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Vangelo del giorno
Mercoledì 13 Novembre 2019


Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce:


«Gesù, maestro, abbi pietà di noi!».


Appena li vide, Gesù disse loro:


«Andate a presentarvi ai sacerdoti».


E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.Ma Gesù osservò:


«Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?».


E gli disse:


«Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».


(Lc. 17,11-19)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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È online il nuovo sito consultabile al seguente indirizzo: http://www.laikos.it/

Di sinodalità si può morire

Si parla tanto di sinodalità ma quante ombre …

Riportiamo una riflessione di Stefano Fontana , classe 1952 ,  con laurea in Filosofia col massimo dei voti…  Nel  1980, sempre presso l’Università di Padova, ha conseguito il “Diploma  della Scuola di Perfezionamento in Filosofia” con il massimo dei voti e lode. La tesi, intitolata “La Teologia politica”, è stata poi pubblicata a cura dell’Istituto stesso.  Già docente di Filosofia e Storia nei licei e di Deontologia giornalistica e Storia del giornalismo all’Istituto di Scienze Sociali “Nicolò Rezzara” di Vicenza, dal 2007 insegna Antropologia filosofica della comunicazione e Filosofia del linguaggio nel corso di laurea in Scienze e Tecniche della comunicazione grafica e multimediale presso la sede di Verona dell’Istituto Universitario Salesiano di Venezia (IUSVE).

… Sulla sinodalità incombe l’ombra del proceduralismo o, se vogliamo, del metodo senza i contenuti. La sinodalità vera è data dai contenuti non dai metodi. È la verità a fare la sinodalità e non viceversa. È la verità che ci fa camminare insieme, non siamo noi che, camminando insieme e solo per il fatto di camminare insieme, facciamo la verità. La verità non si fa, è essa che ci fa essere e che ci fa fare. Una Chiesa che convoca continuamente sinodi non è per questo più sinodale.  

Una Chiesa che intimamente e silenziosamente colloquia nello Spirito di Verità e nella dottrina della fede è più sinodale di una che produce questionari per ascoltare il “popolo di Dio” e che sforna in continuità documenti assembleari.

Quante sciocchezze si sentono negli incontri cosiddetti sinodali. Sciocchezze che non perdono tale loro caratteristica solo perché sono dette con sinodalità. Quante sciocchezze abbiamo sentito dire nei due sinodi del 2014 e 2015 che non hanno perso tale loro carattere per il fatto di essere state dette da dei Padri sinodali.

Troppo facile chiamare in causa lo Spirito Santo solo per il carattere di apparente sinodalità delle nostre riunioni, se poi le nostre riunioni non esprimono la verità della dottrina cattolica.

Abbiamo assistito a sinodi diocesani da cui sono uscite bestialità dottrinali sulle quali l’ordinario del luogo non ha detto una parola per non opporsi allo Spirito che avrebbe soffiato sul quel sinodo.

Assisteremo a sinodi universali sulle cui sciocchezze il Papa non dirà una parola per non intralciare il soffio dello Spirito che si sarebbe fatto sentire alle orecchie sensibili dei Padri Sinodali?

Sinodi diversi potranno dire cose dottrinalmente diverse basandosi sulla propria sinodalità?

 

La sinodalità, si dice ora, deve nascere dal basso. Bisogna prima ascoltare il “popolo di Dio”.

Mi chiedo:

  • nel modo indecente con cui è stato ascoltato nella fase preparatoria dei sinodi del 2014 e 2015?
  • Con dei questionari che, per la maggior parte dei casi, erano stati compilati dal parroco?
  • E se fossero stati compilati dall’inner circle del parroco invece che dal parroco solo, avrebbero espresso il “popolo di Dio”?
  • Eppoi chi è il “popolo di Dio” e cosa bisogna essere o fare per appartenervi ed essere consultati?
  • La Chiesa discente è diventata Chiesa docente? Nessuna valorizzazione dei laici implica questo. Spero di non essere mai consultato in questa forma e per questi motivi. Se lo fossi mi rifiuterei.

Una cosa del genere non ha niente a che fare con il principio teologico del sensus fidei presente nei fedeli in virtù del battesimo, ha piuttosto a che fare con le indagini demoscopiche taroccate da chi le propone per far emergere i dati che egli desidera.

Dovremmo ascoltare i consigli pastorali diocesani?

Per farlo bisognerebbe non sapere come essi vengono composti e costituiti. Da dove dovrebbe derivare una loro presunta attitudine ad esprimere “il popolo di Dio”?

Eppoi, c’è un popolo di Dio senza i pastori o prima dei pastori e senza una verità o dottrina della fede che è costitutiva della Chiesa stessa?

Nel 1972 Karl Rahner chiedeva una Chiesa “dal basso”, “democratica”, “declericalizzata”, una Chiesa “aperta”, ossia fondata sullo stare insieme più che sui contenuti di verità di questo stare insieme, una Chiesa “sinodale” con organismi di condivisione, ascolto e partecipazione formati dal basso e che non si limitassero a consigliare il Papa su determinati argomenti, lasciando poi a lui l’ultima parola, ma che avessero capacità deliberative in materia di dottrina e di morale e che fossero quindi ad ogni titolo “magistero”.

La sinodalità è la via per realizzare questo progetto di nuova Chiesa nella quale prevale il processo del camminare insieme più che i contenuti veritativi?

Oggi il vero problema della Chiesa è l’episcopato, vale a dire la perdita del senso di cosa significhi essere successore degli Apostoli. Che non vuol dire produrre sinodalità ma dare testimonianza della Verità, il che poi produrrà anche unità nella Chiesa. Non vuol dire convocare assise sinodali e poi che dicano quello che vogliono, pensando che l’abbia ispirato lo Spirito Santo.

Non vuol dire pronunciare una parola solo se gli altri vescovi della Conferenza episcopale regionale sono d’accordo, altrimenti non si procederebbe in sinodalità: l’episcopato non è una corporazione.

La sinodalità blocca la testimonianza della verità, prima di tutto da parte di tanti vescovi e abitua ad un positivismo sinodale: quanto è detto “insieme” è per ciò stesso vero.

Quello che dice il singolo vescovo, se non assume il metodo sinodale, non è vero ed è guardato con sospetto. Per questo molti vescovi non dicono più niente. Per questo un vescovo non dirà mai che quanto dice un altro vescovo è sbagliato. La sinodalità spesso diventa omertà.

Ecco alcuni pensieri che mi sono venuti alla testa leggendo la Costituzione apostolica Episcopalis communio di Papa Francesco.

Ma forse, anzi con ogni probabilità, sbaglio io, che non sono il Papa: nell’imminente week-end me la dovrò rileggere con attenzione.

(La Nuova Bussola Quotidiana http://lanuovabq.it/it/di-sinodalita-si-puo-morire 3 di 3 01/07/2019, 15:35)

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La bellezza: vedere l’invisibile nel visibile

 

Per affrontare in profondità un discorso sulla bellezza, occorre anzitutto il coraggio di dire che la bellezza è un enigma, anche se oggi se ne parla spesso con troppa ingenuità. Dall’alba della modernità risuonano come sempre attuali le inquiete parole di Albrecht Dürer: “Che cosa sia la bellezza non lo so”, perché ogni tentativo di definirla appare inadeguato, insufficiente. La bellezza è ambigua, come tutte le cose che si manifestano quali realtà terrestri, sperimentate dagli umani. La bellezza seduce, ferisce, intimorisce, esalta, ammutolisce…

Occorre fare una distinzione preliminare: c’è una bellezza cantata dalla fede, la bellezza di Dio, il Creatore, della quale fanno esperienza quanti e quante, grazie alla dýnamis dello Spirito santo, sanno esercitare i sensi della fede; c’è d’altra parte una bellezza delle creature esperibile da ogni essere umano, nella pienezza dei suoi sensi corporei. Il credente può addirittura dare del tu alla bellezza di Dio, confessando che la bellezza non è un attributo, una proprietà, ma un soggetto, Dio stesso, secondo le note parole di Agostino: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato” (Confessioni 10,27). Così nelle sante Scritture si proclama: “Splendido sei tu e magnifico, o Dio!” (Sal 76,5), e si afferma che Dio sarà la bellezza della città santa: “Dominus erit pulchritudo tua” (Is 60,19). Ma quando il salmista e il profeta dichiarano questo, si riferiscono a una bellezza confessabile solo nella fede, perché “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18).

Più facile da decifrare è la bellezza del Re Messia, celebrato come “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 45,3), cantato dalla sposa del Cantico con le parole: “Tu sei bello e grazioso, o mio amato!” (Ct 1,15). Ma nella misura in cui le Scritture si applicano al Messia Gesù, questa bellezza può essere intesa come “altra”, bellezza del pastore, di colui che si prende cura del suo popolo: “Io sono il pastore buono e bello (kalós)” (Gv 10,11.14); addirittura può essere non-bellezza, quando egli si rivela come il Servo del Signore: “Lo abbiamo visto, non aveva né bellezza né splendore” (Is 53,2). La bellezza di Cristo trascende il visibile: solo l’agápe, l’amore, è in grado di narrarla e dunque di indurre a contemplarla.

Vi è d’altra parte la bellezza delle creature, quelle che Dio, dopo averle create, vide che erano “cosa bella e buona” (tob: Gen 1,4.10.12.18.21.25); tra di esse si segnala l’adam, il terrestre, creatura “molto bella” (tob me‘od: Gen 1,31). Questa bellezza si offre alla nostra contemplazione: è la bellezza del cielo (cf. Sal 8,4); è la bellezza della natura, delle epifanie cosmiche (cf. Sir 42,15-43,33), nelle quali “ogni opera di Dio supera la bellezza dell’altra: chi può stancarsi di contemplare il loro splendore?” (Sir 42,25). Questa creazione è carica di bellezza, così che il libro della Sapienza può proclamare: “Tu ami tutte le creature esistenti, non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato … Come potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza, … o Signore, amante della vita?” (Sap 11,24-26).

Ma la bellezza delle creature – come si diceva – non è priva di ambiguità e di equivoci, perché può diventare bellezza dell’idolo, falso antropologico prima che teologico, può essere una bellezza seducente che induce alla tentazione: “la donna vide che l’albero era … affascinante per gli occhi” (Gen 3,6), così come era buono (tob) e appetitoso; e David, vedendo la bellissima Betsabea dalla terrazza della sua reggia, fu sedotto fino a causare l’omicidio di suo marito pur di averla (cf. 2Sam 11). Tutti conoscono la frase di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo” (ma nel testo de L’idiota si tratta di una domanda!); si dimentica però che per lui la bellezza è tanto quella epifanica, divina, quanto quella idolatrica che egli dichiara bellezza di Sodoma. Dunque entrambi queste bellezze feriscono: o sono effroi, “sorprendente spavento” – come amava dire Jean-Louis Chrétien – oppure inducono all’ékstasis, ma sono bellezze differenti!

Ogni essere umano è affamato e assetato di bellezza, ma il discernimento della bellezza rivelativa di Dio e della sua azione richiede un’educazione dell’intelligenza del cuore, un cammino di discernimento mai concluso, un cammino faticoso di ricerca del senso inscritto in ogni bellezza. Più l’aspetto sensibile attira per la sua bellezza, più l’uomo è tentato di non ascoltare la propria interiorità, per restare invece catturato dall’esteriorità. Sono note le riflessioni contenute nel capitolo 13 del libro della Sapienza e, in particolare, in quel passo che intenerisce il cuore e, nel contempo, denuncia il processo di seduzione della bellezza, la quale desta il desiderio di possedere e di consumare:

Se gli uomini, affascinati dalla bellezza delle creature, le hanno prese per dèi …
se, colpiti da stupore per esse,
non sono stati capaci di contemplare,
attraverso la loro grandezza e la loro bellezza, il loro autore,
per costoro leggero è il rimprovero,
perché si sono ingannati cercando Dio e volendolo trovare …
e perché le cose viste sono belle (Sap 13,3-7).

Ecco il dramma della bellezza: è facile proclamare che la bellezza indica, in-segna, rivela Dio, ma fare l’itinerario attraverso la bellezza per giungere alla contemplazione della bellezza divina non è facile, anzi è drammatico! Basti pensare al volto, al corpo dell’adam, maschio e femmina: più vediamo il bello, più potremmo cogliere in esso il sacramento della bellezza di Dio; ma più facilmente noi umani, come incantati, scegliamo la via idolatrica dell’adorazione della creatura, ci prostriamo a causa della sua bellezza, fino alla cosificazione del bello, al consumismo del bello privato della sua soggettività e della sua sacramentalità divina. L’uomo è immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), ma non è così facile giungere a questo riconoscimento. Non a caso Gesù – come recita un suo splendido detto non canonico – ha affermato: “Hai visto un uomo, hai visto Dio”, rivelazione che dovrebbe causare soprattutto una responsabilità del soggetto verso l’altro.

Amo molto l’interpretazione della trasfigurazione di Cristo fornita dalla spiritualità orientale cristiana. Secondo alcuni autori non fu Gesù a trasfigurarsi, ma furono gli occhi dei discepoli che conobbero un processo di trasfigurazione e così furono resi capaci di vedere in lui ciò che prima non vedevano: egli era carne fragile come loro ma, nello stesso tempo, Figlio di Dio, immagine del Padre invisibile. Sì, noi abbiamo bisogno di trasfigurazione per percepire la vera bellezza, per vedere l’invisibile nel visibile.

(Enzo Biancihi- “Avvenire” – 14 Ottobre 2019)