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Vangelo del giorno
Mercoledì 13 Novembre 2019


Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce:


«Gesù, maestro, abbi pietà di noi!».


Appena li vide, Gesù disse loro:


«Andate a presentarvi ai sacerdoti».


E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.Ma Gesù osservò:


«Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?».


E gli disse:


«Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».


(Lc. 17,11-19)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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I° CONCILIO DI NICEA



I° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



I° CONCILIO DI EFESO



I° CONCILIO DI CALCEDONIA



II° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



III° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



II° CONCILIO DI NICEA



IV° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



LETTERA A DIOGNETO


I° CONCILIO LATERANENSE



II° CONCILIO LATERANENSE



II° CONCILIO LATERANENSE



IV° CONCILIO LATERANENSE



I° CONCILIO DI LIONE



II° CONCILIO DI LIONE



CONCILIO DI VIENNA



CONCILIO DI COSTANZA



CONCILIO DI BASILEA



V CONCILIO LATERANENSE


CONCILIO DI TRENTO



CONCILIO VATICANO I°

 

È online il nuovo sito consultabile al seguente indirizzo: http://www.laikos.it/

Papa Francesco chiude i lavori del Sinodo per l’Amazzonia. Documento finale

Papa Francesco  ha  chiuso  i lavori in aula del Sinodo per l’Amazzonia invocando più “zelo apostolico” dei sacerdoti, per sostenere la pastorale nella Regione. Ha annunciato che riconvocherà “con nuovi membri” la Commissione per il diaconato femminile e spera di pubblicare “entro l’anno” l’Esortazione post sinodale.

Nell’ omelia della Messa di chiusura Papa Francesco ha sottolineato che per praticare la “religione di Dio” e non quella “dell’io” dobbiamo riconoscerci poveri dentro, e fare nostro il loro grido, così la nostra preghiera “salirà dritta a Dio”. Ma ci sono cattolici,  ha lamentato, che dimenticano che il vero culto a Dio “passa sempre attraverso l’amore del prossimo”.

Di seguito i punti fondamentali del documento finale(testo in spagnolo).  (Testo in Italiano )

CONVERSIONE : è questo il filo conduttore del Documento finale del Sinodo panamazzonico, testo che è stato approvato in tutti i suoi punti dai padri sinodali. Una conversione che si declina in diverse accezioni: integrale, pastorale, culturale, ecologica e sinodale. Il testo è il risultato dello “scambio aperto, libero e rispettoso” svoltosi nelle tre settimane di lavori del Sinodo, per raccontare le sfide e le potenzialità dell’Amazzonia, “cuore biologico” del mondo esteso su nove Paesi ed abitato da oltre 33milioni di persone, di cui circa 2,5 milioni di indigeni. Eppure, questa regione, seconda area più vulnerabile al mondo a causa dei cambiamenti climatici provocati dall’uomo, è “in una corsa sfrenata verso la morte” e ciò esige urgentemente – ribadisce il Documento – una nuova direzione che consenta di salvarla, pena un impatto catastrofico su tutto il pianeta.

Capitolo I – Conversione integrale

Il Documento esorta sin dall’inizio ad una “vera conversione integrale”, con una vita semplice e sobria, sullo stile di San Francesco d’Assisi, impegnata a relazionarsi armoniosamente con la “casa comune”, opera creatrice di Dio. Tale conversione porterà la Chiesa ad essere in uscita, per entrare nel cuore di tutti i popoli amazzonici. L’Amazzonia, infatti, ha una voce che è un messaggio di vita e si esprime attraverso una realtà multietnica e multiculturale, rappresentata dai volti variegati che la abitano. “Buon vivere” e “fare bene” è lo stile di vita dei popoli amazzonici, ovvero il vivere in armonia con se stessi, con gli esseri umani e con l’essere supremo, in un’unica intercomunicazione tra tutto il cosmo, per forgiare un progetto di vita piena per tutti.

I dolori dell’Amazzonia: il grido della terra e il grido dei poveri  

Tuttavia, il testo non tace i tanti dolori e le tante violenze che oggi feriscono e deformano l’Amazzonia, minacciandone la vita: la privatizzazione di beni naturali; i modelli produttivi predatori; la deforestazione che sfiora il 17% dell’intera regione; l’inquinamento delle industrie estrattive; il cambiamento climatico; il narcotraffico; l’alcolismo; la tratta; la criminalizzazione di leader e difensori del territorio; i gruppi armati illegali. Ampia, poi, la pagina amara sulla migrazione che in Amazzonia si articola su tre livelli: mobilità di gruppi indigeni in territori a circolazione tradizionale; spostamento forzato di popolazioni indigene; migrazione internazionale e rifugiati. Per tutti questi gruppi, occorre una pastorale transfrontaliera in grado di includere il diritto alla libera circolazione.  Il problema della migrazione – si legge – deve essere affrontato in modo coordinato dalle Chiese di frontiera. Un lavoro di pastorale permanente va, inoltre, pensato per i migranti vittime di tratta.  Il Documento sinodale invita a porre l’attenzione anche sullo spostamento forzato delle famiglie indigene nei centri urbani, sottolineando come tale fenomeno richieda una “pastorale d’insieme nelle periferie”. Di qui, l’esortazione a creare équipe missionarie che, in coordinamento con le parrocchie, si occupino di questo aspetto, offrendo liturgie inculturate e favorendo l’integrazione di tali comunità nelle città.

Capitolo II – Conversione pastorale

Centrale, inoltre, il richiamo alla natura missionaria della Chiesa: la missione non è qualcosa di facoltativo – ricorda il testo – perché la Chiesa è missione e l’azione missionaria è il paradigma di tutta l’opera della Chiesa. In Amazzonia, essa dovrà essere “samaritana”, ovvero andare incontro a tutti; “maddalena”, ossia amata e riconciliata per annunciare con gioia Cristo Risorto; “mariana”, cioè generatrice di figli alla fede e “inculturata” tra i popoli che serve. È importante, poi, passare da una pastorale “di visita” ad una pastorale “di presenza permanente” e per questo, il Documento sinodale suggerisce che le Congregazioni religiose del mondo stabiliscano almeno un avamposto missionario in uno qualsiasi dei Paesi amazzonici.

Il sacrificio dei missionari martiri

Il Sinodo non dimentica i tanti missionari che hanno dato la vita per trasmettere il Vangelo in Amazzonia, le cui pagine più gloriose sono state scritte dai martiri. Al contempo, il Documento ricorda che l’annuncio di Cristo nella regione si è compiuto spesso in connivenza con i poteri oppressori delle popolazioni. Per questo, oggi la Chiesa ha “l’opportunità storica” di prendere le distanze dalle nuove potenze colonizzatrici, prestando ascolto ai popoli amazzonici ed esercitando la sua attività profetica “in modo trasparente”.

Dialogo ecumenico ed interreligioso

In questo contesto, grande importanza ricopre il dialogo, sia ecumenico che interreligioso: “via indispensabile dell’evangelizzazione in Amazzonia” – dice il testo sinodale – esso deve partire, nel primo caso, dalla centralità della Parola di Dio per avviare cammini reali di comunione. Sul fronte interreligioso, invece, il Documento incoraggia ad una maggiore conoscenza delle religioni indigene e dei culti afro-discendenti, affinché cristiani e non, insieme, possano agire in difesa della casa comune. Per questo, vengono proposti momenti di incontro, studio e dialogo tra le Chiese amazzoniche e i seguaci delle religioni indigene.

L’urgenza di una pastorale indigena e di un ministero giovanile  

Il Documento richiama, inoltre, l’urgenza di una pastorale indigena che abbia il suo posto specifico nella Chiesa: è necessario creare o mantenere, infatti, “un’opzione preferenziale per le popolazioni indigene”, dando anche maggiore impulso missionario tra le vocazioni autoctone, perché l’Amazzonia deve essere evangelizzata anche dagli amazzonici. Spazio, poi, ai giovani amazzonici, con le loro luci e le loro ombre: divisi a metà tra tradizione e innovazione, immersi in un’intensa crisi di valori, vittime di tristi realtà come povertà, violenze, disoccupazione, nuove forme di schiavitù e difficoltà di accesso all’istruzione, essi finiscono spesso in carcere o morti suicidi. Eppure, i giovani amazzonici hanno gli stessi sogni e le stesse speranze degli altri ragazzi del mondo e la Chiesa, chiamata ad essere presenza profetica, deve accompagnarli nel loro cammino, per evitare che la loro identità e la loro autostima vengano danneggiate o distrutte. In particolare, il Documento suggerisce “un rinnovato e audace ministero giovanile”, con una pastorale sempre attiva, incentrata su Gesù. I giovani, infatti, luogo teologico e profeti di speranza, vogliono essere protagonisti e la Chiesa amazzonica vuole riconoscere il loro spazio. Di qui, l’invito a promuovere nuove forme di evangelizzazione anche attraverso i social media e ad aiutare i giovani indigeni a raggiungere una sana interculturalità.

La pastorale urbana e le famiglie

Il testo conclusivo del Sinodo si sofferma, poi, sul tema della pastorale urbana, con uno sguardo particolare alle famiglie: nelle periferie cittadine, esse patiscono la povertà, la disoccupazione, la mancanza di alloggi, oltre a numerosi problemi di salute. Diventa, quindi, necessario difendere il diritto di tutti alla città come godimento equo dei principi di sostenibilità, democrazia e giustizia sociale. Bisogna lottare – si legge nel testo – affinché nelle “favelas” e nelle “villas miserias” siano garantiti i diritti fondamentali di base. E centrale deve essere anche l’istituzione di un “ministero dell’accoglienza” per una solidarietà fraterna con i migranti, i rifugiati e i senzatetto che vivono nel contesto urbano. In questo ambito, un valido aiuto arriva dalle comunità ecclesiali di base, “un dono di Dio alle Chiese locali dell’Amazzonia”. Al contempo, le politiche pubbliche sono invitate a migliorare la qualità della vita nelle zone rurali, per evitare il trasferimento incontrollato delle persone in città.

Capitolo III – Conversione culturale

Inculturazione e interculturalità sono strumenti importanti – prosegue il Documento – per raggiungere una conversione culturale che porti il cristiano ad andare incontro all’altro per imparare da lui. I popoli amazzonici, infatti, con i loro “profumi antichi” che contrastano la disperazione che si respira nel continente e con i loro valori di reciprocità, solidarietà e senso di comunità, offrono insegnamenti di vita e una visione integrata della realtà capace di comprendere che tutto il creato è connesso e di garantire, perciò, una gestione sostenibile. La Chiesa si impegna ad essere alleata delle popolazioni indigene – ribadisce il testo sinodale – soprattutto per denunciare gli attacchi perpetrati contro la loro vita, i progetti di sviluppo predatorio etnocidi ed ecocidi e la criminalizzazione dei movimenti sociali.

Difendere la terrà è difendere la vita

“La difesa della terra – si legge – non ha altro scopo che la difesa della vita” e si basa sul principio evangelico della difesa della dignità umana. Bisogna, quindi, rispettare i diritti all’autodeterminazione, alla delimitazione dei territori e alla consultazione preventiva, libera e informata dei popoli indigeni. Un punto specifico viene, poi, dedicato alle Popolazioni indigene in isolamento volontario (Piav) o in Isolamento e contatto iniziale (Piaci) che oggi, in Amazzonia, ammontano a circa 130 unità e spesso sono vittime di pulizia etnica: la Chiesa deve intraprendere due tipi di azione, una pastorale ed un’altra “di pressione”, affinché gli Stati tutelino i diritti e l’inviolabilità dei territori di tali popolazioni.

Teologia india e pietà popolare

Nell’ottica, poi, dell’inculturazione – ovvero dell’incarnazione del Vangelo nelle culture indigene – spazio viene dato alla teologia india e alla pietà popolare, le cui espressioni vanno apprezzate, accompagnate, promosse e talvolta “purificate”, poiché sono momenti privilegiati di evangelizzazione che devono condurre all’incontro con Cristo. L’annuncio del Vangelo, infatti, non è un processo di distruzione, ma di crescita e di consolidamento di quei semina Verbi presenti nelle culture. Di qui, il rifiuto netto di “un’evangelizzazione in stile colonialista” e del “proselitismo”, in favore di un annuncio inculturato che promuova una Chiesa dal volto amazzonico, in pieno rispetto e parità con la storia, la cultura e lo stile di vita delle popolazioni locali. A tal proposito, il Documento sinodale propone che i centri di ricerca della Chiesa studino e raccolgano le tradizioni, le lingue, le credenze e le aspirazioni dei popoli indigeni, favorendone l’opera educativa a partire dalla loro stessa identità e cultura.

Creare una Rete di comunicazione ecclesiale panamazzonica

Anche nel campo sanitario – prosegue il Documento – tale progetto educativo dovrà promuovere i saperi ancestrali della medicina tradizionale di ogni cultura. Al contempo, la Chiesa si impegna ad offrire assistenza sanitaria là dove lo Stato non arriva. Forte anche il richiamo ad un’educazione alla solidarietà, basata sulla consapevolezza di un’origine comune e di un futuro condiviso da tutti, così come ad una cultura della comunicazione che promuova il dialogo, l’incontro e la cura della “casa comune”. Nello specifico, il testo sinodale suggerisce la creazione di una Rete di comunicazione ecclesiale panamazzonica; di una rete scolastica di educazione bilingue e di nuove forme di educazione anche a distanza.

Capitolo IV – Conversione ecologica

A fronte di “una crisi socio-ambientale senza precedenti”, il Sinodo invoca una Chiesa amazzonica in grado di promuovere un’ecologia integrale ed una conversione ecologica secondo cui “tutto è intimamente connesso”.

Ecologia integrale, unico cammino possibile                                                                              
L’auspicio è che riconoscendo “le ferite causate dall’essere umano” al territorio, siano ricercati “modelli di sviluppo giusto e solidale”. Ciò si traduce in un atteggiamento che colleghi la cura pastorale della natura alla giustizia per i più poveri e svantaggiati della terra. L’ecologia integrale non sia intesa come un cammino in più che la Chiesa può scegliere per il futuro, ma come l’unico cammino possibile per salvare la regione dall’estrattivismo predatorio, dallo spargimento di sangue innocente e dalla criminalizzazione dei difensori dell’Amazzonia. La Chiesa in quanto “parte di una solidarietà internazionale” favorisca il ruolo centrale del bioma amazzonico per l’equilibrio del pianeta e incoraggi la comunità internazionale a fornire nuove risorse economiche per la sua tutela, rafforzando gli strumenti della convenzione quadro sul cambiamento climatico.

Difesa diritti umani è esigenza di fede      
Difendere e promuovere i diritti umani, oltre che un dovere politico e un compito sociale, è un’esigenza di fede. Di fronte a questo dovere cristiano il Documento denuncia la violazione dei diritti umani e la distruzione estrattiva; assume e sostiene, anche in alleanza con altre Chiese, le campagne di disinvestimento delle compagnie estrattive che causano danni socio ecologici all’Amazzonia; propone una transizione energetica radicale e la ricerca di alternative; propone inoltre lo sviluppo di programmi di formazione per la cura della “casa comune”. Agli Stati si chiede di smettere di considerare la regione come una dispensa inesauribile, mentre si auspica un “nuovo paradigma dello sviluppo sostenibile” socialmente inclusivo e che combini conoscenze scientifiche e tradizionali.  I criteri commerciali, è la raccomandazione, non siano al di sopra dei criteri ambientali e dei diritti umani.

Chiesa alleata delle comunità amazzoniche         
L’appello è alla responsabilità: tutti siamo chiamati alla custodia dell’opera di Dio. Protagonisti della cura, protezione e difesa dei popoli sono le stesse comunità amazzoniche. La Chiesa è loro alleata, cammina con loro, senza imporre un modo particolare di agire, riconoscendo la saggezza dei popoli sulla biodiversità contro ogni forma di biopirateria. Si chiede che gli agenti pastorali e i ministri ordinati siano formati a questa sensibilità socio-ambientale sull’esempio dei martiri dell’Amazzonia. L’idea è quella di creare ministeri per la cura della casa comune.

Difesa della vita       
Nel Documento si ribadisce l’impegno della Chiesa nella difesa della vita “dal concepimento al suo tramonto” e nella promozione del dialogo, interculturale ed ecumenico, al fine di contenere strutture di morte, peccato, violenza e ingiustizia. Conversione ecologica e difesa della vita in Amazzonia si traducono per la Chiesa in una chiamata a “disimparare, imparare e reimparare per superare così ogni tendenza ad assumere modelli colonizzatori che hanno causato danni in passato”.

Peccato ecologico e diritto all’acqua potabile      
Proposta la definizione del “peccato ecologico” come “un’azione o un’omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità, l’ambiente”, le future generazioni e la virtù della giustizia.  Al fine di riparare il debito ecologico che i Paesi hanno con l’Amazzonia si suggerisce la creazione di un fondo mondiale per le comunità amazzoniche, così da proteggerle dal desiderio predatorio di aziende nazionali e multinazionali. Il Sinodo richiama “l’urgente necessità di sviluppare politiche energetiche che riducano drasticamente le emissioni di anidride carbonica (CO2) e di altri gas legati al cambiamento climatico”, promuove le energie pulite e richiama l’attenzione sull’accesso all’acqua potabile, diritto umano basilare e condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Proteggere la terra vuol dire favorire il riutilizzo e il riciclo, ridurre l’uso di combustibili fossili e plastica, modificare abitudini alimentari come il consumo eccessivo di carne e pesce, adottare stili di vita sobri, piantare alberi. In quest’ottica si inserisce la proposta di un Osservatorio Socio Pastorale Amazzonico che lavori in sinergia con Celam, Clar, Caritas, Repam, episcopati, chiese locali, università cattoliche e attori non ecclesiali. Proposta anche la creazione, all’interno del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, di un ufficio amazzonico.

Capitolo V – Nuovi cammini di conversione sinodale     

Superare il clericalismo e le imposizioni arbitrarie, rafforzare una cultura del dialogo, dell’ascolto e del discernimento spirituale, rispondere alle sfide pastorali. Sono queste le caratteristiche sui cui deve fondarsi una conversione sinodale a cui la Chiesa è chiamata per avanzare in armonia, sotto l’impulso dello Spirito vivificante e con audacia evangelica.

Sinodalità, ministerialità, ruolo attivo dei laici e vita consacrata         
La sfida è quella di interpretare alla luce dello Spirito Santo i segni dei tempi e individuare il cammino da seguire a servizio del disegno di Dio. Le forme di esercizio della sinodalità sono varie e dovranno essere decentralizzate, attente ai processi locali, senza indebolire il legame con le Chiese sorelle e con la Chiesa universale. Sinodalità si traduce, in continuità con il Concilio Vaticano II, in corresponsabilità e ministerialità di tutti, partecipazione dei laici, uomini e donne, ritenuti “attori privilegiati”. La partecipazione del laicato, sia nella consultazione che nella presa di decisioni nella vita e missione della Chiesa – spiega il Documento Finale – va rafforzata a e ampliata a partire dalla promozione e dal conferimento di “ministeri a uomini e donne in modo equo”. Evitando personalismi, magari con incarichi a rotazione, “il vescovo può affidare, con un mandato a tempo determinato, in assenza di sacerdoti, l’esercizio della cura pastorale delle comunità ad una persona non investita del carattere sacerdotale, che sia membro della comunità stessa”. La responsabilità di quest’ultima, viene specificato, resterà a carico del sacerdote. Il Sinodo scommette poi su una vita consacrata dal volto amazzonico, a partire da un rafforzamento delle vocazioni autoctone: tra le proposte si sottolinea l’itineranza insieme a poveri ed esclusi. Si chiede inoltre che la formazione sia centrata su interculturalità, inculturazione e dialogo tra le spiritualità e le cosmovisioni amazzoniche.

L’ora della donna    
Ampio spazio nel Documento è dedicato alla presenza e all’ora della donna. Come suggerisce la saggezza dei popoli ancestrali, la madre terra ha un volto femminile e nel mondo indigeno le donne sono “una presenza vivente e responsabile nella promozione umana”. Il Sinodo chiede che la voce delle donne sia ascoltata, che siano consultate, partecipino in modo più incisivo alla presa di decisioni, contribuiscano alla sinodalità ecclesiale, assumano con maggiore forza la loro leadership all’interno della Chiesa, nei consigli pastorali o “anche nelle istanze di governo”. Protagoniste e custodi del creato e della casa comune, le donne sono spesso “vittime di violenza, fisica, morale e religiosa, femminicidio compreso”. Il testo ribadisce l’impegno della Chiesa in difesa dei loro diritti, in special modo nei confronti delle donne migranti. Nel contempo si riconosce la “ministerialità” affidata da Gesù alla donna e si auspica una “revisione del Motu Proprio Ministeria quædam di San Paolo VI, affinché anche donne adeguatamente formate e preparate possano ricevere i ministeri del lettorato e dell’accolitato, tra gli altri che possono essere svolti”. Nello specifico, in quei contesti in cui le comunità cattoliche sono guidate da donne, si chiede la creazione del “ministero istituito di donna dirigente di comunità”. Il Sinodo mette in luce come dalle numerose consultazioni in Amazzonia sia stato sollecitato “il diaconato permanente per le donne”, tema molto presente durante i lavori in Vaticano. Il desiderio dei partecipanti all’Assemblea è quello di condividere esperienze e riflessioni emerse finora con la “Commissione di studio sul diaconato delle donne” creata nel 2016 da Papa Francesco e “attenderne i risultati”.

Diaconato permanente        
Urgenti vengono definiti la promozione, la formazione ed il sostegno ai diaconi permanenti. Il diacono, sotto l’autorità del vescovo, è al servizio della comunità ed è oggi tenuto a promuovere l’ecologia integrale, lo sviluppo umano, la pastorale sociale e il servizio a chi si trova in situazioni di vulnerabilità e povertà, configurandolo a Cristo. Occorre quindi insistere su una formazione permanente, scandita da studio accademico e pratica pastorale, nella quale siano coinvolti anche moglie e figli del candidato. Il curriculum formativo, precisa il Sinodo, dovrà includere temi che favoriscano il dialogo ecumenico, interreligioso, interculturale, la storia della Chiesa in Amazzonia, l’affettività e la sessualità, la cosmovisione indigena e l’ecologia integrale. L’equipe dei formatori sarà composta da ministri ordinati e laici. È da incoraggiare la formazione di futuri diaconi permanenti nelle comunità che abitano sulle rive dei fiumi indigeni.

Formazione dei sacerdoti    
La formazione dei sacerdoti sia inculturata: l’esigenza è quella di preparare pastori che vivano il Vangelo, conoscano le leggi canoniche, siano compassionevoli sull’esempio di Gesù: prossimi alle persone, capaci di ascolto, di guarire e consolare, senza cercare di imporsi, manifestando la tenerezza del Padre. Anche nell’ambito della formazione al sacerdozio si auspica l’inclusione di discipline come l’ecologia integrale, l’ecoteologia, la teologia della creazione, le teologie indie, la spiritualità ecologica, la storia della Chiesa in Amazzonia, l’antropologia culturale amazzonica. Il Sinodo raccomanda che i centri di formazione siano preferibilmente inseriti nella realtà amazzonica e che sia offerta a giovani non amazzonici l’opportunità di partecipare alla loro formazione in Amazzonia.

Partecipazione all’Eucarestia e ordinazioni sacerdotali
Centrale per la comunità cristiana è la partecipazione all’Eucarestia. Eppure – rileva il Sinodo – molte delle comunità ecclesiali del territorio amazzonico hanno enormi difficoltà di accedervi. Possono passare mesi o addirittura anni prima che un sacerdote torni in una comunità per celebrare la Messa o offrire i sacramenti della Riconciliazione e dell’unzione degli infermi. Rimarcando l’apprezzamento del celibato come dono di Dio nella misura in cui permette al presbitero di dedicarsi pienamente al servizio della comunità e rinnovando la preghiera affinché “ci siano molte vocazioni” che vivono il celibato, sebbene “questa disciplina non sia richiesta dalla natura stessa del sacerdozio” e considerando la vasta estensione del territorio amazzonico e la scarsità di ministri ordinati, il Documento finale propone “di stabilire criteri e disposizioni da parte dell’autorità competente, per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti della comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica”. Si precisa che “a questo proposito, alcuni si sono espressi a favore di un approccio universale all’argomento”.

Organismo ecclesiale regionale post-sinodale e Università Amazzonica         
Il Sinodo propone di riprogettare l’organizzazione delle Chiese locali da un punto di vista pan-amazzonico, ridimensionando le vaste aree geografiche della diocesi, raggruppando Chiese particolari presenti nella stessa regione e creando un Fondo amazzonico per il sostegno dell’evangelizzazione al fine di far fronte al “costo dell’Amazzonia”. In quest’ottica si inserisce l’idea di creare un Organismo ecclesiale regionale post-sinodale, articolato con la Repam e il Celam, al fine di assumere molte delle proposte emerse dal Sinodo. In ambito formativo si invoca l’istituzione di un’Università Cattolica Amazzonica basata sulla ricerca interdisciplinare, l’inculturazione e il dialogo interculturale e fondata principalmente sulla Sacra Scrittura, nel rispetto dei costumi e delle tradizioni delle popolazioni indigene.

Rito amazzonico       
Per rispondere in modo autenticamente cattolico alla richiesta delle comunità amazzoniche di adattare la liturgia valorizzando la visione del mondo, le tradizioni, i simboli e i riti originari si chiede al suddetto Organismo della Chiesa in Amazzonia di costituire una commissione competente per studiare l’elaborazione di un rito amazzonico che “esprima il patrimonio liturgico, teologico, disciplinare e spirituale dell’Amazzonia”. Questo si aggiungerebbe ai 23 riti già presenti nella Chiesa cattolica, arricchendo l’opera di evangelizzazione, la capacità di esprimere la fede in una cultura propria, il senso di decentralizzazione e di collegialità che la Chiesa Cattolica può esprimere. Si ipotizza anche di corredare i riti ecclesiali con il modo in cui i popoli si prendono cura del territorio e si relazionano con le sue acque. Infine, allo scopo di favorire il processo di inculturazione della fede, il Sinodo esprime l’urgenza di formare comitati per la traduzione e la stesura di testi biblici e liturgici nelle lingue dei diversi luoghi, “preservando la materia dei sacramenti e adattandoli alla forma, senza perdere di vista l’essenziale”. Da incoraggiare a livello liturgico anche la musica e il canto. A chiusura del Documento, si invoca la protezione della Vergine dell’Amazzonia, Madre dell’Amazzonia, venerata con vari titoli in tutta la regione.

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La bellezza: vedere l’invisibile nel visibile

 

Per affrontare in profondità un discorso sulla bellezza, occorre anzitutto il coraggio di dire che la bellezza è un enigma, anche se oggi se ne parla spesso con troppa ingenuità. Dall’alba della modernità risuonano come sempre attuali le inquiete parole di Albrecht Dürer: “Che cosa sia la bellezza non lo so”, perché ogni tentativo di definirla appare inadeguato, insufficiente. La bellezza è ambigua, come tutte le cose che si manifestano quali realtà terrestri, sperimentate dagli umani. La bellezza seduce, ferisce, intimorisce, esalta, ammutolisce…

Occorre fare una distinzione preliminare: c’è una bellezza cantata dalla fede, la bellezza di Dio, il Creatore, della quale fanno esperienza quanti e quante, grazie alla dýnamis dello Spirito santo, sanno esercitare i sensi della fede; c’è d’altra parte una bellezza delle creature esperibile da ogni essere umano, nella pienezza dei suoi sensi corporei. Il credente può addirittura dare del tu alla bellezza di Dio, confessando che la bellezza non è un attributo, una proprietà, ma un soggetto, Dio stesso, secondo le note parole di Agostino: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato” (Confessioni 10,27). Così nelle sante Scritture si proclama: “Splendido sei tu e magnifico, o Dio!” (Sal 76,5), e si afferma che Dio sarà la bellezza della città santa: “Dominus erit pulchritudo tua” (Is 60,19). Ma quando il salmista e il profeta dichiarano questo, si riferiscono a una bellezza confessabile solo nella fede, perché “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18).

Più facile da decifrare è la bellezza del Re Messia, celebrato come “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 45,3), cantato dalla sposa del Cantico con le parole: “Tu sei bello e grazioso, o mio amato!” (Ct 1,15). Ma nella misura in cui le Scritture si applicano al Messia Gesù, questa bellezza può essere intesa come “altra”, bellezza del pastore, di colui che si prende cura del suo popolo: “Io sono il pastore buono e bello (kalós)” (Gv 10,11.14); addirittura può essere non-bellezza, quando egli si rivela come il Servo del Signore: “Lo abbiamo visto, non aveva né bellezza né splendore” (Is 53,2). La bellezza di Cristo trascende il visibile: solo l’agápe, l’amore, è in grado di narrarla e dunque di indurre a contemplarla.

Vi è d’altra parte la bellezza delle creature, quelle che Dio, dopo averle create, vide che erano “cosa bella e buona” (tob: Gen 1,4.10.12.18.21.25); tra di esse si segnala l’adam, il terrestre, creatura “molto bella” (tob me‘od: Gen 1,31). Questa bellezza si offre alla nostra contemplazione: è la bellezza del cielo (cf. Sal 8,4); è la bellezza della natura, delle epifanie cosmiche (cf. Sir 42,15-43,33), nelle quali “ogni opera di Dio supera la bellezza dell’altra: chi può stancarsi di contemplare il loro splendore?” (Sir 42,25). Questa creazione è carica di bellezza, così che il libro della Sapienza può proclamare: “Tu ami tutte le creature esistenti, non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato … Come potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza, … o Signore, amante della vita?” (Sap 11,24-26).

Ma la bellezza delle creature – come si diceva – non è priva di ambiguità e di equivoci, perché può diventare bellezza dell’idolo, falso antropologico prima che teologico, può essere una bellezza seducente che induce alla tentazione: “la donna vide che l’albero era … affascinante per gli occhi” (Gen 3,6), così come era buono (tob) e appetitoso; e David, vedendo la bellissima Betsabea dalla terrazza della sua reggia, fu sedotto fino a causare l’omicidio di suo marito pur di averla (cf. 2Sam 11). Tutti conoscono la frase di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo” (ma nel testo de L’idiota si tratta di una domanda!); si dimentica però che per lui la bellezza è tanto quella epifanica, divina, quanto quella idolatrica che egli dichiara bellezza di Sodoma. Dunque entrambi queste bellezze feriscono: o sono effroi, “sorprendente spavento” – come amava dire Jean-Louis Chrétien – oppure inducono all’ékstasis, ma sono bellezze differenti!

Ogni essere umano è affamato e assetato di bellezza, ma il discernimento della bellezza rivelativa di Dio e della sua azione richiede un’educazione dell’intelligenza del cuore, un cammino di discernimento mai concluso, un cammino faticoso di ricerca del senso inscritto in ogni bellezza. Più l’aspetto sensibile attira per la sua bellezza, più l’uomo è tentato di non ascoltare la propria interiorità, per restare invece catturato dall’esteriorità. Sono note le riflessioni contenute nel capitolo 13 del libro della Sapienza e, in particolare, in quel passo che intenerisce il cuore e, nel contempo, denuncia il processo di seduzione della bellezza, la quale desta il desiderio di possedere e di consumare:

Se gli uomini, affascinati dalla bellezza delle creature, le hanno prese per dèi …
se, colpiti da stupore per esse,
non sono stati capaci di contemplare,
attraverso la loro grandezza e la loro bellezza, il loro autore,
per costoro leggero è il rimprovero,
perché si sono ingannati cercando Dio e volendolo trovare …
e perché le cose viste sono belle (Sap 13,3-7).

Ecco il dramma della bellezza: è facile proclamare che la bellezza indica, in-segna, rivela Dio, ma fare l’itinerario attraverso la bellezza per giungere alla contemplazione della bellezza divina non è facile, anzi è drammatico! Basti pensare al volto, al corpo dell’adam, maschio e femmina: più vediamo il bello, più potremmo cogliere in esso il sacramento della bellezza di Dio; ma più facilmente noi umani, come incantati, scegliamo la via idolatrica dell’adorazione della creatura, ci prostriamo a causa della sua bellezza, fino alla cosificazione del bello, al consumismo del bello privato della sua soggettività e della sua sacramentalità divina. L’uomo è immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), ma non è così facile giungere a questo riconoscimento. Non a caso Gesù – come recita un suo splendido detto non canonico – ha affermato: “Hai visto un uomo, hai visto Dio”, rivelazione che dovrebbe causare soprattutto una responsabilità del soggetto verso l’altro.

Amo molto l’interpretazione della trasfigurazione di Cristo fornita dalla spiritualità orientale cristiana. Secondo alcuni autori non fu Gesù a trasfigurarsi, ma furono gli occhi dei discepoli che conobbero un processo di trasfigurazione e così furono resi capaci di vedere in lui ciò che prima non vedevano: egli era carne fragile come loro ma, nello stesso tempo, Figlio di Dio, immagine del Padre invisibile. Sì, noi abbiamo bisogno di trasfigurazione per percepire la vera bellezza, per vedere l’invisibile nel visibile.

(Enzo Biancihi- “Avvenire” – 14 Ottobre 2019)