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Vangelo del giorno
Mercoledì 13 Novembre 2019


Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce:


«Gesù, maestro, abbi pietà di noi!».


Appena li vide, Gesù disse loro:


«Andate a presentarvi ai sacerdoti».


E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.Ma Gesù osservò:


«Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?».


E gli disse:


«Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».


(Lc. 17,11-19)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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I° CONCILIO DI NICEA



I° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



I° CONCILIO DI EFESO



I° CONCILIO DI CALCEDONIA



II° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



III° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



II° CONCILIO DI NICEA



IV° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



LETTERA A DIOGNETO


I° CONCILIO LATERANENSE



II° CONCILIO LATERANENSE



II° CONCILIO LATERANENSE



IV° CONCILIO LATERANENSE



I° CONCILIO DI LIONE



II° CONCILIO DI LIONE



CONCILIO DI VIENNA



CONCILIO DI COSTANZA



CONCILIO DI BASILEA



V CONCILIO LATERANENSE


CONCILIO DI TRENTO



CONCILIO VATICANO I°

 

È online il nuovo sito consultabile al seguente indirizzo: http://www.laikos.it/

Documento preparatorio per il sinodo dell’Ammazzonia

Il testo  inizia descrivendo l’Amazzonia dove la “comprensione della vita è caratterizzata dalla connessione e dall’armonia dei rapporti tra l’acqua, il territorio e la natura, la vita comunitaria e la cultura, Dio e le varie forze spirituali. Per loro, “bien vivir” significa comprendere la centralità del carattere relazionale-trascendente degli esseri umani e del creato, e presuppone il “fare bene”. Le dimensioni materiali e spirituali non possono essere separate.”  Queste cosmovisioni particolari,  queste sensibilità e  culture comunitarie sono lontane dal senso comune  che abbiamo nel nostro occidente.

Il Grido

Il testo non si sofferma molto sugli abusi passati, sulla schiavitù e  sulla colonizzazione (che pure denuncia) ed entra nel merito. Il  Grido contro la violenza che ora stanno subendo le popolazioni amazzoniche percorre tutto il testo. La denuncia è esplicita, diretta, senza parole morbide. Le principali  responsabili  sono le multinazionali   che sfruttano le risorse naturali. Queste le parole: “Gli impatti causati dalla distruzione multipla del bacino panamazzonico generano uno squilibrio del territorio locale e globale, nelle stagioni e nel clima…è urgente affrontare tali minacce, aggressioni e indifferenze. La cura della vita si oppone alla cultura dello scarto, della menzogna, dello sfruttamento e dell’oppressione. Allo stesso tempo, implica l’opporsi ad una visione insaziabile di crescita illimitata, di idolatria del denaro, ad un mondo distaccato (dalle sue radici, dal suo ambiente), ad una cultura della morte.”Il “grido”elenca punto per punto i disastri in corso, dalla “distruzione estrattivista” delle risorse (minerali e naturali) ai problemi indirettamente conseguenti: le emigrazioni, l’urbanizzazione, il dissesto creato alla famiglia e alle comunità, ai problemi posti alla salute e alla educazione. Infine, forse il più grave, la distruzione della natura che ha  conseguenze di carattere planetario.

Il Kairòs

Tutto ciò premesso, il testo si apre alla speranza e al futuro e dice : “L’Amazzonia sta vivendo un momento di grazia, un Kairós. Il Sinodo dell’Amazzonia è un segno dei tempi in cui lo Spirito Santo apre nuovi cammini che discerniamo attraverso un dialogo reciproco tra tutto il popolo di Dio. Il dialogo è iniziato qualche tempo fa, dai più poveri, dal basso verso l’alto”. La Chiesa  deve essere dei poveri e per la cura del creato e avere   “una teologia india amazzonica (già esistente), che permetterà una migliore e maggiore comprensione della spiritualità indigena per evitare di commettere gli errori storici che hanno travolto molte culture originarie……..bisogna  prendere in considerazione i miti, le tradizioni, i simboli, i saperi, i riti e le celebrazioni originarie che includono le dimensioni trascendenti, comunitarie ed ecologiche.” La liturgia deve essere inculturata ed usare i simboli, le musiche, le lingue, le danze proprie dei diversi popoli. Ciò significa proporre  “una Chiesa dal volto amazzonico che, nelle sue molteplici sfumature, cerchi di essere una Chiesa “in uscita” (cf. Evangelii Gaudium 20-23), che si lasci alle spalle una tradizione coloniale monoculturale, clericale e impositiva e sappia discernere e assumere senza timori le diverse espressioni culturali dei popoli.” Il documento descrive poi  con parole affascinanti  la fede  già esistente:  “È necessario cogliere ciò che lo Spirito del Signore ha insegnato a questi popoli nel corso dei secoli: la fede in Dio Padre-Madre Creatore, il senso di comunione e di armonia con la terra, il senso di solidarietà con i propri compagni, il progetto del “bien vivir”, la saggezza di civiltà millenarie che gli anziani possiedono e che ha effetti sulla salute, sulla convivenza, sull’educazione e sulla coltivazione della terra, il rapporto vivo con la natura e la “Madre Terra-Pacha Mama”, la capacità di resistenza e resilienza delle donne in particolare, i riti e le espressioni religiose, i rapporti con gli antenati, l’atteggiamento contemplativo e il senso di gratuità, di celebrazione e di festa e il senso sacro del territorio.”

I ministeri

Nella parte finale il documento  affronta senza reticenze il tema dei ministeri nella Chiesa. E’ quello per cui si guarda a questo sinodo da tutto l’universo cattolico.  Anzitutto si afferma un punto di vista di grande interesse espresso con efficacia con queste parole:  “I popoli indigeni posseggono una ricca tradizione di organizzazione sociale dove l’autorità è a rotazione e con un profondo senso del servizio. A partire da questa esperienza di organizzazione sarebbe opportuno riconsiderare l’idea che l’esercizio della giurisdizione (potere di governo) deve essere collegato in tutti gli ambiti (sacramentale, giudiziario, amministrativo) e in modo permanente al Sacramento dell’Ordine.”  In sostanza si chiede che il prete sia uno tra gli altri in una gestione per équipe della comunità. Ciò è in diretta contraddizione col clericalismo ora vigente  che concede ogni potere di ogni tipo al parroco e al vescovo. Il secondo punto entra nel merito dei ministeri partendo dalla ben nota situazione generale, non solo amazzonica, della carenza di preti per la celebrazione dell’Eucaristia. Vi si dice:  “ invece di lasciare le comunità senza l’Eucaristia, si cambino i criteri di selezione e preparazione dei ministri autorizzati a celebrarla”. Questa affermazione è a tutto tondo, molto importante ma indeterminata. Può voler dire che anche le donne potrebbero essere ricomprese in questa ipotesi? Sappiamo  che, nella consultazione, la proposta del ministero femminile è stata sollevata ripetutamente. Il punto più atteso è però il terzo, quello sui  cd viri probati di cui il testo parla in questo modo: “per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana.”  Parole chiare che il Sinodo avrà difficoltà a non accettare e papa Francesco a non ratificare. Si darebbe veramente un messaggio di Chiesa in uscita e si avvierebbe concretamente un’ottica nuova nell’affrontare, con ritardo, la questione dei ministeri per tutti.

Le donne

La parte più debole del documento ci sembra quella che parla delle donne. Si ripetono cose nobili ma ascoltate troppe volte: la presenza femminile deve essere valorizzata, le donne devono essere associate ai processi decisionali,  bisogna garantire la loro leadership nel campo della formazione (catechesi, liturgia…) ecc… Sono affermazioni  generiche se teniamo conto della situazione come descritta nello stesso documento dove si dice che , mediamente, l’80% delle attività di chiesa vengono gestite da donne (in Amazzonia ma anche altrove). Aspettavamo che si ponesse apertamente la questione del diaconato femminile ordinato che papa Francesco ha lasciato in  sospeso ma per il quale la base cattolica non può stare zitta. Dire che bisogna “Identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica” non basta. 

Otto punti

Il documento, alla fine, ritorna sulla situazione sociale e politica con parole pesanti : “Essere Chiesa in Amazzonia in modo realistico significa porre profeticamente il problema del potere, perché in questa regione le persone non hanno la possibilità di far valere i loro diritti contro le grandi imprese economiche e le istituzioni politiche.”, ” E’ necessario “rifiutare l’alleanza con la cultura dominante e il potere politico ed economico per promuovere le culture e i diritti degli indigeni, dei poveri e del territorio.” e “Nella voce dei poveri è lo Spirito; per questo la Chiesa deve ascoltarli, sono un luogo teologico”.  L’Instrumentum Laboris  si conclude con otto indicazioni importanti di impegno che sono rivolti alla Chiesa amazzonica ma che sono indirizzati anche alla Chiesa universale, che deve essere coinvolta nelle questioni amazzoniche. Essi  sono i seguenti: mettere in discussione il modello estrattivista, allearsi coi movimenti di base, tutelare i diritti umani e difendere le minoranze, ascoltare il grido della “Madre Terra-Pacha Mama”, promuovere la dignità e l’uguaglianza della donna nella sfera pubblica, privata ed ecclesiale, promuovere una nuova coscienza ecologica, dare attuazione all’opzione preferenziale per i poveri, creare reti, ad ogni livello,perché la Chiesa presenti  denunce di violazione dei diritti umani.

Il potere vaticano non fermi tutto

Ora spetta al Sinodo discutere e proporre. Le attese sono tante non solo sui ministeri. Anche la denuncia dell’attentato alla natura e le violenze sulle popolazioni devono essere al centro di questo Kairos della Chiesa. Si è messa in marcia quella vera sinodalità dal basso più volte evocata da papa Francesco. Speriamo che il potere vaticano non riesca a bloccarla.

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La bellezza: vedere l’invisibile nel visibile

 

Per affrontare in profondità un discorso sulla bellezza, occorre anzitutto il coraggio di dire che la bellezza è un enigma, anche se oggi se ne parla spesso con troppa ingenuità. Dall’alba della modernità risuonano come sempre attuali le inquiete parole di Albrecht Dürer: “Che cosa sia la bellezza non lo so”, perché ogni tentativo di definirla appare inadeguato, insufficiente. La bellezza è ambigua, come tutte le cose che si manifestano quali realtà terrestri, sperimentate dagli umani. La bellezza seduce, ferisce, intimorisce, esalta, ammutolisce…

Occorre fare una distinzione preliminare: c’è una bellezza cantata dalla fede, la bellezza di Dio, il Creatore, della quale fanno esperienza quanti e quante, grazie alla dýnamis dello Spirito santo, sanno esercitare i sensi della fede; c’è d’altra parte una bellezza delle creature esperibile da ogni essere umano, nella pienezza dei suoi sensi corporei. Il credente può addirittura dare del tu alla bellezza di Dio, confessando che la bellezza non è un attributo, una proprietà, ma un soggetto, Dio stesso, secondo le note parole di Agostino: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato” (Confessioni 10,27). Così nelle sante Scritture si proclama: “Splendido sei tu e magnifico, o Dio!” (Sal 76,5), e si afferma che Dio sarà la bellezza della città santa: “Dominus erit pulchritudo tua” (Is 60,19). Ma quando il salmista e il profeta dichiarano questo, si riferiscono a una bellezza confessabile solo nella fede, perché “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18).

Più facile da decifrare è la bellezza del Re Messia, celebrato come “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 45,3), cantato dalla sposa del Cantico con le parole: “Tu sei bello e grazioso, o mio amato!” (Ct 1,15). Ma nella misura in cui le Scritture si applicano al Messia Gesù, questa bellezza può essere intesa come “altra”, bellezza del pastore, di colui che si prende cura del suo popolo: “Io sono il pastore buono e bello (kalós)” (Gv 10,11.14); addirittura può essere non-bellezza, quando egli si rivela come il Servo del Signore: “Lo abbiamo visto, non aveva né bellezza né splendore” (Is 53,2). La bellezza di Cristo trascende il visibile: solo l’agápe, l’amore, è in grado di narrarla e dunque di indurre a contemplarla.

Vi è d’altra parte la bellezza delle creature, quelle che Dio, dopo averle create, vide che erano “cosa bella e buona” (tob: Gen 1,4.10.12.18.21.25); tra di esse si segnala l’adam, il terrestre, creatura “molto bella” (tob me‘od: Gen 1,31). Questa bellezza si offre alla nostra contemplazione: è la bellezza del cielo (cf. Sal 8,4); è la bellezza della natura, delle epifanie cosmiche (cf. Sir 42,15-43,33), nelle quali “ogni opera di Dio supera la bellezza dell’altra: chi può stancarsi di contemplare il loro splendore?” (Sir 42,25). Questa creazione è carica di bellezza, così che il libro della Sapienza può proclamare: “Tu ami tutte le creature esistenti, non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato … Come potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza, … o Signore, amante della vita?” (Sap 11,24-26).

Ma la bellezza delle creature – come si diceva – non è priva di ambiguità e di equivoci, perché può diventare bellezza dell’idolo, falso antropologico prima che teologico, può essere una bellezza seducente che induce alla tentazione: “la donna vide che l’albero era … affascinante per gli occhi” (Gen 3,6), così come era buono (tob) e appetitoso; e David, vedendo la bellissima Betsabea dalla terrazza della sua reggia, fu sedotto fino a causare l’omicidio di suo marito pur di averla (cf. 2Sam 11). Tutti conoscono la frase di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo” (ma nel testo de L’idiota si tratta di una domanda!); si dimentica però che per lui la bellezza è tanto quella epifanica, divina, quanto quella idolatrica che egli dichiara bellezza di Sodoma. Dunque entrambi queste bellezze feriscono: o sono effroi, “sorprendente spavento” – come amava dire Jean-Louis Chrétien – oppure inducono all’ékstasis, ma sono bellezze differenti!

Ogni essere umano è affamato e assetato di bellezza, ma il discernimento della bellezza rivelativa di Dio e della sua azione richiede un’educazione dell’intelligenza del cuore, un cammino di discernimento mai concluso, un cammino faticoso di ricerca del senso inscritto in ogni bellezza. Più l’aspetto sensibile attira per la sua bellezza, più l’uomo è tentato di non ascoltare la propria interiorità, per restare invece catturato dall’esteriorità. Sono note le riflessioni contenute nel capitolo 13 del libro della Sapienza e, in particolare, in quel passo che intenerisce il cuore e, nel contempo, denuncia il processo di seduzione della bellezza, la quale desta il desiderio di possedere e di consumare:

Se gli uomini, affascinati dalla bellezza delle creature, le hanno prese per dèi …
se, colpiti da stupore per esse,
non sono stati capaci di contemplare,
attraverso la loro grandezza e la loro bellezza, il loro autore,
per costoro leggero è il rimprovero,
perché si sono ingannati cercando Dio e volendolo trovare …
e perché le cose viste sono belle (Sap 13,3-7).

Ecco il dramma della bellezza: è facile proclamare che la bellezza indica, in-segna, rivela Dio, ma fare l’itinerario attraverso la bellezza per giungere alla contemplazione della bellezza divina non è facile, anzi è drammatico! Basti pensare al volto, al corpo dell’adam, maschio e femmina: più vediamo il bello, più potremmo cogliere in esso il sacramento della bellezza di Dio; ma più facilmente noi umani, come incantati, scegliamo la via idolatrica dell’adorazione della creatura, ci prostriamo a causa della sua bellezza, fino alla cosificazione del bello, al consumismo del bello privato della sua soggettività e della sua sacramentalità divina. L’uomo è immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), ma non è così facile giungere a questo riconoscimento. Non a caso Gesù – come recita un suo splendido detto non canonico – ha affermato: “Hai visto un uomo, hai visto Dio”, rivelazione che dovrebbe causare soprattutto una responsabilità del soggetto verso l’altro.

Amo molto l’interpretazione della trasfigurazione di Cristo fornita dalla spiritualità orientale cristiana. Secondo alcuni autori non fu Gesù a trasfigurarsi, ma furono gli occhi dei discepoli che conobbero un processo di trasfigurazione e così furono resi capaci di vedere in lui ciò che prima non vedevano: egli era carne fragile come loro ma, nello stesso tempo, Figlio di Dio, immagine del Padre invisibile. Sì, noi abbiamo bisogno di trasfigurazione per percepire la vera bellezza, per vedere l’invisibile nel visibile.

(Enzo Biancihi- “Avvenire” – 14 Ottobre 2019)