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Vangelo del giorno
Mercoledì 15 Agosto 2018

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce:


«Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».


Allora Maria disse:


«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».


Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.


(Lc. 1,39-56)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

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4) Dalla Liturgia della Parola alla “Lectio Divina” ( pg 33 )


Quando Paolo scrive : “ Per quanto riguarda la carità fraterna, non occorre che io vi scriva, perche avete imparato da Dio stesso ad amarvi gli uni gli altri “ ( 1 Ts 4,9) e quando Giovanni dice “ È scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio” ( Gv 6,45), essi rivelano che c’è la possibilità di una Parola di Dio rivolta direttamente all’uomo. Ebbene,il bene privilegiato per questo ascolto non è forse la preghiera della Parola?. Certo, questa conoscenza è promessa a quanti conoscono la Scrittura, ma indubbiamente essa esce dallo schema della predicazione o della liturgia della Parola.

Un’altra ragione dell’importanza della lectio divina è la preparazione della liturgia. Se la Parola si riceve senza preparazione, senza fede, senza amore e senza conoscenza, essa non vivifica più, resta per noi parola morta. Se l’interpretazione e l’ascolto della Parola devono essere dosso logici, cioè devono avvenire con il criterio di commentare la Parola con la Parola, occorre conoscerla bene e profondamente, e ciò è possibile con l’amorosa assiduità alla Parola.

I brani scelti dalla chiesa per il lezionario sono il minimo per vivere la fede, ma occorre conoscere tutta la Parola per capirli in profondità. Alla loro proclamazione il credente dovrebbe saper vibrare ricordando tutti i testi e tutta la teologia richiamata dalla pericope liturgica. Insomma, il credente dovrebbe essere una summa vivente di concordanze.

Ma non è solo questione di allargamento, di estensione e di approfondimento della conoscenza della Scrittura, è anche questione di personalizzazione. Nella Liturgia Dio parla al popolo, ma questo è solo l’inizio e la causa di quello che dev’essere un incontro personale con Dio.

(Enzo Bianchi – Pregare la Parola)
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Sull’articolo “Papa Francesco informato delle anomalie Castelbuonesi”: Cambia il nostro cuore, Signore, perché siamo noi i primi ad avere bisogno di un cuore pacifico

Giotto InvidiaHo letto con attenzione  la “ denuncia “ di Angelo Di Giorgi, pubblicata su un giornale locale e che qui, per correttezza, riporto:

Papa Francesco informato delle anomalie Castelbuonesi”

I governatori e i confrati che hanno vissuto delle situazioni incresciose e sconcertanti, per non dire scandalose, sappiano che Papa Francesco è stato informato di tutto: della con­dotta anomala di certi preti affetti di protagonismo e narci­sismo che inseguono delle paparazzate spettacolari.

Quando il polverone della spet­tacolarità si sarà depositato apparirà la nuda e cruda realtà.

È stato anche informato della condotta anomala del vescovo Manzella e del ricco carteggio di proteste dei fedeli rimaste senza risposta.

II Papa bolla simili pastori con una metafora: II Pastore che si isola, non e un vero pastore di pecore, ma un parrucchiere di pecore che passa il suo tempo a mettere i bigodini, invece di andare a cercare le altre pecore.

Dispiace che questi parrucchie­ri facciano concorrenza ai veri parrucchieri.

Quando il Papa parla ascoltate­lo con attenzione; a volte parla per metafora, altre volte tagliente.

Quando dice che i pastori devono sentire l’o­dore delle pecore, Papa Francesco sa che certi pastori all’odore delle pecore preferi­scono altri odori associati alla prepotenza e alla sopraffazio­ne, retaggio di altre culture.

Quando il papa condanna il car­rierismo, sa che molte nomine ecclesiastiche sono state fatte col sistema clientelare, amici degli amici hanno fatto carrie­ra, così sono stati nominati in certi incarichi persone non all’altezza di tale compito, con i danni che sono sotto i vostri occhi. Soggetti sedotti con la prospettiva della carriera, la lusinga del successo e i com­promessi con lo spirito del mondo, trasformandoli in fun­zionari, chierici di Stato, preoc­cupati pia di se stessi, dell’organizzazione e delle strutture, che del vero bene del popolo di Dio.

Spesso critichiamo i politi­ci, forse è ora di fare pulizia all’interno della Chiesa, di que­sto Papa Francesco ne consapevole.

Quando Papa Francesco doveva presentarsi in pubblico la prima volta un cardinale aveva preparato qual­cosa di sontuoso, Papa Francesco lo dissuase e lo ful­minò con una battuta: Eminenza lasci perdere, carnevale a finito.  Quanta umiltà in questo atteggiamen­to!

Questo fatto ci richiama a non trasformare certe manife­stazioni religiose del mese di marzo e del mese di giugno in un secondo carnevale, con esaltanti aspetti folcloristici estranei allo spirito religioso. La fede esige sobrietà e umiltà, i comizi lasciamoli fare ai politi­ci che sono pia bravi.

Bisogna andare dritti all’es­senziale, dice Papa Francesco, altrimenti si rischia di vol­gere al ridicolo una missio­ne santa. Poiché cedere alla mondanità spirituale, ad una certa borghesia dello spirito e della vita espone soprattutto i Pastori al ridi­colo.

E’ scandaloso che certe cele­brazioni religiose, anziché  esal­tare i santi e il Santissimo Sacramento, esaltino i protago­nisti organizzatori di tali cele­brazioni, chiusi nei loro esclusi­vismi per obbedire ai loro dise­gni umani e autoreferenziali, situazioni “dettate dall’egoi­smo, dalla dimensione dis­umana del potere, dalla possibilità di acquisire con­senso, dal piacere, non dal­l’amore” (Papa Francesco). “II risultato a che al Dio vivente vengono sostituiti idoli umani e passeggeri, che offrono l’ebbrezza di un momento di libertà. Quando l’uomo vuole affer­mare se stesso, chiudendo­si nel proprio egoismo e mettendosi al posto di Dio, finisce per seminare morte” (Papa Francesco).

Spero che nella prossima pub­blicazione dell’elenco telefonico inseriscano l’indirizzo di dove abita l’umiltà che è perso.

Padre Pio diceva che l’umiltà  santifica le persone, la carità li glorifica. Spesso esaltiamo le virtù dei santi, ma raramente ne imitiamo l’esempio.

Un giornalista un giorno disse a Papa Francesco che molta gente dice di credere in Dio, ma non nei preti. La risposta fu di una semplicità disarmante: “è giusto, molti di noi preti non meritiamo che si creda in noi“.

Nel Vangelo si parla del pastore che lascia le 99 pecorelle per cercare quella smarrita. Ma oggi, ha constatato papa Francesco, che ne abbiamo una e ci mancano le 99, non ci basta una pecora sicura dentro il mio recinto, tranquilli, per pettinarla, no dobbiamo andare a cercare quelle smarrite. Noi siamo, spatori e non pettinatori.

Uno dei nodi da sciogliere è la subcultura diffusa nelle mentalità  clericale, di accogliere in profondità il messaggio evangelico, che trova in Papa Francesco l’alfiere di questo messaggio. ( Angelo Di Giorgi )

 

    Tutta la lettera ( ben lontana da quanto proclamato in Mt 15,15+ “ Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello;  se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.  Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano.”) sembra pervasa da rabbia, invidia ….

Come non ricordare  ”  Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione.         Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. ” (Ef 4, 29-)

 Tanti i richiami all’autenticità di essere pastori.

 Ci sono noti i testi soprattutto di Geremia ( cap. 10, 12,22,23,25, 30 ) Ezechiele ( cap 34 etc.. ) ma a nessuno è stato dato il diritto del giudizio. Non lo ha avuto neppure Gesù, mandato solo per salvare, per fermare il Padre che vuole tagliare il fico sterile ( aspetta un altro anno, forse zappando attorno, concimando … porterà frutto )

  Nessuno può sostituirsi a Dio nel cammino ( che è santo e intriso di peccato assieme ) che la sua sposa fa per raggiungere la Gerusalemme celeste. A ciascuno la Parola da un solo compito: vivere nella gioia la dimensione di essere “ servo inutile”

L’invidia è il disgusto per il bene altrui ed è di casa pure nel mondo clericale: quel prete fa meglio di me, predica meglio di me, ha più seguito di me. E sorge così il disagio, la critica, la maldicenza. L’invidia è purtroppo un peccato molto comune e sottile, non palese come la fornicazione e l’adulterio; però inquina, è una specie di veleno che, quando entra in una comunità, la rovina.

Ricordo due esempi terribili. Secondo i vangeli della passione, Pilato capiva che gli avevano consegnato Gesù per invidia, perché faceva troppi miracoli, aveva troppo successo, parlava meglio di molti altri. Perfino un pagano come lui intuisce che si tratta di invidia. Il secondo esempio è la morte di Pietro a Roma. I documenti antichi sul martirio dell’apostolo sembrano indicare che fu denunciato alle autorità pagane per invidia di alcuni dei suoi.

Del resto in ciascuno di noi scatta questo sentimento, quando vediamo un altro più lodato e più ammirato. Siamo fatti così, è la nostra debolezza; il rischio è che può portare a maldicenze. a calunnie, a denunciare l’altro, a parlarne male.

La calunnia, conseguenza diretta dell’invidia, inquina la comunione, in quanto è capace di creare sospetto e paura. Molti santi sono stati vittime della calunnia. Ricordo almeno il fondatore dei Missionari del Sacro Cuore, Daniele Comboni, recentemente dichiarato santo da Papa Giovanni Paolo II. Fu il primo arcivescovo dell’Africa centrale e ha dato inizio all’evangelizzazione di quel continente. Uomo di grandissime vedute e di un coraggio straordinario, incorse in gravi calunnie: di nutrire un affetto disordinato per una suora, di aver usato illegittimamente il denaro ricevuto per le elemosine e di altri comportamenti riprovevoli. ( Car. Carlo Maria Martini )

Dice San Francesco  nell’ammonizione VIII

 Evitare il peccato d’invidia. Dice l’apostolo: nessuno può dire: Signore Gesù, se non nello Spirito Santo. E: Non c’è chi faccia il bene, non ve n’è nemmeno uno. Chiunque dunque invidia suo fratello per il bene che il Signore dice e fa in lui, commette peccato di bestemmia, perché invidia lo stesso Altissimo che dice e fa ogni bene.

    Mai Francesco ebbe a puntare il dito: se vedeva qualcosa che non andava si interrogava dicendo “ cosa ho fatto io perché oggi nella Chiesa sta succedendo questo ??!! “

 «L’invidia, dice S. Agostino, è odio della felicità altrui»; Aristotile chiama l’invidia l’antagonista della prosperità.

«L’invidia, predicava il Bossuet, è la più vile, la più odiosa e la più screditata delle passioni; ma forse la più comune e tale che poche anime ne sono del tutto immuni. Gli uomini pretendono di essere delicati ed il nostro amor proprio ci gonfia talmente agli occhi nostri, che la più piccola contraddizione ci sembra un attentato contro la nostra dignità e felicità e la minima scalfittura ci fa imbronciare. …. Gli scribi e i farisei non potevano soffrire Gesù Cristo né la purezza della sua dottrina, né l’innocente semplicità della sua vita e della sua condotta, perché erano un rimprovero tacito, ma potente, contro l’ipocrita loro invidia e il sordido loro orgoglio» 

 

«O invidia, esclama il Nazianzeno, tu sei la più giusta e la più ingiusta insieme delle passioni! Ingiusta sì, perché rattristi ingiustamente gli innocenti; ma giusta ancora, perché punisci i colpevoli. Ingiusta, perché metti a disagio tutto il genere umano; ma sommamente giusta, perché produci prima di tutto i maligni tuoi frutti nel cuore dove sei allignata»

 San Giovanni Crisostomo: «L’invidia fa sempre da carnefice col suo proprio autore: irrita i sensi, tormenta lo spirito, corrompe il cuore. ….  »

  «Gli invidiosi, dice ancora S. Giovanni Crisostomo, sono peggiori dei leoni; simili, e starei per dire, più malvagi dei demoni. Infatti i leoni ci assaltano solo quando sono spinti dalla fame o si vedono provocati, mentre gli invidiosi, vi mordono proprio quando la vostra mano con favori li accarezza, vi perseguitano e dilacerano quando li beneficate»

 

Cambia il nostro cuore, Signore, perché siamo noi i primi ad avere bisogno di un cuore pacifico.

 Purificaci, per il mistero pasquale del tuo Figlio, da ogni fermento di ostilità, di partigianeria, di partito preso; purificaci da ogni antipatia, da ogni pregiudizio, da ogni desiderio di primeggiare.

Facci comprendere, o Padre, il senso profondo di una preghiera vera di pace, di una preghiera di intercessione e di espiazione simile a quella di Gesù su Gerusalemme. Preghiera di intercessione che ci renda capaci di non prendere posizione nei conflitti, ma di entrare nel cuore delle situazioni insanabili diventando solidali con entrambe le parti in contesa, pregando per l’una e per l’altra.

 Noi vogliamo abbracciare con amore tutte le parti in causa, fiduciosi soltanto nella tua divina potenza.

 Se noi preghiamo perché tu dia vittoria all’uno o all’altro, questa preghiera tu non l’ascolti; se ci mettiamo a giudicare l’uno o l’altro, la nostra supplica tu non l’ascolti.

Manda il tuo santo Spirito su di noi per convertirci a te!

 Non ci illudiamo di superare le nostre inquietudini interiori, i rancori che ci portiamo dentro verso un popolo o verso un altro se non lasciamo spazio allo Spirito di gioia e di pace che vuole pregare in noi con gemiti inenarrabili.

E’ lo Spirito che ci fa accogliere quella pace che sorpassa ogni nostra veduta e diventa decisione ferma e seria di amare tutti i nostri fratelli, in modo che la fiamma della pace risieda nei nostri cuori e nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità e si irradi misteriosamente sul mondo intero sospingendo tutti verso una piena comunione di pace.

 E’ lo Spirito che ci aiuta a penetrare nella contemplazione del tuo Figlio crocifisso e morto sulla croce per fare di tutti un popolo solo. …. ( Card. Carlo Maria Martini )

 

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Francesco 5 anni di pontificato: un papa in Avvento
Tornare all’essenziale della fede

Il pontificato di papa Francesco compie 5 anni. Più che un bilancio, conviene qui richiamarne l’indirizzo di fondo, come fa anche il saggio del card. W. Kasper sulle radici teologiche del pontificato (cf. qui a p. 183).
Qualche nota va aggiunta sul percorso, che rimane imprevedibile, perché imprevedibile è sempre la storia che cammina su tornanti inattesi. Basti pensare a questa nuova fase della globalizzazione, alle elezioni di Donald Trump o alla Brexit, nel corso del 2016. E nel 2017-2018 alla svolta imperialista cinese o alla sconfitta militare dell’ISIS; all’aggravarsi ulteriore della crisi delle democrazie occidentali, cui non sono esenti le nazioni europee (Italia compresa), e al nuovo protagonismo militare russo. Al centro del magistero di Francesco c’è l’indicazione che la Chiesa torni all’essenziale della propria fede. Al centro del Vangelo. La sua è una svolta kerygmatica. A «quell’umiltà amante di Dio» – come egli l’ha definita – che nell’incarnazione, nella morte e risurrezione del Figlio ha condiviso la nostra umanità.
C’è una radicale corrispondenza tra la figura della kenosis, lo svuotamento di Dio, e la condizione umana, fino alla sua estremità. La scelta preferenziale per i poveri ha come obiettivo l’annuncio di Cristo e della sua salvezza. Più che una visione sociologica, economica, ambientale della povertà emerge in Francesco una visione teologica.
Per papa Bergoglio vivere il Vangelo è possibile perché esso tocca il centro della nostra esistenza. Vi è una corrispondenza profonda tra il centro della nostra umanità e il centro divino dell’umanità di Cristo. Per questo l’annuncio della fede deve essere fatto risuonare nuovamente, come fosse la prima volta, andando oltre le forme culturali prevalenti che sin qui l’hanno espresso.
Il papa cerca e vuole quell’umanità che è l’impronta sconvolgente di Dio nei meandri della nostra storia. Poiché è da quella umanità oscura e sofferente, che assume volta a volta i tratti della povertà, dell’infelicità, dello sconforto, della malattia, della libertà negata, della persecuzione, della migrazione, che occorre ripartire.
È da quella umanità che il mondo attuale, globalizzato anche nell’indifferenza, deve ripartire se vuole evitare pericolosi riduzionismi antropologici. Se il nostro mondo tematizza e accetta la «cultura dello scarto» umano, se rinuncia al primato socialmente esigente della dignità della persona finirà per distruggersi. Quella umanità, Francesco l’ha identificata con la «carne di Cristo».
Per il papa non si può ridurre il cristianesimo alla sua sola forma dottrinale, ma esso deve riguardare l’insieme della vita, di ogni vita, nelle sue espressioni e nelle sue relazioni nei diversi contesti culturali e ambientali. Pascal, nel Mystère de Jésus, fa dire a Gesù, a proposito del suo costato aperto: «quelle gocce di sangue le ho versate per te». Nel costato aperto di Gesù si manifesta per ciascuno l’ospitalità attraente del Dio misericordioso.
Una concezione processuale
In questo papa Francesco ha proposto un ri-orientamento della Chiesa: da un approccio cumulativo, preoccupato di dare ragione sempre, in ogni punto dell’enunciazione e della comunicazione del contenuto dogmatico della fede cristiana, si passa a una concezione processuale e relazionale, incentrata sull’offerta del Vangelo di Dio che implica il riconoscimento della libertà della coscienza. La parola di Dio procede nelle coscienze. Avviene sempre nuovamente. Da qui scaturiscono conseguenze profonde sul piano della figura della Chiesa e del suo rapporto col mondo.
Esse hanno riguardato anche l’assunzione convinta del metodo sinodale come stile ecclesiale. I sinodi sulla famiglia e quello in preparazione sui giovani, il Giubileo della misericordia, che ha modificato il tradizionale impianto degli anni santi, decentrando l’attenzione da Roma e rivolgendola alla periferia della Chiesa.
Dopo l’incremento continuo della centralità della Chiesa di Roma nel postconcilio, Francesco ha cercato un’inversione di tendenza nel timore di un’estinzione d’ogni tensione creativa e d’ogni identità delle Chiese locali. Non sempre gli è riuscita e gli riesce, perché egli vive della contraddizione non risolta di una sussidiarietà imposta dall’alto.
Vanno poi ricordati gli incontri ecumenici: la visita agli ebrei del Tempio maggiore di Roma (gli incontri ad Auschwitz e a Gerusalemme), l’incontro storico con il patriarca di Mosca, Cirillo, a Cuba; quello con il patriarca armeno Karekin II a Erevan; con il primate anglicano J. Welby; e quelli ripetuti con il patriarca ecumenico Bartolomeo I; e ancora con il patriarca copto Tawrados II; infine la commemorazione a Lund, in Svezia, dei 500 anni della Riforma protestante e gli incontri di preghiera con i principali esponenti delle Chiese evangeliche. Incontri che mirano a proporre un modello d’unità e di riconoscimento reciproco che procede attraverso la diversità.
Dei documenti del pontificato, rimane paradigmatica l’esortazione Evangelii gaudium. Qui è il cuore del pontificato. L’esortazione postsinodale Amoris laetitia ha segnato il punto più impegnativo sul piano dottrinale, perché accoglie il metodo sinodale e affida alle Chiese una sensibilità pastorale nuova da esercitare nella disciplina matrimoniale.
Accanto a questi testi c’è l’enciclica Laudato si’ e una miriade di interventi che riguardano modifiche liturgiche e del Codice di diritto canonico, l’accorpamento di 7 diversi dicasteri curiali in 2 nuovi: sui laici e sulla carità. Infine la costituzione sulla vita contemplativa femminile e quella sull’insegnamento teologico Veritatis gaudium (cf. qui a p. 131).
Poi ci sono i viaggi. Soprattutto quelli internazionali (in tutto 27), che hanno toccato tutti i continenti tranne l’Australia, seguendo una linea di geopolitica religiosa, in particolare quelli in Bangladesh, Myanmar, Messico, Cuba, Grecia, Georgia e Azerbaigian, Egitto, Israele, Palestina, Stati Uniti, Turchia. Ci sono stati quelli nati da appuntamenti ecumenici, la Giornata mondiale della gioventù, quelli effettuati per il rafforzamento delle relazioni diplomatiche e dedicati al tema della povertà, della guerra, dei rifugiati (in Asia e in Africa), alla legittimazione ecclesiale (America Latina).
Tra questi, il viaggio a Lesbo ha posto l’attenzione sulla tragedia dei migranti e dei rifugiati. Di qui passa il tema della globalizzazione e della pace, il tema della giustizia e dell’integrazione in Europa e nel bacino del Mediterraneo.
Quelli italiani hanno seguito un itinerario interno alla Chiesa e come tali hanno riguardato la ridefinizione del rapporto tra il papa, la Chiesa italiana e la sua Conferenza episcopale, un rapporto che si è, dopo una iniziale incomprensione, pressoché pacificato, soprattutto dopo l’elezione a presidente della CEI del card. G. Bassetti.
2018: Curia, finanze e comunicazione
Gli eventi inattesi della Brexit e della vittoria di Trump nelle presidenziali americane hanno modificato e potenzialmente indebolito l’azione del papa sul piano internazionale. Sul piano europeo non c’è un asse forte tra Unione Europea e Santa Sede, la rotta atlantica della Gran Bretagna e la crisi delle democrazie nell’Est europeo indeboliscono il quadro generale, nonostante la tenuta della Francia e della Germania. Di certo non aiuta l’incognita italiana.
Complessivamente la Santa Sede e il papa non potranno non riaffrontare il dossier Europa. Esso non ha a che fare solo con i numeri drammatici dell’immigrazione, del terrorismo islamista, della difficile integrazione sociale e culturale, ma riguarda soprattutto una ripresa incerta e stanca del ruolo del cristianesimo in Europa. Alla paura degli europei si affianca il tema dell’identità dell’Europa e del ruolo del cristianesimo.
Se il viaggio negli Stati Uniti del settembre 2015 aveva segnato un forte riavvicinamento tra la Santa Sede, un papa latinoamericano e gli USA, l’elezione di Trump ha allontanato e modificato quel risultato.
L’attenzione alla Russia (anche in chiave mediorientale) e alla Cina apre possibilità nuove di convivenza alla Chiesa cattolica e al suo ruolo internazionale. Ma sono strade impervie, per la natura di quei regimi e per le incomprensioni storiche.
Il 2018 dovrebbe essere finalmente l’anno della riforma della Curia. È uno degli appuntamenti centrali del pontificato, assieme a quello del riordino finanziario e della pulizia morale. La riforma della curia era stata chiesta dai cardinali durante le congregazioni generali alla vigilia del conclave. Ed è necessaria conseguenza della impostazione ecclesiologica di Francesco.
Nonostante resistenze che il papa riconosce in parte «aperte», in parte «nascoste» e «malevole», questa riforma dovrà toccare il ruolo e la funzione della Curia romana in relazione con Pietro e con la Chiesa universale. Ci si attende una nuova costituzione che sostituisca la Pastor bonus di Giovanni Paolo II e che tematizzi quella che il teologo J. Werbick definiva una «conversione delle strutture». Non solo la conversione dei singoli o qualche aggiustamento funzionale ma il cambiamento istituzionale ed ecclesiale delle strutture stesse.
Se il tema geo-politico e quello geo-religioso hanno trovato uno sviluppo significativo e coerente; se il tema dell’approfondimento teologico del ri-orientamento ecclesiale del pontificato sta muovendo i primi importanti passi, e i «dubia» sulla sua ortodossia trovano nella lettera di Benedetto XVI un’archiviazione definitiva; se il tema della pulizia morale nella Chiesa ha fatto passi avanti; forse il riordino finanziario e il tema della comunicazione rimangono questioni aperte.
Il riordino finanziario e la sua trasparenza costituiscono uno dei punti di maggiore resistenza interna, mentre la comunicazione presenta una sfida in sé: è oggi la dimensione più secolarizzante che agisce anche all’interno della Chiesa. Si applaude il papa e si fa altro rispetto al suo insegnamento.
Papa Francesco sa che questo è un tempo nuovo, incognito. Ma esso è anche un kairos. O, come dice Kasper, un nuovo avvento. Mantenere con rigore la propria ispirazione, senza cedere a facili narrazioni, è forse la risposta migliore.

(Gianfranco Brunelli – Il regno – Marzo 2018)