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Vangelo del giorno
Lunedì 17 Febbraio 2020


In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova.Ma egli sospirò profondamente e disse:


«Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno».


Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.


(Mc 8,11-13)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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È online il nuovo sito consultabile al seguente indirizzo: http://www.laikos.it/

Arturo Paoli: vita riuscita perché data

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Durante l’estate e per l’esattezza il 13 luglio ci ha lasciati Arturo Paoli, che nel mese di novembre prossimo avrebbe compiuto 103 anni.

L’ultimo saluto a Lucca. E’ stata una vera festa di celebrazione  e ringraziamento per una vita compiuta, che ha trovato la sua pienezza nella fedeltà e nel servizio del Regno del Padre.

La vita di fratel Arturo, è stata una vita riuscita. Riuscita perché, vita data.

Fratel Arturo ha pensato agli altri rischiando di essere arrestato, torturato, ammazzato quando era un riferimento per vari ebrei che nascondeva durante la guerra mondiale.

Dopo il suo noviziato in Algeria e un tempo di fraternità in una zona di miniera a Bindua in Sardegna, vive in Argentina a contro corrente del regime militare, anche allora rischiando molto. Infatti, in quel tempo, alcuni fratelli sono torturati e un altro viene portato via mentre svolgeva il suo lavoro di spazzino. Ed è così che fratel Maurizio fa parte della lunga lista de “los desparecidos”.

In Venezuela, Arturo ritrova per un tempo il fratello con il quale visse a Fortin Olmos in Argentina.

Però è vero che fratel Arturo ha vissuto poco in fraternità, sia in Venezuela che in Brasile. Ma ha sempre saputo essere di stimolo con le sue riflessioni scritte o semplicemente condivise. Ha saputo mettere insieme persone attente ai bisogni dei più sprovvisti delle regioni povere dove aveva scelto di vivere.

Anche se sembra svolgere una vita di fraternità per conto suo, aveva  sempre presente le fraternità e i fratelli sparsi per il mondo. Come noi era mosso da quella spiritualità di Nazareth, spiritualità del quotidiano e delle cose semplici che Charles de Foucauld ci aveva trasmesso. La sua ultima casa, qui, a Lucca l’aveva chiamata “casa del beato Charles de Foucauld”.

Quando alla fine, non poteva più camminare e scrivere e poi neanche  parlare, il dubbio ha fatto parte del suo cammino di fede. Ma, alla fine, ha lasciato alle persone meravigliose che lo accompagnavano, una pace profonda.

Come diceva Gesù al momento della resurrezione di Lazzaro “lasciatelo andare”, anche noi diciamo “Arturo ti lasciamo andare”. E ringraziamo il Signore di avercelo dato.

Chiudendo gli occhi lo ritroviamo sorridente, umano, affettuoso .

Sì! La sua vita colma di anni meriterebbe proprio poi, un applauso.” (testimonianza di fratello Bernardo – dei Piccoli fratelli el vangelo – alla fine delle esequie)

Di seguito Il testamento Spirituale di Arturo Paoli

 

Nella domenica della Santissima Trinità 22 giugno 2011 dopo aver celebrata la messa nella chiesa di san Martino in Vignale ed aver predicato l’omelia seguito devotamente da una folta comunità, testimone della mia normale facoltà mentale, comincio a stendere il mio testamento spirituale. Comincio con l’esprimere la mia gratitudine all’arcivescovo mons. Italo Castellani che mi ha accolto e concesso ospitalità nella splendida residenza di san Martino, il cui parroco, don Lucio Malanca ha atteso ai miei bisogni come un fratello amoroso. Ringrazio il padre celeste del dono delle amicizie che hanno reso ovunque lieta la mia esistenza e consolato negli inevitabili contrasti. Ricordo prima degli altri i fratelli della mia famiglia religiosa (beato Charles de Foucauld). Ho spesso ricordato le lacerazioni del cuore, le giornate di distacchi, quelle che il beato Carlo chiama l’éloignement (la lontananza). Parecchi giovani mi sono vicini in questa tappa della mia esistenza fra cui il mio compagno di contubernia (convivenza) Tommaso Centoni che ricordo qui con particolare gratitudine. La vera ragione di stendere questo testamento spirituale nasce dal fatto di sentire nella grande comunità-chiesa amore e rifiuto, stima e riserva. E ho pensato che questo avesse dei motivi giusti ed inevitabili. Se mi si chiedesse a quale Chiesa appartengo, quella cui aderisco direi, senza esitazioni, è quella del Concilio Vaticano II, è quella della Lumen Gentium, della Gaudium et Spes e confesso, senza tortuose ipocrisie, che penso che i due pontefici succeduti a Paolo VI sono incorsi nel rimprovero-lamento espresso da Gesù in Mt 16 e in Lc 12, sui segni dei tempi. Credo fermamente che Gesù sia misericordioso non solo perché lancia un salvagente all’anima che sta per naufragare nella condanna eterna ma anche e soprattutto per la sua decisione, suggerita dal suo amore infinito di fare di ogni creatura umana, direttamente o anche a sua insaputa, un partecipe al suo progetto di amorizzare il mondo. Abbiamo motivo di credere che una lagrimetta finale ci salverà dall’inferno. Ma i veri cristiani sono quelli che fanno quanto possono per portare frutto “Io sono la vite e voi i tralci”. Questo e solo questo è il nostro Salvatore. Chiedo a tutti, parenti e amici che ho teneramente amato sulla terra, di pregare il Salvatore che mi accolga fra gli eletti. Ma vorrei dire a tutti coloro che mi ricordano che non dimentichino mai che il nostro luogo di nascita si professa cristiano-cattolico ma presentemente noi facciamo parte di un sistema politico il più antievangelico immaginabile. Penso spesso a una bella preghiera al Padre «Tu apri la tua mano e riempi ogni essere di ogni bene». Oggi per essere veri cristiani dovremmo pregare: «Non guardare Signore mentre riempio di pane il cassonetto dei rifiuti» Mentre i nostri fratelli ci chiedono ospitalità noi preghiamo «Liberaci dai nemici che vengono a turbare la nostra pace». Forse il solo vantaggio di vivere in questa terra opulenta sarà quello di essere convinti di essere incapaci: “sono un servitore inutile”. Nel caso cadessi ammalato, come preludio della mia morte, chi è vicino mi suggerisca questo ritornello “sono un servitore inutile”. Sul problema del mio cadavere non ho nessuna disposizione da dare. Mi attira il cimiterino di san Martino in Vignale ma lasciatelo decidere a chi se ne occupa.

Lucca S. Martino in Vignale 22 giugno 2011

Fratello Arturo Paoli

Aggiunta del 31 dicembre 2011 Oggi martedi 13 dicembre 2011 festa di santa Lucia nel pieno delle facoltà mentali unisco al mio testamento la seguente disposizione.

Nell’evento della mia morte dispongo la mia ultima volontà che la mia salma venga interrata nel piccolo cimitero adiacente alla chiesa di san Martino in Vignale (alla sua destra verso levante) con una semplice targa. Sac. Arturo Paoli Piccolo fratello del Vangelo Nato 30 . 11 . 1912 Morto 13 . 07 . 2015

Exultabunt in Christo ossa humiliata Arturo Paoli

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La bellezza: vedere l’invisibile nel visibile

 

Per affrontare in profondità un discorso sulla bellezza, occorre anzitutto il coraggio di dire che la bellezza è un enigma, anche se oggi se ne parla spesso con troppa ingenuità. Dall’alba della modernità risuonano come sempre attuali le inquiete parole di Albrecht Dürer: “Che cosa sia la bellezza non lo so”, perché ogni tentativo di definirla appare inadeguato, insufficiente. La bellezza è ambigua, come tutte le cose che si manifestano quali realtà terrestri, sperimentate dagli umani. La bellezza seduce, ferisce, intimorisce, esalta, ammutolisce…

Occorre fare una distinzione preliminare: c’è una bellezza cantata dalla fede, la bellezza di Dio, il Creatore, della quale fanno esperienza quanti e quante, grazie alla dýnamis dello Spirito santo, sanno esercitare i sensi della fede; c’è d’altra parte una bellezza delle creature esperibile da ogni essere umano, nella pienezza dei suoi sensi corporei. Il credente può addirittura dare del tu alla bellezza di Dio, confessando che la bellezza non è un attributo, una proprietà, ma un soggetto, Dio stesso, secondo le note parole di Agostino: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato” (Confessioni 10,27). Così nelle sante Scritture si proclama: “Splendido sei tu e magnifico, o Dio!” (Sal 76,5), e si afferma che Dio sarà la bellezza della città santa: “Dominus erit pulchritudo tua” (Is 60,19). Ma quando il salmista e il profeta dichiarano questo, si riferiscono a una bellezza confessabile solo nella fede, perché “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18).

Più facile da decifrare è la bellezza del Re Messia, celebrato come “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 45,3), cantato dalla sposa del Cantico con le parole: “Tu sei bello e grazioso, o mio amato!” (Ct 1,15). Ma nella misura in cui le Scritture si applicano al Messia Gesù, questa bellezza può essere intesa come “altra”, bellezza del pastore, di colui che si prende cura del suo popolo: “Io sono il pastore buono e bello (kalós)” (Gv 10,11.14); addirittura può essere non-bellezza, quando egli si rivela come il Servo del Signore: “Lo abbiamo visto, non aveva né bellezza né splendore” (Is 53,2). La bellezza di Cristo trascende il visibile: solo l’agápe, l’amore, è in grado di narrarla e dunque di indurre a contemplarla.

Vi è d’altra parte la bellezza delle creature, quelle che Dio, dopo averle create, vide che erano “cosa bella e buona” (tob: Gen 1,4.10.12.18.21.25); tra di esse si segnala l’adam, il terrestre, creatura “molto bella” (tob me‘od: Gen 1,31). Questa bellezza si offre alla nostra contemplazione: è la bellezza del cielo (cf. Sal 8,4); è la bellezza della natura, delle epifanie cosmiche (cf. Sir 42,15-43,33), nelle quali “ogni opera di Dio supera la bellezza dell’altra: chi può stancarsi di contemplare il loro splendore?” (Sir 42,25). Questa creazione è carica di bellezza, così che il libro della Sapienza può proclamare: “Tu ami tutte le creature esistenti, non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato … Come potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza, … o Signore, amante della vita?” (Sap 11,24-26).

Ma la bellezza delle creature – come si diceva – non è priva di ambiguità e di equivoci, perché può diventare bellezza dell’idolo, falso antropologico prima che teologico, può essere una bellezza seducente che induce alla tentazione: “la donna vide che l’albero era … affascinante per gli occhi” (Gen 3,6), così come era buono (tob) e appetitoso; e David, vedendo la bellissima Betsabea dalla terrazza della sua reggia, fu sedotto fino a causare l’omicidio di suo marito pur di averla (cf. 2Sam 11). Tutti conoscono la frase di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo” (ma nel testo de L’idiota si tratta di una domanda!); si dimentica però che per lui la bellezza è tanto quella epifanica, divina, quanto quella idolatrica che egli dichiara bellezza di Sodoma. Dunque entrambi queste bellezze feriscono: o sono effroi, “sorprendente spavento” – come amava dire Jean-Louis Chrétien – oppure inducono all’ékstasis, ma sono bellezze differenti!

Ogni essere umano è affamato e assetato di bellezza, ma il discernimento della bellezza rivelativa di Dio e della sua azione richiede un’educazione dell’intelligenza del cuore, un cammino di discernimento mai concluso, un cammino faticoso di ricerca del senso inscritto in ogni bellezza. Più l’aspetto sensibile attira per la sua bellezza, più l’uomo è tentato di non ascoltare la propria interiorità, per restare invece catturato dall’esteriorità. Sono note le riflessioni contenute nel capitolo 13 del libro della Sapienza e, in particolare, in quel passo che intenerisce il cuore e, nel contempo, denuncia il processo di seduzione della bellezza, la quale desta il desiderio di possedere e di consumare:

Se gli uomini, affascinati dalla bellezza delle creature, le hanno prese per dèi …
se, colpiti da stupore per esse,
non sono stati capaci di contemplare,
attraverso la loro grandezza e la loro bellezza, il loro autore,
per costoro leggero è il rimprovero,
perché si sono ingannati cercando Dio e volendolo trovare …
e perché le cose viste sono belle (Sap 13,3-7).

Ecco il dramma della bellezza: è facile proclamare che la bellezza indica, in-segna, rivela Dio, ma fare l’itinerario attraverso la bellezza per giungere alla contemplazione della bellezza divina non è facile, anzi è drammatico! Basti pensare al volto, al corpo dell’adam, maschio e femmina: più vediamo il bello, più potremmo cogliere in esso il sacramento della bellezza di Dio; ma più facilmente noi umani, come incantati, scegliamo la via idolatrica dell’adorazione della creatura, ci prostriamo a causa della sua bellezza, fino alla cosificazione del bello, al consumismo del bello privato della sua soggettività e della sua sacramentalità divina. L’uomo è immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), ma non è così facile giungere a questo riconoscimento. Non a caso Gesù – come recita un suo splendido detto non canonico – ha affermato: “Hai visto un uomo, hai visto Dio”, rivelazione che dovrebbe causare soprattutto una responsabilità del soggetto verso l’altro.

Amo molto l’interpretazione della trasfigurazione di Cristo fornita dalla spiritualità orientale cristiana. Secondo alcuni autori non fu Gesù a trasfigurarsi, ma furono gli occhi dei discepoli che conobbero un processo di trasfigurazione e così furono resi capaci di vedere in lui ciò che prima non vedevano: egli era carne fragile come loro ma, nello stesso tempo, Figlio di Dio, immagine del Padre invisibile. Sì, noi abbiamo bisogno di trasfigurazione per percepire la vera bellezza, per vedere l’invisibile nel visibile.

(Enzo Biancihi- “Avvenire” – 14 Ottobre 2019)