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Vangelo del giorno
Martedì 16 Luglio 2019


In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite:


«Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».


(Mt 11,20-24)
Bibbia – CEI 2008
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(es. Mt 28,1-20):
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4) Dalla Liturgia della Parola alla “Lectio Divina” ( pg 33 )


Quando Paolo scrive : “ Per quanto riguarda la carità fraterna, non occorre che io vi scriva, perche avete imparato da Dio stesso ad amarvi gli uni gli altri “ ( 1 Ts 4,9) e quando Giovanni dice “ È scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio” ( Gv 6,45), essi rivelano che c’è la possibilità di una Parola di Dio rivolta direttamente all’uomo. Ebbene,il bene privilegiato per questo ascolto non è forse la preghiera della Parola?. Certo, questa conoscenza è promessa a quanti conoscono la Scrittura, ma indubbiamente essa esce dallo schema della predicazione o della liturgia della Parola.

Un’altra ragione dell’importanza della lectio divina è la preparazione della liturgia. Se la Parola si riceve senza preparazione, senza fede, senza amore e senza conoscenza, essa non vivifica più, resta per noi parola morta. Se l’interpretazione e l’ascolto della Parola devono essere dosso logici, cioè devono avvenire con il criterio di commentare la Parola con la Parola, occorre conoscerla bene e profondamente, e ciò è possibile con l’amorosa assiduità alla Parola.

I brani scelti dalla chiesa per il lezionario sono il minimo per vivere la fede, ma occorre conoscere tutta la Parola per capirli in profondità. Alla loro proclamazione il credente dovrebbe saper vibrare ricordando tutti i testi e tutta la teologia richiamata dalla pericope liturgica. Insomma, il credente dovrebbe essere una summa vivente di concordanze.

Ma non è solo questione di allargamento, di estensione e di approfondimento della conoscenza della Scrittura, è anche questione di personalizzazione. Nella Liturgia Dio parla al popolo, ma questo è solo l’inizio e la causa di quello che dev’essere un incontro personale con Dio.

(Enzo Bianchi – Pregare la Parola)
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II° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



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II° CONCILIO DI NICEA



IV° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



LETTERA A DIOGNETO


I° CONCILIO LATERANENSE


II° CONCILIO LATERANENSE


II° CONCILIO LATERANENSE



IV° CONCILIO LATERANENSE



I° CONCILIO DI LIONE



II° CONCILIO DI LIONE



CONCILIO DI VIENNA



CONCILIO DI COSTANZA



CONCILIO DI BASILEA



V CONCILIO LATERANENSE


CONCILIO DI TRENTO



CONCILIO VATICANO I°

È online il nuovo sito consultabile al seguente indirizzo: http://www.laikos.it/

Documento preparatorio per il sinodo dell’Ammazzonia

Il testo  inizia descrivendo l’Amazzonia dove la “comprensione della vita è caratterizzata dalla connessione e dall’armonia dei rapporti tra l’acqua, il territorio e la natura, la vita comunitaria e la cultura, Dio e le varie forze spirituali. Per loro, “bien vivir” significa comprendere la centralità del carattere relazionale-trascendente degli esseri umani e del creato, e presuppone il “fare bene”. Le dimensioni materiali e spirituali non possono essere separate.”  Queste cosmovisioni particolari,  queste sensibilità e  culture comunitarie sono lontane dal senso comune  che abbiamo nel nostro occidente.

Il Grido

Il testo non si sofferma molto sugli abusi passati, sulla schiavitù e  sulla colonizzazione (che pure denuncia) ed entra nel merito. Il  Grido contro la violenza che ora stanno subendo le popolazioni amazzoniche percorre tutto il testo. La denuncia è esplicita, diretta, senza parole morbide. Le principali  responsabili  sono le multinazionali   che sfruttano le risorse naturali. Queste le parole: “Gli impatti causati dalla distruzione multipla del bacino panamazzonico generano uno squilibrio del territorio locale e globale, nelle stagioni e nel clima…è urgente affrontare tali minacce, aggressioni e indifferenze. La cura della vita si oppone alla cultura dello scarto, della menzogna, dello sfruttamento e dell’oppressione. Allo stesso tempo, implica l’opporsi ad una visione insaziabile di crescita illimitata, di idolatria del denaro, ad un mondo distaccato (dalle sue radici, dal suo ambiente), ad una cultura della morte.”Il “grido”elenca punto per punto i disastri in corso, dalla “distruzione estrattivista” delle risorse (minerali e naturali) ai problemi indirettamente conseguenti: le emigrazioni, l’urbanizzazione, il dissesto creato alla famiglia e alle comunità, ai problemi posti alla salute e alla educazione. Infine, forse il più grave, la distruzione della natura che ha  conseguenze di carattere planetario.

Il Kairòs

Tutto ciò premesso, il testo si apre alla speranza e al futuro e dice : “L’Amazzonia sta vivendo un momento di grazia, un Kairós. Il Sinodo dell’Amazzonia è un segno dei tempi in cui lo Spirito Santo apre nuovi cammini che discerniamo attraverso un dialogo reciproco tra tutto il popolo di Dio. Il dialogo è iniziato qualche tempo fa, dai più poveri, dal basso verso l’alto”. La Chiesa  deve essere dei poveri e per la cura del creato e avere   “una teologia india amazzonica (già esistente), che permetterà una migliore e maggiore comprensione della spiritualità indigena per evitare di commettere gli errori storici che hanno travolto molte culture originarie……..bisogna  prendere in considerazione i miti, le tradizioni, i simboli, i saperi, i riti e le celebrazioni originarie che includono le dimensioni trascendenti, comunitarie ed ecologiche.” La liturgia deve essere inculturata ed usare i simboli, le musiche, le lingue, le danze proprie dei diversi popoli. Ciò significa proporre  “una Chiesa dal volto amazzonico che, nelle sue molteplici sfumature, cerchi di essere una Chiesa “in uscita” (cf. Evangelii Gaudium 20-23), che si lasci alle spalle una tradizione coloniale monoculturale, clericale e impositiva e sappia discernere e assumere senza timori le diverse espressioni culturali dei popoli.” Il documento descrive poi  con parole affascinanti  la fede  già esistente:  “È necessario cogliere ciò che lo Spirito del Signore ha insegnato a questi popoli nel corso dei secoli: la fede in Dio Padre-Madre Creatore, il senso di comunione e di armonia con la terra, il senso di solidarietà con i propri compagni, il progetto del “bien vivir”, la saggezza di civiltà millenarie che gli anziani possiedono e che ha effetti sulla salute, sulla convivenza, sull’educazione e sulla coltivazione della terra, il rapporto vivo con la natura e la “Madre Terra-Pacha Mama”, la capacità di resistenza e resilienza delle donne in particolare, i riti e le espressioni religiose, i rapporti con gli antenati, l’atteggiamento contemplativo e il senso di gratuità, di celebrazione e di festa e il senso sacro del territorio.”

I ministeri

Nella parte finale il documento  affronta senza reticenze il tema dei ministeri nella Chiesa. E’ quello per cui si guarda a questo sinodo da tutto l’universo cattolico.  Anzitutto si afferma un punto di vista di grande interesse espresso con efficacia con queste parole:  “I popoli indigeni posseggono una ricca tradizione di organizzazione sociale dove l’autorità è a rotazione e con un profondo senso del servizio. A partire da questa esperienza di organizzazione sarebbe opportuno riconsiderare l’idea che l’esercizio della giurisdizione (potere di governo) deve essere collegato in tutti gli ambiti (sacramentale, giudiziario, amministrativo) e in modo permanente al Sacramento dell’Ordine.”  In sostanza si chiede che il prete sia uno tra gli altri in una gestione per équipe della comunità. Ciò è in diretta contraddizione col clericalismo ora vigente  che concede ogni potere di ogni tipo al parroco e al vescovo. Il secondo punto entra nel merito dei ministeri partendo dalla ben nota situazione generale, non solo amazzonica, della carenza di preti per la celebrazione dell’Eucaristia. Vi si dice:  “ invece di lasciare le comunità senza l’Eucaristia, si cambino i criteri di selezione e preparazione dei ministri autorizzati a celebrarla”. Questa affermazione è a tutto tondo, molto importante ma indeterminata. Può voler dire che anche le donne potrebbero essere ricomprese in questa ipotesi? Sappiamo  che, nella consultazione, la proposta del ministero femminile è stata sollevata ripetutamente. Il punto più atteso è però il terzo, quello sui  cd viri probati di cui il testo parla in questo modo: “per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana.”  Parole chiare che il Sinodo avrà difficoltà a non accettare e papa Francesco a non ratificare. Si darebbe veramente un messaggio di Chiesa in uscita e si avvierebbe concretamente un’ottica nuova nell’affrontare, con ritardo, la questione dei ministeri per tutti.

Le donne

La parte più debole del documento ci sembra quella che parla delle donne. Si ripetono cose nobili ma ascoltate troppe volte: la presenza femminile deve essere valorizzata, le donne devono essere associate ai processi decisionali,  bisogna garantire la loro leadership nel campo della formazione (catechesi, liturgia…) ecc… Sono affermazioni  generiche se teniamo conto della situazione come descritta nello stesso documento dove si dice che , mediamente, l’80% delle attività di chiesa vengono gestite da donne (in Amazzonia ma anche altrove). Aspettavamo che si ponesse apertamente la questione del diaconato femminile ordinato che papa Francesco ha lasciato in  sospeso ma per il quale la base cattolica non può stare zitta. Dire che bisogna “Identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica” non basta. 

Otto punti

Il documento, alla fine, ritorna sulla situazione sociale e politica con parole pesanti : “Essere Chiesa in Amazzonia in modo realistico significa porre profeticamente il problema del potere, perché in questa regione le persone non hanno la possibilità di far valere i loro diritti contro le grandi imprese economiche e le istituzioni politiche.”, ” E’ necessario “rifiutare l’alleanza con la cultura dominante e il potere politico ed economico per promuovere le culture e i diritti degli indigeni, dei poveri e del territorio.” e “Nella voce dei poveri è lo Spirito; per questo la Chiesa deve ascoltarli, sono un luogo teologico”.  L’Instrumentum Laboris  si conclude con otto indicazioni importanti di impegno che sono rivolti alla Chiesa amazzonica ma che sono indirizzati anche alla Chiesa universale, che deve essere coinvolta nelle questioni amazzoniche. Essi  sono i seguenti: mettere in discussione il modello estrattivista, allearsi coi movimenti di base, tutelare i diritti umani e difendere le minoranze, ascoltare il grido della “Madre Terra-Pacha Mama”, promuovere la dignità e l’uguaglianza della donna nella sfera pubblica, privata ed ecclesiale, promuovere una nuova coscienza ecologica, dare attuazione all’opzione preferenziale per i poveri, creare reti, ad ogni livello,perché la Chiesa presenti  denunce di violazione dei diritti umani.

Il potere vaticano non fermi tutto

Ora spetta al Sinodo discutere e proporre. Le attese sono tante non solo sui ministeri. Anche la denuncia dell’attentato alla natura e le violenze sulle popolazioni devono essere al centro di questo Kairos della Chiesa. Si è messa in marcia quella vera sinodalità dal basso più volte evocata da papa Francesco. Speriamo che il potere vaticano non riesca a bloccarla.

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Francesco 5 anni di pontificato: un papa in Avvento
Tornare all’essenziale della fede

 

Il pontificato di papa Francesco compie 5 anni. Più che un bilancio, conviene qui richiamarne l’indirizzo di fondo, come fa anche il saggio del card. W. Kasper sulle radici teologiche del pontificato (cf. qui a p. 183).
Qualche nota va aggiunta sul percorso, che rimane imprevedibile, perché imprevedibile è sempre la storia che cammina su tornanti inattesi. Basti pensare a questa nuova fase della globalizzazione, alle elezioni di Donald Trump o alla Brexit, nel corso del 2016. E nel 2017-2018 alla svolta imperialista cinese o alla sconfitta militare dell’ISIS; all’aggravarsi ulteriore della crisi delle democrazie occidentali, cui non sono esenti le nazioni europee (Italia compresa), e al nuovo protagonismo militare russo. Al centro del magistero di Francesco c’è l’indicazione che la Chiesa torni all’essenziale della propria fede. Al centro del Vangelo. La sua è una svolta kerygmatica. A «quell’umiltà amante di Dio» – come egli l’ha definita – che nell’incarnazione, nella morte e risurrezione del Figlio ha condiviso la nostra umanità.
C’è una radicale corrispondenza tra la figura della kenosis, lo svuotamento di Dio, e la condizione umana, fino alla sua estremità. La scelta preferenziale per i poveri ha come obiettivo l’annuncio di Cristo e della sua salvezza. Più che una visione sociologica, economica, ambientale della povertà emerge in Francesco una visione teologica.
Per papa Bergoglio vivere il Vangelo è possibile perché esso tocca il centro della nostra esistenza. Vi è una corrispondenza profonda tra il centro della nostra umanità e il centro divino dell’umanità di Cristo. Per questo l’annuncio della fede deve essere fatto risuonare nuovamente, come fosse la prima volta, andando oltre le forme culturali prevalenti che sin qui l’hanno espresso.
Il papa cerca e vuole quell’umanità che è l’impronta sconvolgente di Dio nei meandri della nostra storia. Poiché è da quella umanità oscura e sofferente, che assume volta a volta i tratti della povertà, dell’infelicità, dello sconforto, della malattia, della libertà negata, della persecuzione, della migrazione, che occorre ripartire.
È da quella umanità che il mondo attuale, globalizzato anche nell’indifferenza, deve ripartire se vuole evitare pericolosi riduzionismi antropologici. Se il nostro mondo tematizza e accetta la «cultura dello scarto» umano, se rinuncia al primato socialmente esigente della dignità della persona finirà per distruggersi. Quella umanità, Francesco l’ha identificata con la «carne di Cristo».
Per il papa non si può ridurre il cristianesimo alla sua sola forma dottrinale, ma esso deve riguardare l’insieme della vita, di ogni vita, nelle sue espressioni e nelle sue relazioni nei diversi contesti culturali e ambientali. Pascal, nel Mystère de Jésus, fa dire a Gesù, a proposito del suo costato aperto: «quelle gocce di sangue le ho versate per te». Nel costato aperto di Gesù si manifesta per ciascuno l’ospitalità attraente del Dio misericordioso.
Una concezione processuale
In questo papa Francesco ha proposto un ri-orientamento della Chiesa: da un approccio cumulativo, preoccupato di dare ragione sempre, in ogni punto dell’enunciazione e della comunicazione del contenuto dogmatico della fede cristiana, si passa a una concezione processuale e relazionale, incentrata sull’offerta del Vangelo di Dio che implica il riconoscimento della libertà della coscienza. La parola di Dio procede nelle coscienze. Avviene sempre nuovamente. Da qui scaturiscono conseguenze profonde sul piano della figura della Chiesa e del suo rapporto col mondo.
Esse hanno riguardato anche l’assunzione convinta del metodo sinodale come stile ecclesiale. I sinodi sulla famiglia e quello in preparazione sui giovani, il Giubileo della misericordia, che ha modificato il tradizionale impianto degli anni santi, decentrando l’attenzione da Roma e rivolgendola alla periferia della Chiesa.
Dopo l’incremento continuo della centralità della Chiesa di Roma nel postconcilio, Francesco ha cercato un’inversione di tendenza nel timore di un’estinzione d’ogni tensione creativa e d’ogni identità delle Chiese locali. Non sempre gli è riuscita e gli riesce, perché egli vive della contraddizione non risolta di una sussidiarietà imposta dall’alto.
Vanno poi ricordati gli incontri ecumenici: la visita agli ebrei del Tempio maggiore di Roma (gli incontri ad Auschwitz e a Gerusalemme), l’incontro storico con il patriarca di Mosca, Cirillo, a Cuba; quello con il patriarca armeno Karekin II a Erevan; con il primate anglicano J. Welby; e quelli ripetuti con il patriarca ecumenico Bartolomeo I; e ancora con il patriarca copto Tawrados II; infine la commemorazione a Lund, in Svezia, dei 500 anni della Riforma protestante e gli incontri di preghiera con i principali esponenti delle Chiese evangeliche. Incontri che mirano a proporre un modello d’unità e di riconoscimento reciproco che procede attraverso la diversità.
Dei documenti del pontificato, rimane paradigmatica l’esortazione Evangelii gaudium. Qui è il cuore del pontificato. L’esortazione postsinodale Amoris laetitia ha segnato il punto più impegnativo sul piano dottrinale, perché accoglie il metodo sinodale e affida alle Chiese una sensibilità pastorale nuova da esercitare nella disciplina matrimoniale.
Accanto a questi testi c’è l’enciclica Laudato si’ e una miriade di interventi che riguardano modifiche liturgiche e del Codice di diritto canonico, l’accorpamento di 7 diversi dicasteri curiali in 2 nuovi: sui laici e sulla carità. Infine la costituzione sulla vita contemplativa femminile e quella sull’insegnamento teologico Veritatis gaudium (cf. qui a p. 131).
Poi ci sono i viaggi. Soprattutto quelli internazionali (in tutto 27), che hanno toccato tutti i continenti tranne l’Australia, seguendo una linea di geopolitica religiosa, in particolare quelli in Bangladesh, Myanmar, Messico, Cuba, Grecia, Georgia e Azerbaigian, Egitto, Israele, Palestina, Stati Uniti, Turchia. Ci sono stati quelli nati da appuntamenti ecumenici, la Giornata mondiale della gioventù, quelli effettuati per il rafforzamento delle relazioni diplomatiche e dedicati al tema della povertà, della guerra, dei rifugiati (in Asia e in Africa), alla legittimazione ecclesiale (America Latina).
Tra questi, il viaggio a Lesbo ha posto l’attenzione sulla tragedia dei migranti e dei rifugiati. Di qui passa il tema della globalizzazione e della pace, il tema della giustizia e dell’integrazione in Europa e nel bacino del Mediterraneo.
Quelli italiani hanno seguito un itinerario interno alla Chiesa e come tali hanno riguardato la ridefinizione del rapporto tra il papa, la Chiesa italiana e la sua Conferenza episcopale, un rapporto che si è, dopo una iniziale incomprensione, pressoché pacificato, soprattutto dopo l’elezione a presidente della CEI del card. G. Bassetti.
2018: Curia, finanze e comunicazione
Gli eventi inattesi della Brexit e della vittoria di Trump nelle presidenziali americane hanno modificato e potenzialmente indebolito l’azione del papa sul piano internazionale. Sul piano europeo non c’è un asse forte tra Unione Europea e Santa Sede, la rotta atlantica della Gran Bretagna e la crisi delle democrazie nell’Est europeo indeboliscono il quadro generale, nonostante la tenuta della Francia e della Germania. Di certo non aiuta l’incognita italiana.
Complessivamente la Santa Sede e il papa non potranno non riaffrontare il dossier Europa. Esso non ha a che fare solo con i numeri drammatici dell’immigrazione, del terrorismo islamista, della difficile integrazione sociale e culturale, ma riguarda soprattutto una ripresa incerta e stanca del ruolo del cristianesimo in Europa. Alla paura degli europei si affianca il tema dell’identità dell’Europa e del ruolo del cristianesimo.
Se il viaggio negli Stati Uniti del settembre 2015 aveva segnato un forte riavvicinamento tra la Santa Sede, un papa latinoamericano e gli USA, l’elezione di Trump ha allontanato e modificato quel risultato.
L’attenzione alla Russia (anche in chiave mediorientale) e alla Cina apre possibilità nuove di convivenza alla Chiesa cattolica e al suo ruolo internazionale. Ma sono strade impervie, per la natura di quei regimi e per le incomprensioni storiche.
Il 2018 dovrebbe essere finalmente l’anno della riforma della Curia. È uno degli appuntamenti centrali del pontificato, assieme a quello del riordino finanziario e della pulizia morale. La riforma della curia era stata chiesta dai cardinali durante le congregazioni generali alla vigilia del conclave. Ed è necessaria conseguenza della impostazione ecclesiologica di Francesco.
Nonostante resistenze che il papa riconosce in parte «aperte», in parte «nascoste» e «malevole», questa riforma dovrà toccare il ruolo e la funzione della Curia romana in relazione con Pietro e con la Chiesa universale. Ci si attende una nuova costituzione che sostituisca la Pastor bonus di Giovanni Paolo II e che tematizzi quella che il teologo J. Werbick definiva una «conversione delle strutture». Non solo la conversione dei singoli o qualche aggiustamento funzionale ma il cambiamento istituzionale ed ecclesiale delle strutture stesse.
Se il tema geo-politico e quello geo-religioso hanno trovato uno sviluppo significativo e coerente; se il tema dell’approfondimento teologico del ri-orientamento ecclesiale del pontificato sta muovendo i primi importanti passi, e i «dubia» sulla sua ortodossia trovano nella lettera di Benedetto XVI un’archiviazione definitiva; se il tema della pulizia morale nella Chiesa ha fatto passi avanti; forse il riordino finanziario e il tema della comunicazione rimangono questioni aperte.
Il riordino finanziario e la sua trasparenza costituiscono uno dei punti di maggiore resistenza interna, mentre la comunicazione presenta una sfida in sé: è oggi la dimensione più secolarizzante che agisce anche all’interno della Chiesa. Si applaude il papa e si fa altro rispetto al suo insegnamento.
Papa Francesco sa che questo è un tempo nuovo, incognito. Ma esso è anche un kairos. O, come dice Kasper, un nuovo avvento. Mantenere con rigore la propria ispirazione, senza cedere a facili narrazioni, è forse la risposta migliore.

(Gianfranco Brunelli – Il regno – Marzo 2018)