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Vangelo del giorno

Martedì 07 Luglio 2020


In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni».
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».


(Mt. 9,32-38)

Bibbia – CEI 2008

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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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Il piccolo Principe

Il gabbiano Jonathan Livingston

Dio su una Harley

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Concili nei secoli

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I° CONCILIO DI NICEA



I° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



I° CONCILIO DI EFESO



I° CONCILIO DI CALCEDONIA



II° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



III° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



II° CONCILIO DI NICEA



IV° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



LETTERA A DIOGNETO


I° CONCILIO LATERANENSE



II° CONCILIO LATERANENSE



II° CONCILIO LATERANENSE



IV° CONCILIO LATERANENSE



I° CONCILIO DI LIONE



II° CONCILIO DI LIONE



CONCILIO DI VIENNA



CONCILIO DI COSTANZA



CONCILIO DI BASILEA



V CONCILIO LATERANENSE


CONCILIO DI TRENTO



CONCILIO VATICANO I°

 

È online il nuovo sito consultabile al seguente indirizzo: http://www.laikos.it/

Protetto: Promessa

Non è disponibile alcun riassunto in quanto si tratta di un articolo protetto.

Dio su una Harley: l’incontro con Christine

   Christine, un’infermiera sulla quarantina, in crisi col proprio lavoro ma soprattutto con la propria esistenza, una sera, in una spiaggia, nota un uomo a cavalcioni su una potente Harley Davidson.
Cominciano a chiacchierare e, quando lei gli chiede il suo nome, lui risponde : “ Dio “.
Dapprima Christine non crede e poi, poco a poco, deve arrendersi: quell’uomo sulla Harley Davidson conosce tutto della sua vita, appare e scompare in continuazione e fa cose impossibili per un essere umano.
E’ un’incantevole favola che tenta di spiegare con semplicità il significato dell’amore universale.(dio-su-una-harley)
La riduzione teatrale originale rivisitata nei testi da Rosario Ignatti [ che ha anche composto le musiche originali ] e dal Pastore Jean Paul Roethlisberger[ che nell’adattamento teatrale ha il ruolo di Dio], è stata rappresentata un’unica volta a Castelbuono il 31/03/2002.

Io, salariato povero, chi mi rappresenterà ??!!

 reut_7318259_12480.jpg                              

Da anni i lavoratori, e soprattutto i lavoratori dipendenti,

 sopportano l’umiliante condizione di avere i più bassi salari della CEE

Le varie classi politiche che si sono succedute nel governo hanno fatto finta di non vedere..                    

 Mario Draghi “scopre  l’acqua calda”, indossa le vesti insolite di sindacalista e, pensando che i lavoratori non se ne fossero accorti, proclama:”Le retribuzioni mensili nette italiane  – risultano in media inferiori di circa il 10% di quelle tedesche, del 20% di quelle britanniche e del 25% di quelle francesi”. “Le differenze salariali rispetto agli altri paesi  sono appena più contenute per i giovani, si ampliano per le classi centrali di età e tendono ad annullarsi per i lavoratori più anziani. Il differenziale è minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate”.“I più bassi salari d’ingresso, in un contesto in cui quelli medi nell’economia hanno continuato anche solo moderatamente a crescere, non hanno schiuso profili di carriera più rapidi”. 

Ma  se gli stipendi dei lavoratori, in italia sono i più bassi dell’unione europea, altrettanto non si può dire di quelli di dattilografi del senato, parlamentari, ex parlamentari, presidenti di circoscrizione, di lavoratori di istituzioni inutili, come le province con folta una schiera di impiegati di concetto, portaborse, etc..

   In mezzo a una contraddizione che ormai scoppia…  si fa avanti il gravissimo problema del numero di case pignorate dagli istituti di credito a seguito di rate non pagate , soprattutto di coppie giovani che stentano a sopravvivere.

 

  I parlamentari ci regalano ogni giorno contraddizioni, liti istituzionali incomprensibili, attaccamento al potere ad ogni costo,[ malgrado gravissime accuse che imporrebbero immediate dimissioni da ogni incarico pubblico], incuranti di una schiera di nuovi poveri che avanza.

Chi rappresenta oggi questa schiera di poveri ??!!

Acqua, non arrendiamoci: spazio alla speranza!!!

                   image00001.jpg                

Mentre il TAR Lazio  decide di non accogliere la sospensiva sull’affidamento  del servizio idrico integrato alla società Acque Potabili s.p.a.   al Senato Via libera dell’Aula  alla moratoria per la privatizzazione dell’acqua.

                            

È stato approvato infatti, con 157 sì e 155 no e un astenuto (compreso il voto favorevole della Lega Nord), un emendamento aggiuntivo al decreto legge collegato alla Finanziaria (presentato dalla commissione Bilancio e leggermente modificato con un sub-emendamento del relatore Natale Ripamonti), che impedisce nuovi affidamenti fino a una legge organica sulla gestione delle risorse idriche e dei servizi idrici integrati (e comunque non oltre 12 mesi dall’entrata in vigore della legge).

Secondo l’emendamento approvato, “al fine di assicurare la razionalizzazione e la solidarietà nell’uso delle acque, fino all’emanazione delle disposizioni adottate in attuazione della n. 308 del 15 dicembre 2004, integrative e correttive del decreto legislativo n. 152 del 3 aprile 2006, contenenti la revisione della disciplina della gestione delle risorse idriche e dei servizi idrici integrati, e comunque entro e non oltre 12 mesi dall’entrata in vigore della presente legge, non possono essere disposti nuovi affidamenti ai sensi dell’articolo 150 del decreto legislativo n. 152 del 3 aprile 2006” .

  Inoltre, nell’ambito delle procedure di affidamento “sono ricomprese anche le procedure in corso alla data di entrata in vigore della presente legge, fatte salve le concessioni già affidate”.

                                                                                                                      

COMUNE DI  CALTAVUTURO

Provincia di Palermo

COMUNICATO STAMPA   Dichiarazione del Sindaco On. D.Giannopolo:“Permangono e si aggravano le responsabilità dell’ATO Idrico di Palermo nella privatizzazione selvaggia e affaristica dell’acqua in provincia di Palermo” 

 La decisione di non accoglimento della sospensiva da parte del Tar Lazio dell’affidamento del servizio idrico integrato alla società Acque Potabili s.p.a. lascia impregiudicato il giudizio nel merito che invece, in tal modo, risulta ulteriormente accelerato così come i Comuni resistenti auspicano, così da sconfiggere definitivamente i mille cavilli che l’ATO continua ad eccepire per sfuggire al merito delle responsabilità che risultano essere gravi e circostanziate.

 Difatti gli unici pronunciamenti nel merito, entrambi di solenne bocciatura, sono fino ad ora quello dell’Antitrust emesso in data 23 aprile e confermato integralmente in data 27 giugno 2007 ,a seguito di richiesta di riesame da parte della Presidenza dell’ATO 1, e quello dell’Autorità nazionale di Vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture assunto con deliberazione n.289 dell’11.10 2007  del Consiglio dell’Autorità notificato agli interessati in data 25 ottobre 2007.

In particolare l’Autorità di Vigilanza ha eccepito tre elementi tali da farle richiedere il riesame dell’intero affidamento e precisamente: a)“.coincidenza in capo ad un medesimo soggetto della funzione di Commissario ad acta della Conferenza dei Sindaci e della qualifica di consigliere d’amministrazione di una delle società che hanno partecipato alla gara” tale da avere violato i “..principi di imparzialità e buon andamento di cui all’art. 97 della Costituzione sanciti anche dall’art. 2 del D.Lgs n.163/2006,; b) “..la sottrazione , al contratto oggetto della gara, della gestione del servizio idrico integrato nel territorio del Comune di Palermo..” che risulta”..non rispettosa dei principi di concorrenza, trasparenza e coerenza dell’azione amministrativa.”;c) la possibilità per il soggetto aggiudicatario di eseguire direttamente una così rilevante quota di lavori viola il principio della garanzia dell’ampio confronto concorrenziale.

Tali bocciature sono tali da caducare la convenzione stipulata e pertanto utili alla risoluzione del contratto. Giova altresì evidenziare che proprio all’art. 42 bis del contratto è inserita una clausola risolutoria che prevede appunto la nullità del contratto a seguito dei pronunciamenti negativi di una qualsiasi delle tre autorità che avevano avviato procedimenti di controllo e di verifica (Antitrust e Procura reg.le  Corte dei Conti, Autorità di Vigilanza sui lavori pubblici e Tar).

E’ per tale ragione che il Coordinamento dei Comuni contro la privatizzazione del servizio idrico chiederà formalmente la risoluzione del contratto alla società Acque Potabili s.p.a. e la rimodulazione del Piano degli investimenti mettendo in capo alla Regione il compito di cofinanziare gli interventi urgenti sulle infrastrutture idriche e fognarie da effettuare nei Comuni.

 La mobilitazione indetta in tutta la provincia di Palermo per giorno 28 ottobre sarà l’occasione per informare e sensibilizzare la cittadinanza sul grande imbroglio che si vuole consumare sul sudore e le tasche dei cittadini che sono quelli che dovranno pagare salata l’acqua potabile domani.                             

 Caltavuturo 25 ottobre 2007

Rossi – Marchionne & C. Gelo dei sindacati.

               marchionne03g1.jpg                             Prima uno sconosciuto industriale della pasta, Enzo Rossi, balzato agli onori della cronaca  per un aumento ai dipendenti di 200 euro  ora Sergio Marchionne,  amministratore delegato della FIAT che annunzia trenta euro in più in busta paga, a partire da ottobre in un momento in cui le “le trattative per il rinnovo del contratto collettivo dei metalmeccanici, scaduto il 30 giugno scorso – si legge in una nota – sono ferme su alcuni aspetti normativi e non è stato fino ad oggi individuato un percorso che possa portare ad una rapida conclusione                                                                           

 Cosa sta succedendo nella intermediazione contrattuale sindacale ?

Marchionne afferma : «Per l’importante contributo dei lavoratori della Fiat ai buoni risultati del Gruppo, abbiamo voluto dare un segnale di attenzione, andando incontro, almeno parzialmente, alle attese di miglioramento economico e cercando di ridurre i disagi di un eventuale protrarsi delle trattative. Ci auguriamo che le discussioni per il rinnovo del contratto possano proseguire in un clima di corretta dialettica e si concludano rapidamente. Siamo convinti che esistano gli spazi per un accordo e fiduciosi che le parti sapranno trovare il giusto punto di equilibrio tra le necessità di competitività e flessibilità delle imprese e le attese dei lavoratori».

  gelo dei sindacati secondo i quali la decisione unilaterale di Fiat non servirà a far desistere i lavoratori dall’aderire allo sciopero dei metalmeccanici di martedì 30 ottobre. 

Staremo a vedere cosa succederà, certo è un chiaro segnale di discontinuità , largamente annunciato da Veltroni, ma cominciato ad attuare dal mondo delle imprese. 

Quello di Marchionne è un atto veramente nuovo destinato a sovvertire le consolidate modalità di trattative sindacali, lunghe, estenuanti e quasi sempre poco accette ai lavoratori.

Io, Welby e la morte.

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Riflessioni del Card. Martini ( Sole 24 ore – 21 Gennaio 2007 ) 

                                                                        

Con la festa dell’Epifania 2007 sono entrato nel ventisettesimo anno di episcopato e sto per entrare, a Dio piacendo, anche nell’ottantesimo anno di età.

Pur essendo vissuto in un periodo storico tanto travagliato (si pensi alla Seconda guerra mondiale, al Concilio e postconcilio, al terrorismo eccetera), non posso non guardare con gratitudine a tutti questi anni e a quanti mi hanno aiutato a viverli con sufficiente serenità e fiducia.

 Tra di essi debbo annoverare anche i medici e gli infermieri di cui, soprattutto a partire da un certo tempo, ho avuto bisogno per reggere alla fatica quotidiana e per prevenire malanni debilitanti. Di questi medici e infermieri ho sempre apprezzato la dedizione, la competenza e lo spirito di sacrificio.

Mi rendo conto però,con qualche vergogna e imbarazzo, che non a tutti è stata concessa la stessa prontezza e completezza nelle cure.

Mentre si parla giustamente di evitare ogni forma di “accanimento terapeutico” ,mi pare che in Italia siamo ancora non di rado al contrario, cioè a una sorta di “negligenza terapeutica e di “troppo lunga attesa terapeutica”.

Si tratta in particolare di quei casi in cui le persone devono attendere troppo a lungo prima di avere un esame che pure sarebbe necessario o abbastanza urgente, oppure di altri casi in cui le persone non vengono accolte negli ospedali per mancanza di posto o vengono comunque trascurate.

 È un aspetto specifico di quella che viene talvolta definita come “malasanità” e che segnala una discriminazione nell’accesso ai servizi sanitari che per legge devono essere a disposizione di tutti allo stesso modo.

Poiché, come ho detto sopra, infermieri e medici fanno spesso il loro dovere con grande dedizione e cortesia, si tratta perciò probabilmente di problemi di struttura e di sistemi organizzativi. Sarebbe quindi importante trovare assetti anche istituzionali, svincolati dalle sole dinamiche del mercato, che spingono la sanità a privilegiare gli interventi medici più remunerativi e non quelli più necessari per i pazienti, che consentano di accelerare le azioni terapeutiche come pure l’esecuzione degli esami necessari.

Tutto questo ci aiuta a orientarci rispetto a recenti casi di cronaca che hanno attirato la nostra attenzione sulla crescente difficoltà che accompagna le decisioni da prendere al termine di una malattia grave.

 Il recente caso di P.G. Welby, che con lucidità ha chiesto la sospensione delle terapie di sostegno respiratorio, costituite negli ultimi nove anni da una tracheotomia e da un ventilatore automatico, senza alcuna possibilità di miglioramento, ha avuto una particolare risonanza.

 Questo in particolare per l’evidente intenzione di alcune parti politiche di esercitare una pressione in vista di una legge a favore dell’eutanasia.

 Ma situazioni simili saranno sempre più frequenti e la Chiesa stessa dovrà darvi più attenta considerazione anche pastorale.

La crescente capacità terapeutica della medicina consente di protrarre la vita pure in condizioni un tempo impensabili.

Senz’altro il progresso medico è assai positivo. Ma nello stesso tempo le nuove tecnologie che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona

.È di grandissima importanza in questo contesto distinguere tra eutanasia e astensione dall’accanimento terapeutico, due termini spesso confusi.

 La prima si riferisce a un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte; la seconda consiste nella «rinuncia … all’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo» (Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 471).

Evitando l’accanimento terapeutico «non si vuole … procurare la morte: si accetta di non poterla impedire» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n.2.278) assumendo così i limiti propri della condizione umana mortale.

Il punto delicato è che per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti.

 In particolare non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete – anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite – di valutare se le cure che gli vengono proposte, in tali casi di eccezionale gravità, sono effettivamente proporzionate.

Del resto questo non deve equivalere a lasciare il malato in condizione di isolamento nelle sue valutazioni e nelle sue decisioni, secondo una concezione del principio di autonomia che tende erroneamente a considerarla come assoluta.

 Anzi è responsabilità di tutti accompagnare chi soffre, soprattutto quando il momento della morte si avvicina.

 Forse sarebbe più corretto parlare non di «sospensione dei trattamenti» (e ancor meno di «staccare la spina»), ma di limitazione dei trattamenti.

 Risulterebbe così più chiaro che l’assistenza deve continuare, commisurandosi alle effettive esigenze della persona, assicurando per esempio la sedazione del dolore e le cure infermieristiche.

Proprio in questa linea si muove la medicina palliativa, che riveste quindi una grande importanza.

Dal punto di vista giuridico, rimane aperta l’esigenza di elaborare una normativa che, da una parte, consenta di riconoscere la possibilità del rifiuto (informato) delle cure – in quanto ritenute sproporzionate dal paziente – , dall’altra protegga il medico da eventuali accuse (come omicidio del consenziente o aiuto al suicidio), senza che questo implichi in alcun modo la legalizzazione dell’eutanasia.

 Un’impresa difficile, ma non impossibile: mi dicono che ad esempio la recente legge francese in questa materia sembri aver trovato un equilibrio se non perfetto, almeno capace di realizzare un sufficiente consenso in una società pluralista.

L’insistenza sull’accanimento da evitare e su temi affini (che hanno un alto impatto emotivo anche perché riguardano la grande questione di come vivere in modo umano la morte) non deve però lasciare nell’ombra il primo problema che ho voluto sottolineare, anche in riferimento alla mia personale esperienza.

 È soltanto guardando più in alto e più oltre che è possibile valutare l’insieme della nostra esistenza e di giudicarla alla luce non di criteri puramente terreni, bensì sotto il mistero della misericordia di Dio e della promessa della vita eterna.

Benedetto XVI e il precariato

               147178a064bb27.jpg                        Papa Benedetto XVI interviene sul precariato e spiazza un certo elettorato rivendicando il valore del lavoro collocandolo tra le  “emergenze etiche e sociali in grado di minare la stabilità della società e di compromettere seriamente il suo futuro ….La precarietà del lavoro non permette ai giovani di costruire una famiglia… con la conseguenza che  lo sviluppo autentico e completo della società risulta seriamente compromesso”.  Un invito esplicito ai cattolici a non farsi da parte e a riprendere una iniziativa politica in un momento in cui la vita pubblica si intreccia con numerosi temi di “ valori ”.

Bisogna però essere credibili divenendo testimoni di  misericordia, onestà, giustizia, condivisione .

Per dare spazio a chi non lavora è tempo che quanti si professano cristiani non accettino più  un doppio lavoro o ancor meno  un “lavoro in  nero”

Non si possono “ parlare parole “ è tempo che la nostra vità parli e testimoni i valori del vangelo .

Avanza una schiera di nuovi poveri

               56819-1.jpg                                                Chi accumula tesori per se non arricchisce davanti a Dio ( Lc 12,21)

” Vendete ciò che avete e datelo in elemosina, fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma ( Lc 12,33-34 9 )

” Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio “ ( Marco 10,22)

” In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli “ ( Matteo 19,23-24) 

   Dal ” Resto del Carlino ” Fermo, 19 ottobre 2007 – Ha provato a spendere lo stesso stipendio che dà ai suoi operai, ma è riuscito ad arrivare fino al ventesimo giorno del mese. Quindi ha assegnato a tutti i suoi dipendenti un aumento di 200 euro mensili. E quanto è successo ad Enzo Rossi, imprenditore fermano dell’agroalimentare: la sua azienda, ‘La Campofilone’, opera in uno dei distretti industriali leader mondiale del settore nella produzione di pasta all’uovo.

«Non mi vergogno di dire che pur conducendo una vita normale – ha ammesso l’imprenditore -, tra mutui, macchina, una pizza per le bambine ed un vestito per noi non abbiamo superato il ventesimo giorno del mese». E visto che la sua azienda è in crescita e può contare su una manodopera altamente qualificata, ha aumentato loro lo stipendio. «È giusto che retribuisca più i miei dipendenti perchè lavorano bene e meglio degli altri – ha spiegato – E poi non sono assolutamente inferiori ai loro colleghi tedeschi, francesi, inglesi che percepiscono stipendi superiori a quelli degli italiani».

La Parola è proclamata in maniera alta nel silenzio   di un comportamento che diviene efficace eloquenza.

Non si potrà mai considerare la sofferenza dell’altro se non se ne aasume la condizione. 

Cancro del colon (prima parte)

       k2.jpg     k1.jpg                       

Il cancro del colon retto (CCR) è una delle neoplasie
 a più elevata morbosità e mortalità nei Paesi occidentali;
 in Italia rappresenta la seconda causa di morte per tumore,
 dopo il cancro al polmone tra gli uomini,
e dopo il cancro del seno tra le donne:
 circa 34.000 sono i soggetti che si ammalano
ogni anno di carcinoma colon-rettale con una
elevata mortalità (circa 19.000 decessi).
 Vi è una incidenza variabile nelle diverse regioni:
da 26 a 53 casi per anno ogni 100.000 abitanti.
Nel corso della vita la probabilità di ammalarsi
per gli uomini è del 3,9% e per le donne del 2,5%.
I tassi più elevati si registrano nel Centro-Nord del Paese
(Per leggere o salvare l’articolo apri il file 
 il-carcinoma-del-colon-retto )                                                 

Fausto, il pastore e il mercenario

IL PASTORE
E IL MERCENARIO
 di Fausto Bertinotti
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 IV Domenica di Pasqua, Anno B 7 Maggio 2006 . ( da Adista: Omelia Fuoritempio )

 Vangelo di Giovanni  ( 10,11-18 )

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore.  Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde;  egli è un mercenario e non gli importa delle pecore.  Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,  come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore.  E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.  Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.  Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».

È nota l’importanza teologica di questo passo. La fortuna anche iconografica della figura del buon pastore. Ma vorrei provare a dare a questo passo una lettura diversa, forse un po’ eccentrica.
Da una parte sta il buon pastore, dall’altra il mercenario. Intanto, ci dice il passo, “il mercenario non è pastore”. La differenza tra i due non è una differenza di attività, una differenza accessoria, la differenza è ontologica. “Io sono il buon pastore […], il mercenario non è pastore”. Il pastore è come una vita sola con le pecore: “Dà la sua vita per le pecore”. Il rapporto tra pastore e pecore è un rapporto non scindibile, l’uno è parte delle altre, il rapporto si gioca al livello dell’essere. Al mercenario “non importa delle pecore”. La sua sorte è separata e opposta alle pecore: quando arriva il lupo, il suo rapporto di mero sfruttamento con le pecore, il suo rapporto utilitaristico, si interrompe, le loro sorti si separano, egli ha il suo guadagno, e che le pecore periscano non è affare suo.
Il rapporto del pastore con le pecore, invece, è ancor meglio precisato al versetto 14: “conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. Quello che qui si mostra, quello che fa da sostrato all’interpretazione teologica della parabola, è una realtà altrettanto importante. Anzi, l’interpretazione teologica è possibile proprio in quanto si basa su un’esperienza. L’esperienza del rapporto tra l’uomo ed il mondo che lo circonda, si direbbe oggi l’ambiente, ma io preferisco mondo. Il pastore è l’uomo che riconosce l’assenza di cesura tra sé e il mondo. E questa mancanza di cesura, questa non separabilità è riconosciuta come originaria ed autentica. È un uomo che sa la sua sorte essere strettamente legata alla sorte del mondo. Egli vive se le pecore vivono, egli conosce questo ambiente come suo ed esso lo riconosce come parte: tra questo uomo ed il mondo non c’è estraneità, ma reciproca conoscenza.
Conoscenza così completa che permette ed anticipa la conoscenza delle cose ultramondane: “come il Padre conosce me ed io conosco il Padre”. Questa intimità con l’ambiente circostante è originaria e consente come tale, perché è della stessa natura, l’apertura verso l’Altro.
Il mercenario invece ha con il mondo (le pecore) un rapporto di estraneità. Il suo mondo è il mondo delle cose che si comprano e che si vendono. È un mondo sfruttato e da cui si trae guadagno immediato, ma in questo guadagno è già iscritta la rovina sia del mercenario che del mondo. Arriva il lupo. Irrompe la realtà che denuncia il rapporto reificato. Le pecore si disperdono, il mercenario fugge. Non c’è scampo, né per il mercenario, né per le pecore. La reciproca estraneità porta alla distruzione e alla perdita di soggetto e contesto.
Il rapporto originario, invece, di pastore e pecore, di soggetto e ambiente consente l’apertura verso l’Altro, e con questo – attraverso di questo – anche il rapporto verso gli altri. [16] “E ho altre pecore che non sono di quest’ovile. Anch’esse io devo guidare, ascolteranno la mia voce e saranno un solo gregge, un solo pastore”. Solo per l’uomo non separato dal mondo, per l’uomo non-merce, è possibile il rapporto con gli altri. L’altro gregge, il vicino. Gli altri sono interessanti tanto quanto il sé e il suo gregge. E questo rapporto si presenta non come un rapporto di conquista ma di dialogo: “ascolteranno la mia voce”. Il pastore parla e gli altri rispondono alla parola, si mettono in ascolto. Fuori dal mondo mercificato, il dialogo tra diversi è possibile ed è possibile l’ascolto reciproco. Un ascolto che si fa rapporto, ma mai conquista perché non solo si dice “saranno un solo gregge”, ma anche “un solo pastore”. Un rapporto che prevede che non ci sia un includente ed un incluso. Un inculturante ed un inculturato. Lo scambio è paritario. Non si dice “ci sarà un solo pastore”, un conquistatore o un signore, ma “saranno un solo pastore”. Un umanesimo che non si fonda su un’idea precostituita di umanità ma su un’unità originaria di parola e ascolto.
E qui l’ultima, enorme, conseguenza di questo essere immediati nel mondo. La morte. Il pastore e le pecore sono legati in un destino indissolubile. Fino alla morte, perfino nella morte. Ma essa non è più elemento estraneo. [Gv 18] “[La vita] nessuno me la toglie, ma io la do da me stesso. Ho il potere di darla e ho il potere di riprenderla”. Questo versetto, letto su un piano completamente umano, è il perfetto completamento del ragionamento fatto sopra. La morte stessa, in un’ontologia di non-separatezza, è evento naturale di cui l’uomo diviene soggetto e non oggetto passivo. La morte e la vita sono nella natura del soggetto, sono sorte che lega uomo e mondo. Il potere stesso “di darla” non è la forza prometeica del mercenario che sfida e sfrutta il mondo alla ricerca spasmodica di una maschera d’immor-talità, ma energia creativa e accettazione dell’ordine naturale: “questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio”.

* segretario nazionale
del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Risultati Primarie Partito Democratico

Riflessioni sul voto Castebuonese 

Sicuramente deludenti i dati della partecipazione dei cittadini Castelbuonesi alle primarie del PD.

Ci rendiamo conto dell’assurdità del confronto con le recenti amministrative, ma restano incomprensibili i numeri:   

2800 preferenze di Mario Cicero e   2000 della coalizione “L’Ulivo – Sinistra Unitaria” a fronte dei 318 votanti per una prova che per  la prima volta ha visto gli  elettori protagonisti della nascita di un partito che a livello nazionale entusiasma e affascina soprattutto perché vuole rompere col passato e si propone, all’insegna della “ discontinuità”[  più volte proclamata da Veltroni] di  inaugurare una stagione nuova e autentica della politica.  

 Il dato locale può essere interpretato come disinteresse?, disistima verso la classe dirigente?  segnale per l’attuazione di un vero rinnovamento  della politica locale ?  

  Penso che bisogna, con onestà, moderare i toni trionfalistici usati in varie dichiarazioni  e lavorare per un recupero dei cittadini alla politica.

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Il confine invisibile tra noi e gli altri

 

“Noi”, “gli altri”: quante volte ricorriamo a queste categorie per comprendere problemi e giustificare atteggiamenti. Ora, se siamo più attenti, ci rendiamo conto che è arduo definire i confini tra queste due entità.
Quando accostiamo i termini “noi” e “gli altri”, iniziamo un percorso suscettibile di infinite varianti: ci possiamo inoltrare su un ponte gettato tra due mondi, oppure andare a sbattere contro un muro. Possiamo anche scoprire l’opportunità di un intreccio fecondo, dell’insopprimibile connessione che abita noi e loro. Sì, perché ogni umano esiste in quanto essere-in-relazione: con quanti lo hanno preceduto, con chi gli è o è stato accanto, con il “prossimo”, con quanti ha avuto o avrà modo di incontrare, con il pensiero e le azioni di persone che non ha mai conosciuto. Addirittura, con chi non conoscerà mai, eppure contribuisce con la sua esistenza al mirabile corpo collettivo dell’umanità.
La consapevolezza dell’intima connessione tra ciascuno di noi e gli altri va ridestata con lucidità, in quest’epoca in cui si è giunti a ipotizzare la “morte del prossimo”, la scomparsa di colui che, alla lettera, è “più vicino”. Mentre veniamo quotidianamente sollecitati a una generica solidarietà con chi è lontano, siamo spinti a non vedere chi ci è accanto e attende, prima che un gesto di comunione, il semplice riconoscimento della sua esistenza. Comunichiamo a distanza, interagiamo in “tempo reale”, ci sentiamo connessi con una rete globale, ma distogliamo lo sguardo da “l’altro accanto a noi”. Ciò non discende forse dall’aver perso la consapevolezza che, in ultima analisi, “l’altro siamo noi”?
Al riguardo, possiamo prendere spunto da Michel de Certeau, teologo e antropologo, instancabile viaggiatore attraverso paesi e culture diverse, il quale definiva l’essere umano come chi cerca di “far posto all’altro”: per lui l’altro, lo straniero è al contempo “l’irriducibile e colui senza il quale vivere non è più vivere”. In questo senso possiamo declinare il rapporto tra noi e gli altri come una relazione dinamica in cui entra in gioco anche la dimensione temporale: oggi io sono quello che altri sono stati prima di me e, a loro volta, gli altri possono diventare quello che io sono o ero a un certo punto della mia vicenda.
Sì, nella dialettica tra noi e gli altri si gioca il difficile equilibrio, mai raggiunto pienamente, tra identità e convivenza. In che modo riconoscere e coltivare la propria identità senza collocarla in rapporto dinamico con l’essere accanto al diverso? E come convivere in un confronto civile tra persone, etnie e culture diverse senza aver chiara consapevolezza della propria identità e di come questa si sia formata attraverso successive, ininterrotte mescolanze con alterità che da lontane si sono fattevicine?
Scriveva Edmond Jabès: “Lo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno straniero … La distanza che ci separa dallo straniero, dall’altro è quella stessa che ci separa da noi”. Che questa distanza sia ponte o baratro dipende solo da noi, giorno dopo giorno.

(Enzo Bianchi- “Repubblica” – 25 Maggio 2020)