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Vangelo del giorno
Mercoledì 13 Novembre 2019


Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce:


«Gesù, maestro, abbi pietà di noi!».


Appena li vide, Gesù disse loro:


«Andate a presentarvi ai sacerdoti».


E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.Ma Gesù osservò:


«Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?».


E gli disse:


«Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».


(Lc. 17,11-19)
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

Ricordando Alda Merini

"Corpo d’amore."

Dicono che le sorgenti d’amore siano le lacrime ma il pianto non è che un umile lavacro dei tuoi pensieri. (…) Tu sei un Dio materno e plurimo, un Dio che si disconosce e che si converte, un Dio buono come l’odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera (…)

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II° CONCILIO DI COSTANTINOPOLI



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LETTERA A DIOGNETO


I° CONCILIO LATERANENSE



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II° CONCILIO LATERANENSE



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CONCILIO DI TRENTO



CONCILIO VATICANO I°

 

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Piccola Famiglia

Don Franco Mogavero, nuovo parroco di Collesano.

 

Commovente e partecipata celebrazione nell’occasione dell’ingresso del nuovo parroco, Don Franco Mogavero, nella comunità parrocchiale di Collesano il 30 Ottobre 2010. 

Dopo 68 anni, l’ultimo parroco locale era stato Padre Rosario Gisiano, è un cittadino di Collesano ad assumere la guida della Basilica di San Pietro. 

Don Franco Mogavero , 41 anni, è presbitero dal 1998.

Specialista in comunicazioni sociali ha insegnato giornalismo  presso  la Pontificia Università Gregoriana ( dove ha conseguito la specializzazione ). Attualmente insegna  comunicazioni sociali presso la facoltà teologica di Sicilia “S. Giovanni Evangelista”. 

 Lascia, con profondo rimpianto dei cittadini, la parrocchia di Scillato dove è stato apprezzato, stimato ed amato.

A Don Franco ci lega un cammino di quasi quattro anni, nel corso del quale siamo stati introdotti alla lettura continuata della Parola seguendo il calendario della Piccola Famiglia dell’Annunziata di Monte Sole alla quale siamo “uniti ” , grazie alla sua“ mediazione “ .

  A testimonianza di questa comunione la presenza, alla celebrazione, di Suor Anita, della comunità di Modena, chiamata da Don Franco a fare da testimone, nonché l’annuncio di proporre alla comunità di Collesano l’esperienza della lettura continuata.

    Non stiamo qui a fare la cronaca di una celebrazione che spesso ci ha fatto cogliere le lacrime di commozione di Franco mentre scorrevano i numerosi e sinceri apprezzamenti per la sua umiltà, la sua cultura, il suo desiderio di autenticità, la sua forza nell’affrontare terribili tragedie che mai hanno scalfito la sua fede e il suo abbandono a Dio, del quale sa bene di non aver ricevuto peso più grande di quello che avrebbe potuto “ sopportare “.

   Vorremo solo dire che tutta la celebrazione è stata pervasa da gioia vera, speranza di novità nello spirito di una continuità instancabilmente in divenire , desiderio autentico di collaborazione tra comunità ecclesiale e comunità civile per una rinascita di tutta Collesano.

   Significative le parole del Vescovo nel sottolineare come le separazioni di un presbitero dalla sua comunità sono sempre dolorose  (“meraviglia sarebbe se non fosse così !” ) ma vanno vissute nella convinzione profonda che il succedersi di sacerdoti non inficia la continuità di un cammino pastorale ma lo arricchisce per la diversità di carismi che ogni singola persona irrepetibilmente ha, pur non essendo, la singola persona, indispensabile  per la continuità del cammino.

  Delicato, sincero il saluto del Sindaco di Collesano.

Toccanti le parole del vecchio parroco, Don Angelo Onorato,  “muto per 12 anni” ma ora irrefrenabilmente loquace nel manifestare la gioia per una vocazione, quella di Franco,  nata e cresciuta nel corso del suo “ parrocato” . Tra le  cose dette, l’invito al vescovo a continuare la strada del “turnover” dei parroci con oltre 9 anni di permanenza in una parrocchia al fine di adempiere a quanto prescritto dal diritto canonico nell’obiettivo di donare plurarità di carismi alle varie comunità.

Intriganti le parole del rappresentante della comunità che, dopo aver tracciato tutto il percorso vocazionale e ministeriale di Don Franco, lo invitava ad intervenire nella locale situazione politica “litigiosa”.

      L’adorazione in preghiera davanti l’altare del Sacramento, l’acqua , il fonte battesimale, i rintocchi della campana, il confessionile, questi i segni  esplicitati nella parte iniziale della celebrazione. Ma noi siamo sicuri che Franco continuerà ad esser icona dell’altro segno fondamentale che Gesù ci ha lasciato: cingersi il grembiule, chinarsi, lavare i piedi e asciugarli.

   In tutta la celebrazione, poi,  il profumo di una presenza impercettibile ma immancabile: quella di Giacomo, fratello di Franco prematuramente scomparso.

  Lo ha invocato il Vescovo, lo ha invocato Franco quando, a termine della celebrazione, si è affidato a Dio, al Vescovo e a Giacomo.

 

   

Protetto: Collatio

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Da ” Testimoni” : lectio divina quotidiana.

Natura e funzione della lectio è di aprire e accompagnare la giornata, come costituisse il respiro segreto e cadenzato, il punto di riferimento d’ogni giorno ; della vita, senz’alcuna eccezione.

Non è qualcosa di speciale, da fare una volta alla settimana, ma qualcosa che va collocato all’inizio di ogni giornata ( apri file  speciale-testimoni   per leggere tutto )

Protetto: Promessa

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La bellezza: vedere l’invisibile nel visibile

 

Per affrontare in profondità un discorso sulla bellezza, occorre anzitutto il coraggio di dire che la bellezza è un enigma, anche se oggi se ne parla spesso con troppa ingenuità. Dall’alba della modernità risuonano come sempre attuali le inquiete parole di Albrecht Dürer: “Che cosa sia la bellezza non lo so”, perché ogni tentativo di definirla appare inadeguato, insufficiente. La bellezza è ambigua, come tutte le cose che si manifestano quali realtà terrestri, sperimentate dagli umani. La bellezza seduce, ferisce, intimorisce, esalta, ammutolisce…

Occorre fare una distinzione preliminare: c’è una bellezza cantata dalla fede, la bellezza di Dio, il Creatore, della quale fanno esperienza quanti e quante, grazie alla dýnamis dello Spirito santo, sanno esercitare i sensi della fede; c’è d’altra parte una bellezza delle creature esperibile da ogni essere umano, nella pienezza dei suoi sensi corporei. Il credente può addirittura dare del tu alla bellezza di Dio, confessando che la bellezza non è un attributo, una proprietà, ma un soggetto, Dio stesso, secondo le note parole di Agostino: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato” (Confessioni 10,27). Così nelle sante Scritture si proclama: “Splendido sei tu e magnifico, o Dio!” (Sal 76,5), e si afferma che Dio sarà la bellezza della città santa: “Dominus erit pulchritudo tua” (Is 60,19). Ma quando il salmista e il profeta dichiarano questo, si riferiscono a una bellezza confessabile solo nella fede, perché “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18).

Più facile da decifrare è la bellezza del Re Messia, celebrato come “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 45,3), cantato dalla sposa del Cantico con le parole: “Tu sei bello e grazioso, o mio amato!” (Ct 1,15). Ma nella misura in cui le Scritture si applicano al Messia Gesù, questa bellezza può essere intesa come “altra”, bellezza del pastore, di colui che si prende cura del suo popolo: “Io sono il pastore buono e bello (kalós)” (Gv 10,11.14); addirittura può essere non-bellezza, quando egli si rivela come il Servo del Signore: “Lo abbiamo visto, non aveva né bellezza né splendore” (Is 53,2). La bellezza di Cristo trascende il visibile: solo l’agápe, l’amore, è in grado di narrarla e dunque di indurre a contemplarla.

Vi è d’altra parte la bellezza delle creature, quelle che Dio, dopo averle create, vide che erano “cosa bella e buona” (tob: Gen 1,4.10.12.18.21.25); tra di esse si segnala l’adam, il terrestre, creatura “molto bella” (tob me‘od: Gen 1,31). Questa bellezza si offre alla nostra contemplazione: è la bellezza del cielo (cf. Sal 8,4); è la bellezza della natura, delle epifanie cosmiche (cf. Sir 42,15-43,33), nelle quali “ogni opera di Dio supera la bellezza dell’altra: chi può stancarsi di contemplare il loro splendore?” (Sir 42,25). Questa creazione è carica di bellezza, così che il libro della Sapienza può proclamare: “Tu ami tutte le creature esistenti, non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato … Come potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza, … o Signore, amante della vita?” (Sap 11,24-26).

Ma la bellezza delle creature – come si diceva – non è priva di ambiguità e di equivoci, perché può diventare bellezza dell’idolo, falso antropologico prima che teologico, può essere una bellezza seducente che induce alla tentazione: “la donna vide che l’albero era … affascinante per gli occhi” (Gen 3,6), così come era buono (tob) e appetitoso; e David, vedendo la bellissima Betsabea dalla terrazza della sua reggia, fu sedotto fino a causare l’omicidio di suo marito pur di averla (cf. 2Sam 11). Tutti conoscono la frase di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo” (ma nel testo de L’idiota si tratta di una domanda!); si dimentica però che per lui la bellezza è tanto quella epifanica, divina, quanto quella idolatrica che egli dichiara bellezza di Sodoma. Dunque entrambi queste bellezze feriscono: o sono effroi, “sorprendente spavento” – come amava dire Jean-Louis Chrétien – oppure inducono all’ékstasis, ma sono bellezze differenti!

Ogni essere umano è affamato e assetato di bellezza, ma il discernimento della bellezza rivelativa di Dio e della sua azione richiede un’educazione dell’intelligenza del cuore, un cammino di discernimento mai concluso, un cammino faticoso di ricerca del senso inscritto in ogni bellezza. Più l’aspetto sensibile attira per la sua bellezza, più l’uomo è tentato di non ascoltare la propria interiorità, per restare invece catturato dall’esteriorità. Sono note le riflessioni contenute nel capitolo 13 del libro della Sapienza e, in particolare, in quel passo che intenerisce il cuore e, nel contempo, denuncia il processo di seduzione della bellezza, la quale desta il desiderio di possedere e di consumare:

Se gli uomini, affascinati dalla bellezza delle creature, le hanno prese per dèi …
se, colpiti da stupore per esse,
non sono stati capaci di contemplare,
attraverso la loro grandezza e la loro bellezza, il loro autore,
per costoro leggero è il rimprovero,
perché si sono ingannati cercando Dio e volendolo trovare …
e perché le cose viste sono belle (Sap 13,3-7).

Ecco il dramma della bellezza: è facile proclamare che la bellezza indica, in-segna, rivela Dio, ma fare l’itinerario attraverso la bellezza per giungere alla contemplazione della bellezza divina non è facile, anzi è drammatico! Basti pensare al volto, al corpo dell’adam, maschio e femmina: più vediamo il bello, più potremmo cogliere in esso il sacramento della bellezza di Dio; ma più facilmente noi umani, come incantati, scegliamo la via idolatrica dell’adorazione della creatura, ci prostriamo a causa della sua bellezza, fino alla cosificazione del bello, al consumismo del bello privato della sua soggettività e della sua sacramentalità divina. L’uomo è immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), ma non è così facile giungere a questo riconoscimento. Non a caso Gesù – come recita un suo splendido detto non canonico – ha affermato: “Hai visto un uomo, hai visto Dio”, rivelazione che dovrebbe causare soprattutto una responsabilità del soggetto verso l’altro.

Amo molto l’interpretazione della trasfigurazione di Cristo fornita dalla spiritualità orientale cristiana. Secondo alcuni autori non fu Gesù a trasfigurarsi, ma furono gli occhi dei discepoli che conobbero un processo di trasfigurazione e così furono resi capaci di vedere in lui ciò che prima non vedevano: egli era carne fragile come loro ma, nello stesso tempo, Figlio di Dio, immagine del Padre invisibile. Sì, noi abbiamo bisogno di trasfigurazione per percepire la vera bellezza, per vedere l’invisibile nel visibile.

(Enzo Biancihi- “Avvenire” – 14 Ottobre 2019)