affinch\u00e9 possa aiutarlo a correggersi. Ma non dirlo agli altri: perch\u00e9 ci\u00f2 \u00e8 sporcarsi l\u2019un l\u2019altro\u201d.<br \/>\nLa fraternit\u00e0 \u00e8 costruita (o distrutta) anzitutto dalle parole. Pu\u00f2 stupire, ma gran parte dei testi biblici riguardanti il prossimo verte sul parlare: \u201cDite ciascuno la verit\u00e0 al proprio prossimo\u201d (Ef 4,25); \u201cNon pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo\u201d (Es 20,16; Pr 25,18); \u201cColui che adula il prossimo gli tende una rete\u201d (Pr 29,5); \u201cCon la bocca l\u2019empio rovina il suo prossimo\u201d (Pr 11,9), ecc. L\u2019etica della fraternit\u00e0 esige un\u2019etica della parola, una responsabilit\u00e0 della parola. In particolare, nello spazio della sinodalit\u00e0, nella vita di un presbiterio, occorre assumere la discussione come metodo spirituale. La ricerca che si fa attraverso dibattito e discussione, magari anche accesa, in cui si scontrano opinioni diverse, \u00e8 la forma spirituale, cio\u00e8 mossa dallo Spirito santo, di ricerca di forme e modalit\u00e0 comunionali. Altre forme che potrebbero sembrare pi\u00f9 spirituali, sono solo devozionali o magiche. Tommaso d\u2019Aquino si oppone a coloro che aprivano a caso la Bibbia per risolvere le controversie riconoscendo che una simile pratica \u00e8 un\u2019offesa allo Spirito santo, mentre i cristiani hanno come metodo quello di dibattere e discutere in assemblea: \u201cInvece di cercare l\u2019accordo con gli altri si fa ingiuria allo Spirito santo che noi crediamo fermamente essere presente nella chiesa e nelle assemblee\u201d (Quodlibet XII,36). N\u00e9 si deve aver paura della diversit\u00e0 di opinione, di esprimere un parere difforme da ci\u00f2 che altri o la maggioranza hanno espresso. \u201cLa vera concordia \u00e8 intrecciata con la diversit\u00e0, \u00e8 intessuta con essa\u201d, dice Nicola da Cusa nel suo De concordantia catholica (CC II,32,233).<br \/>\nNegli incontri come nelle relazioni quotidiane \u00e8 bene che non ci siano toni categorici, scatti d\u2019ira, mancanze di rispetto, insulti o ingiurie. La parola \u00e8 lo strumento elaborato dagli umani per creare spazi alternativi alla violenza. Per evitare la violenza occorre che la parola lasci sempre spazio all\u2019altro. La sinodalit\u00e0 \u00e8 dunque il metodo di ricerca insieme della verit\u00e0 e di costruzione comune di un senso attraverso il dialogo, lo scambio della parola. Metodo che accorda importanza essenziale all\u2019interlocutore come soggetto e non lo considera mero terminale della propria parola e della propria volont\u00e0 (questo sarebbe ricadere nella violenza). Se \u00e8 vero che, nello spazio cristiano, ogni istituzione sinodale \u00e8 preceduta e nasce dall\u2019evento fondante della comunione, cos\u00ec ogni istituzione, ogni riunione sinodale deve condurre alla comunione, creare comunione, avere la comunione come obiettivo ultimo. Comunione che si edifica per la via faticosa del comune ascolto, della comune discussione, della comune consultazione, della comune deliberazione. In questo occorre anche dire che nella chiesa non vige in modo assoluto il diritto della maggioranza, ma il diritto della comunione (lo jus communionis di cui parlano Cipriano e Agostino ) che si sposa anche con opinioni differenti su questioni diverse. Il processo sinodale pu\u00f2 essere sintetizzato in queste quattro tappe:<br \/>\n1) ascolto reciproco<br \/>\n2) dibattito, discussione e confronto di posizioni<br \/>\n3) discernimento<br \/>\n4) decisione<br \/>\nIn tutto questo non deve essere temuto nemmeno il conflitto. Il sinodo sulla famiglia ha portato allo scoperto posizioni non solo diverse, ma anche opposte e inconciliabili: solo dando voce al conflitto, esso pu\u00f2 essere affrontato e elaborato. Il conflitto \u00e8 rivelativo di ci\u00f2 che normalmente resta celato e nascosto. Del resto, la dimensione conflittuale \u00e8 presente nella vita delle chiese fin dai pi\u00f9 antichi tempi neotestamentari, ne fa parte. Noi siamo in un contesto culturale che ha relegato spesso il conflitto nello spazio del negativo, lo ha visto in modo unilateralmente negativo, quando invece il conflitto \u00e8 parte della vita, e non \u00e8 scandaloso che abiti anche il vivere ecclesiale e comunitario. Una realt\u00e0 senza conflitti non \u00e8 solo una realt\u00e0 senza passioni e senza convinzioni, ma pi\u00f9 in profondit\u00e0, \u00e8 una realt\u00e0 senza vita.<br \/>\nNella chiesa abbiamo bisogno di un\u2019ascesi della parola, per giungere a una disciplina della comunicazione. Non si dimentichi mai che ogni parola \u00e8 un gesto, che pu\u00f2 fare del bene o del male. E ogni parola ha una valenza etica: essa esige il rispetto di colui a cui parlo, di me che parlo (il menzognero offende la propria dignit\u00e0 di persona) e della parola stessa che non sopporta di essere manipolata, travisata, violentata. E si stia attenti alle parole che giudicano, che etichettano, che deridono il confratello, si stia attenti al gossip ecclesiastico.<br \/>\nStrumento decisivo di una fraternit\u00e0 autentica e non solo di facciata nella chiesa \u00e8 la correzione fraterna. Nella comunit\u00e0 cristiana la correzione del fratello, del presbitero in questo caso, che cade nell\u2019errore \u00e8 una responsabilit\u00e0 connessa all\u2019essere tutti membra dello stesso corpo. \u201cIo sono custode di mio fratello\u201d, dice colui che assume la responsabilit\u00e0 della correzione fraterna e cos\u00ec si sottrae al rischio di divenire, come Caino, l\u2019uccisore del fratello (cf. Gen 4,9). Assumendo il compito della correzione io esco dall\u2019indifferenza in cui spesso mi riparo per proteggermi dal faticoso incontro con l\u2019altro; con essa io mostro di essere responsabile della santit\u00e0 del fratello e che il suo peccato \u00e8 come se fosse mio. Per questo le lettere del Nuovo Testamento mostrano che la correzione fraterna \u00e8 inerente anzitutto al ministero dell\u2019apostolo (1Ts 5,12; cf. At 20,31; 1Cor 4,14), che non pu\u00f2 sottrarvisi, ma che essa spetta, in verit\u00e0, a ogni cristiano. Paolo riconosce nella capacit\u00e0 di correzione dei cristiani di Roma un elemento della loro maturit\u00e0 di fede: \u201cVoi siete capaci di correggervi l\u2019un l\u2019altro\u201d (Rm 15,14). La correzione, la parres\u00eda, il coraggio della parola che svela il male al fratello per curarlo, \u00e8 un atto di autentica fraternit\u00e0, di amore. S\u00ec, l\u2019amore autenticamente spirituale \u00e8 capace di correggere e ammonire l\u2019amato. Il rischio \u00e8 infatti di tacere il peccato per amore del peccatore, divenendone cos\u00ec complici.<br \/>\nLa correzione fraterna, rettamente intesa e vissuta, pu\u00f2 divenire una relazione sacramentale in cui, attraverso un uomo, Dio stesso si fa presente presso un altro uomo. Certo, a essa si oppone la paura. Paura di inimicarci la persona da correggere, paura delle sue reazioni, paura che si mimetizza dietro tanti alibi: \u201cnon tocca a me\u201d, \u201cchi sono io per correggere un altro?\u201d, \u201cforse non ho valutato bene\u201d\u2026 La tentazione insita nel tacere invece di correggere \u00e8 quella della complicit\u00e0: io non dico nulla di lui, lui non dir\u00e0 nulla di me quando io mi trovassi nella stessa situazione. Nemici della correzione sono il paternalismo, la cecit\u00e0 di chi rifiuta di vedere la trave che \u00e8 nel proprio occhio e pretende di togliere la pagliuzza che \u00e8 nell\u2019occhio del fratello (cf. Mt 7,4-5), il meccanismo della proiezione (il rigettare sull\u2019altro ci\u00f2 che non vogliamo vedere e riconoscere in noi stessi). Essa richiede discernimento: scegliere il momento opportuno; esercitarla in modo da accrescere, non diminuire, la stima che il fratello ha di s\u00e9; evitare che sia l\u2019unica maniera con cui ci si rapporta a quel fratello; esercitarla sulle cose veramente essenziali; tendere a liberare, non a giudicare o a condannare; correggere sapendo di essere a propria volta peccatori e bisognosi di correzione. Se tutto questo avviene la correzione potr\u00e0 procurare un frutto di pace e di benedizione e accrescere la comunione e la fraternit\u00e0.<br \/>\n3. L\u2019affettivit\u00e0<br \/>\nIl discorso di papa Francesco precedentemente citato parla di un celibato presbiterale sterile, infecondo. E di una vita umana del presbitero che pu\u00f2 immiserirsi, divenire meschina. S\u00ec, vivere rapporti di autentica fraternit\u00e0 richiede un\u2019umanit\u00e0 salda e sana. Anche per un presbitero che vive il celibato \u00e8 importante e vitale la dimensione dell\u2019amore. Anch\u2019egli deve porsi la domanda, soprattutto, nel passare degli anni: Chi mi ama? Chi io amo? Questo non pone in discussione la condizione del celibato sacerdotale, ma interroga la modalit\u00e0 di vivere l\u2019affettivit\u00e0 di ogni presbitero. Maturit\u00e0 affettiva implica la rottura del cordone ombelicale e l\u2019uscita da una maniera infantile e adolescenziale di vivere gli affetti. Implica la responsabilit\u00e0 di farsi educatore e di troncare con la tentazione di farsi seduttore. Implica il vivere in maniera adulta e responsabile le relazioni con gli altri preti e con le persone che collaborano in parrocchia. Implica la rinuncia alle relazioni impulsive e il lavoro di integrare il celibato nella propria personalit\u00e0. Anche il presbitero non deve dimenticare che \u00e8 anzitutto un uomo e un cristiano. Dunque una persona chiamata a umanizzarsi e a coltivare e nutrire la propria fede. Non si dimentichi mai che, nel cristianesimo, in cui l\u2019umanit\u00e0 di Ges\u00f9 di Nazaret narra pienamente Dio, ci\u00f2 che \u00e8 autenticamente umano \u00e8 anche autenticamente spirituale, e ci\u00f2 che \u00e8 autenticamente spirituale \u00e8 anche autenticamente umano. Guai se l\u2019esercizio del ministero diviene paravento per nascondere identit\u00e0 deboli e immaturit\u00e0 umane o affettive che purtroppo prima o poi si manifesteranno creando sofferenze se non scandali. Una sana e equilibrata cura di s\u00e9 \u00e8 essenziale per una vita umanamente buona. Molto pi\u00f9 che da difetti di teologia del ministero o da carenze e incertezze della spiritualit\u00e0 presbiterale, molti problemi dei presbiteri oggi nascono dalla schizofrenia tra ministero e umanit\u00e0, nascono da un rapporto non armonico tra ministero e vita umana, tra ministero e relazioni interpersonali. Se il presbitero si situa sulla scia della missione di Ges\u00f9 stesso, egli \u00e8 chiamato anche a seguire Ges\u00f9 nella pratica della sua umanit\u00e0, senza mai dimenticare che lo straordinario di Ges\u00f9 si situa sul piano umano, non su quello religioso. Ges\u00f9 ha rivelato Dio, ha mostrato il volto di Dio nella sua umanit\u00e0 e nel modo in cui ha vissuto la sua umanit\u00e0. Oggi che l\u2019autorevolezza di un presbitero non \u00e8 pi\u00f9 connessa a segni esteriori o a un ruolo, essa emerge dalla sua qualit\u00e0 umana, dalla qualit\u00e0 delle relazioni che vive, dalla profondit\u00e0 delle parole che pronuncia e della vita interiore che nutre. \u00c8 dunque vitale ripetere l\u2019invito apostolico alla vigilanza. Paolo dice ai presbiteri di Efeso: \u201cVegliate su voi stessi\u201d (At 20,28). Analogo avvertimento \u00e8 rivolto a Timoteo: \u201cVigila su te stesso\u201d (1Tm 4,16). S\u00ec, vigilare su se stessi, sul proprio corpo, sul vestito, sul cibo, sulla casa in cui si abita, sul ministero, sulle parole e sui silenzi, sulle relazioni e sui gesti che le accompagnano. La vigilanza \u00e8 richiesta a tutti, ma essa assume connotati particolari in cui vive la condizione del celibato e deve dunque dotarsi di una struttura dialogica interiore che si misura con la propria coscienza e con le esigenze del vangelo. Coltivare la vita interiore leggendo, studiando, pensando e riflettendo; trovare del tempo per pensare la propria vita davanti a Dio nella preghiera personale; mantenere una guida spirituale con cui confrontarsi, sono solo alcuni degli elementi che possono aiutare il presbitero a crescere umanamente e spiritualmente, fuggendo i rischi dell\u2019iperattivit\u00e0 pastorale, del non aver mai tempo per se stessi, dell\u2019inaridire la propria vita spirituale. Ma anche divenire uomo di relazioni mature, uomo capace di fraternit\u00e0, uomo che evangelizza gi\u00e0 con il suo essere, con la sua umanit\u00e0 e con la qualit\u00e0 delle sue relazioni.<\/p>\n<p>[views]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217; 11 dicembre dello scorso anno , il priore della comunit\u00e0 di Bose, padre Luciano Manicardi, ha tenuto una meditazione al clero della diocesi di Alba su \u201cLa fraternit\u00e0 evangelica tra i presbiteri\u201d. 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