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Vangelo del giorno
Lunedì 17 Febbraio 2020


In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova.Ma egli sospirò profondamente e disse:


«Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno».


Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.


(Mc 8,11-13)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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P. Giuseppe Puglisi: una testimonianza di P. Giuseppe Bellia

P Giuseppe BelliaAvvicinandosi il giorno della beatificazione di P. Giuseppe Puglisi, una testimonianza don pinodi Padre Giuseppe Bellia, docente di teologica biblica presso la Pontificia facoltà “San Giovanni evangelista” di Palermo, e parroco di Santa Maria della Mercede in pieno centro a Catania, pubblicata su LiveSicilia-Catania.

Spiega don Giuseppe:“ Lui ha tentato di togliere quella manovalanza su cui l’ignoranza fa progredire i futuri uomini di mafia, ma non fu  un prete antimafia”. ….. “La gente mi sembra indifferente, non c’è il seguito popolare degno di un martire”

Di seguito il testo dell’intervista.

Quale insegnamento ci consegna la beatificazione di Don Pino Puglisi?

“Dovrebbe essere innanzitutto un incoraggiamento per la Chiesa, per le chiese di Sicilia. Un incoraggiamento che ha gradualità diverse, a seconda di come viene recepito dai vescovi, dai preti, dai cristiani che frequentano le comunità. E poi, così, dei siciliani in genere. Ognuno dovrebbe trarne uno stimolo a capire che tutto ciò che si fa per la giustizia, per la verità, per il bene, è gradito a Dio. Ed è gradito pure agli uomini. Questo è l’insegnamento minimale. C’è un rischio però…”

Quale?

“Quello cioè che queste celebrazioni possano ingessare i nostri martiri, quasi imbalsamandoli. Sa come si dice: lui è stato bravo, noi invece continuiamo a fare la nostra vita. Invece bisogna cogliere l’elemento dell’ordinarietà quotidiana”.

Catania ha sant’Agata, una martire, come patrona. Esiste qui una educazione alla martiria, alla testimonianza, allo stesso martirio di sangue?

“In passato sì. Catania ha offerto molte vocazioni. Ad esempio, tra le primissime petit soeur di Charles De Foucauld c’erano appunto delle catanesi. Ultimamente mi sembra però una città, una chiesa, addormentata. Mi sembra che condivida le sorti di tutta la Chiesa italiana e siciliana in particolare. A cui si aggiungono quelle caratteristiche tipicamente catanesi di sonno e di distrazione. Su questo bisognerebbe saper indagare con lealtà e con coraggio”.

Al momento Don Puglisi è l’unico prete vittima della mafia. In una terra dalla profonda tradizione cattolica questo dato non suona come un paradosso?

“Certo. Questo ci interpella. Ci interroga. Ci dovrebbe pure inquietare. Eppure in Sicilia c’è stato un forte movimento dei preti antimafia. Su questo si dovrebbe fare chiarezza. Puglisi non era un prete antimafia. Si può essere un po’ salottieri nell’essere antimafia, si può essere secondo le tendenze, mentre ciò che sconfigge la mafia è una onesta di fondo. Appunto perché uno vuole rendere a Dio di ciò che fa. Ogni volta che uno vuole rendere conto a Dio si trova contro il muro del male, della menzogna e della violenza”.

Padre Puglisi cosa ha fatto nel concreto?

“Lui ha tentato di togliere quella manovalanza su cui l’ignoranza fa progredire i futuri uomini di mafia. Uomini che, il più delle volte, come nel caso del pentito che ha ucciso Puglisi, sono delle semplici marionette. L’opera di Padre Puglisi è stata quella appunto di seminare speranza. Perché tutte le volte che un uomo, ed in particolare un prete, può fare credere che una situazione di invivibilità può cambiare, lì c’è profezia”.

Come predicare un Dio ai mafiosi visto che ne conoscono già uno dai tratti molto prossimi a quello del cristianesimo?

“Sì, molto simili, diciamo, nella coreografia esterna, nel ritualismo, non nella liturgia profonda. Non basta avere santini. Semmai c’è una duplice lettura che si può fare. Da una parte è vero, ci sono alcuni scritti, penso a Cavadi, che si sono occupati di questa mimesi mafiosa di aderire ad una ritualità culturalmente condivisa. Dall’altra parte però noi cristiani sappiamo che i rivali di Dio sono tre falsi dei”.

Quali sarebbero?

“Semplice: il potere violento, militare, il primo; il potere economico, il secondo; il potere religioso, il terzo. Corrispondo alle tre tentazioni di Gesù. Non possiamo quindi stupirci che ci sia una volontà da parte del maligno, e di quelli che ne sono volontari e generosi mediatori, di voler in qualche modo prendere il posto di Dio. La tradizione della Chiesa ci insegna che Satana non è originale, è un grande scimmione. Gioca sempre sul denaro, il potere e il sesso”.

Ultimamente Giuliano Ferrara, parlando di Sicilia, ha parlato di connivenze storiche tra mafiosi e “vescovi di Palermo”. Come commenta?

“Vescovi no. Del clero sì. Ci sono dei casi appurati. Ci sono mafiosi che si sono potuti sposare segretamente in chiesa. Alcuni mafiosi avevano addirittura il cappellano privato che gli celebrava la messe mentre loro gestivano i loro affari. La mia sensazione è che la maggioranza del clero fosse distratto. Più che una complicità attiva, parliamo di peccati di omissioni”.

Sulla lotta alla Mafia, la Chiesa ha da imparare qualcosa dai laici e dagli atei?

“Il problema degli atei va rivisto. Si può esserlo in termini ideologici, ma sono davvero in pochi. In generale abbiamo a che fare con degli agnostici. Per noi cristiani, quando uno ricerca sinceramente la giustizia, il bene, ma anche il bello estetico, che lo sappia o no, sta cercando Dio. Tutti gli uomini hanno una immagine originaria di Dio, tutti. Noi cristiani dovremmo avere in più l’immagine del Cristo crocifisso. Spesso ci troviamo compagni di strada con quelli che si dicono atei, che hanno però un forte senso di giustizia maggiore rispetto ad altri che sono assidui frequentatori di sagrestie”.

Vent’anni fa, Giovanni Paolo II, da Agrigento, ha lanciato un monito durissimo contro i mafiosi, appellandosi al “giudizio di Dio”. Qual è l’eredità di quello slancio?

Innanzi tutto va ricordato che fu un fuori testo. Il discorso preparato non prevedeva quelle parole. Ma lo Spirito, per fortuna, non agisce secondo il copione clericale. Dobbiamo ricordare questo dettaglio. Fu l’incontro con i genitori di Rosario Livatino, che gli dissero qualcosa sulla vita cristiana del figlio, che impressionò il Papa. Quel grido, “convertitevi”, è il grido della Chiesa, ma è anche il grido dello Spirito a tutti.

In che accezione Puglisi non fu un prete antimafia?

Noi, anche quando abbiamo a che fare con i nemici, non dobbiamo essere lì per punirli o condannarli. La nostra predicazione ha senso affinché possa provocare una crisi di coscienza. Il profeta deve annunciare in vista di una conversione. La differenza con i preti antimafia e il non fermarsi all’indignazione e alla condanna, ma offrire una speranza.

Padre Puglisi fu definito, quando era ancora in vita, una “prete rosso”, un comunista. Da vivo che immagine si aveva di lui?

A quei tempi, chiunque si occupava di ingiustizia era subito un “comunista”. Come si può caratterizzare a destra, chiunque voglia mettere un po’ di ordine. Certo, c’era un certo sentire diffuso nel clero palermitano, convinto che, infondo, se la fosse cercata, quasi fosse un fanatico. Anche santo Stefano era però un fanatico, mentre Pietro se ne stava tranquillo nel tempio.

Crede dunque che il clero sia immobile?

É lo spirito che deve agire. Anche qui, mi lasci dire una cosa, la celebrazione di padre Puglisi non mi pare abbia una seguito popolare degno di un martire. Oggettivamente la gente è indifferente.

Sono parole dure, non trova?

Guardi, io ho preso la decisione di tornare in Sicilia esattamente il 15 settembre 1993, quando ammazzarono Puglisi. Sono tornato un mese dopo. Ho pensato che una Chiesa con un martire è una grande Chiesa.

Padre Puglisi è un modello per i giovani?

Gli effetti del martirio di Puglisi li vedranno le prossime generazioni, che sono un po’ più insofferenti e meno supine rispetto ai giovani di allora.

Si riferisce agli ultimi fenomeni politici che hanno dato un certo successo al movimento Beppe Grillo?

Non voglio che si crei confusione su questo punto. Non è che chi più grida ha più ragione o chi più s’indigna è più onesto o competente degli altri. Esistono le mediazioni, quelle vanno percorse. Esiste una professionalità, e quella va percorsa. Esiste una gradualità nell’impegno per gli altri e quello va provato. Non si nasce olimpionici, ma c’è un esercizio che va compiuto quotidianamente.

( Ferdinando Massimo Adonia – 18 Maggio 2013 )

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La bellezza: vedere l’invisibile nel visibile

 

Per affrontare in profondità un discorso sulla bellezza, occorre anzitutto il coraggio di dire che la bellezza è un enigma, anche se oggi se ne parla spesso con troppa ingenuità. Dall’alba della modernità risuonano come sempre attuali le inquiete parole di Albrecht Dürer: “Che cosa sia la bellezza non lo so”, perché ogni tentativo di definirla appare inadeguato, insufficiente. La bellezza è ambigua, come tutte le cose che si manifestano quali realtà terrestri, sperimentate dagli umani. La bellezza seduce, ferisce, intimorisce, esalta, ammutolisce…

Occorre fare una distinzione preliminare: c’è una bellezza cantata dalla fede, la bellezza di Dio, il Creatore, della quale fanno esperienza quanti e quante, grazie alla dýnamis dello Spirito santo, sanno esercitare i sensi della fede; c’è d’altra parte una bellezza delle creature esperibile da ogni essere umano, nella pienezza dei suoi sensi corporei. Il credente può addirittura dare del tu alla bellezza di Dio, confessando che la bellezza non è un attributo, una proprietà, ma un soggetto, Dio stesso, secondo le note parole di Agostino: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato” (Confessioni 10,27). Così nelle sante Scritture si proclama: “Splendido sei tu e magnifico, o Dio!” (Sal 76,5), e si afferma che Dio sarà la bellezza della città santa: “Dominus erit pulchritudo tua” (Is 60,19). Ma quando il salmista e il profeta dichiarano questo, si riferiscono a una bellezza confessabile solo nella fede, perché “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18).

Più facile da decifrare è la bellezza del Re Messia, celebrato come “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 45,3), cantato dalla sposa del Cantico con le parole: “Tu sei bello e grazioso, o mio amato!” (Ct 1,15). Ma nella misura in cui le Scritture si applicano al Messia Gesù, questa bellezza può essere intesa come “altra”, bellezza del pastore, di colui che si prende cura del suo popolo: “Io sono il pastore buono e bello (kalós)” (Gv 10,11.14); addirittura può essere non-bellezza, quando egli si rivela come il Servo del Signore: “Lo abbiamo visto, non aveva né bellezza né splendore” (Is 53,2). La bellezza di Cristo trascende il visibile: solo l’agápe, l’amore, è in grado di narrarla e dunque di indurre a contemplarla.

Vi è d’altra parte la bellezza delle creature, quelle che Dio, dopo averle create, vide che erano “cosa bella e buona” (tob: Gen 1,4.10.12.18.21.25); tra di esse si segnala l’adam, il terrestre, creatura “molto bella” (tob me‘od: Gen 1,31). Questa bellezza si offre alla nostra contemplazione: è la bellezza del cielo (cf. Sal 8,4); è la bellezza della natura, delle epifanie cosmiche (cf. Sir 42,15-43,33), nelle quali “ogni opera di Dio supera la bellezza dell’altra: chi può stancarsi di contemplare il loro splendore?” (Sir 42,25). Questa creazione è carica di bellezza, così che il libro della Sapienza può proclamare: “Tu ami tutte le creature esistenti, non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato … Come potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza, … o Signore, amante della vita?” (Sap 11,24-26).

Ma la bellezza delle creature – come si diceva – non è priva di ambiguità e di equivoci, perché può diventare bellezza dell’idolo, falso antropologico prima che teologico, può essere una bellezza seducente che induce alla tentazione: “la donna vide che l’albero era … affascinante per gli occhi” (Gen 3,6), così come era buono (tob) e appetitoso; e David, vedendo la bellissima Betsabea dalla terrazza della sua reggia, fu sedotto fino a causare l’omicidio di suo marito pur di averla (cf. 2Sam 11). Tutti conoscono la frase di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo” (ma nel testo de L’idiota si tratta di una domanda!); si dimentica però che per lui la bellezza è tanto quella epifanica, divina, quanto quella idolatrica che egli dichiara bellezza di Sodoma. Dunque entrambi queste bellezze feriscono: o sono effroi, “sorprendente spavento” – come amava dire Jean-Louis Chrétien – oppure inducono all’ékstasis, ma sono bellezze differenti!

Ogni essere umano è affamato e assetato di bellezza, ma il discernimento della bellezza rivelativa di Dio e della sua azione richiede un’educazione dell’intelligenza del cuore, un cammino di discernimento mai concluso, un cammino faticoso di ricerca del senso inscritto in ogni bellezza. Più l’aspetto sensibile attira per la sua bellezza, più l’uomo è tentato di non ascoltare la propria interiorità, per restare invece catturato dall’esteriorità. Sono note le riflessioni contenute nel capitolo 13 del libro della Sapienza e, in particolare, in quel passo che intenerisce il cuore e, nel contempo, denuncia il processo di seduzione della bellezza, la quale desta il desiderio di possedere e di consumare:

Se gli uomini, affascinati dalla bellezza delle creature, le hanno prese per dèi …
se, colpiti da stupore per esse,
non sono stati capaci di contemplare,
attraverso la loro grandezza e la loro bellezza, il loro autore,
per costoro leggero è il rimprovero,
perché si sono ingannati cercando Dio e volendolo trovare …
e perché le cose viste sono belle (Sap 13,3-7).

Ecco il dramma della bellezza: è facile proclamare che la bellezza indica, in-segna, rivela Dio, ma fare l’itinerario attraverso la bellezza per giungere alla contemplazione della bellezza divina non è facile, anzi è drammatico! Basti pensare al volto, al corpo dell’adam, maschio e femmina: più vediamo il bello, più potremmo cogliere in esso il sacramento della bellezza di Dio; ma più facilmente noi umani, come incantati, scegliamo la via idolatrica dell’adorazione della creatura, ci prostriamo a causa della sua bellezza, fino alla cosificazione del bello, al consumismo del bello privato della sua soggettività e della sua sacramentalità divina. L’uomo è immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), ma non è così facile giungere a questo riconoscimento. Non a caso Gesù – come recita un suo splendido detto non canonico – ha affermato: “Hai visto un uomo, hai visto Dio”, rivelazione che dovrebbe causare soprattutto una responsabilità del soggetto verso l’altro.

Amo molto l’interpretazione della trasfigurazione di Cristo fornita dalla spiritualità orientale cristiana. Secondo alcuni autori non fu Gesù a trasfigurarsi, ma furono gli occhi dei discepoli che conobbero un processo di trasfigurazione e così furono resi capaci di vedere in lui ciò che prima non vedevano: egli era carne fragile come loro ma, nello stesso tempo, Figlio di Dio, immagine del Padre invisibile. Sì, noi abbiamo bisogno di trasfigurazione per percepire la vera bellezza, per vedere l’invisibile nel visibile.

(Enzo Biancihi- “Avvenire” – 14 Ottobre 2019)