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Vangelo del giorno
Giovedì 26 Aprile 2018

[Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù] disse  loro:

«In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono. In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».



( Gv. 13,16-20 )
Bibbia – CEI 2008
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Per citazione
(es. Mt 28,1-20):
Per parola:

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Una pagina al giorno

4) Dalla Liturgia della Parola alla “Lectio Divina” ( pg 33 )


Quando Paolo scrive : “ Per quanto riguarda la carità fraterna, non occorre che io vi scriva, perche avete imparato da Dio stesso ad amarvi gli uni gli altri “ ( 1 Ts 4,9) e quando Giovanni dice “ È scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio” ( Gv 6,45), essi rivelano che c’è la possibilità di una Parola di Dio rivolta direttamente all’uomo. Ebbene,il bene privilegiato per questo ascolto non è forse la preghiera della Parola?. Certo, questa conoscenza è promessa a quanti conoscono la Scrittura, ma indubbiamente essa esce dallo schema della predicazione o della liturgia della Parola.

Un’altra ragione dell’importanza della lectio divina è la preparazione della liturgia. Se la Parola si riceve senza preparazione, senza fede, senza amore e senza conoscenza, essa non vivifica più, resta per noi parola morta. Se l’interpretazione e l’ascolto della Parola devono essere dosso logici, cioè devono avvenire con il criterio di commentare la Parola con la Parola, occorre conoscerla bene e profondamente, e ciò è possibile con l’amorosa assiduità alla Parola.

I brani scelti dalla chiesa per il lezionario sono il minimo per vivere la fede, ma occorre conoscere tutta la Parola per capirli in profondità. Alla loro proclamazione il credente dovrebbe saper vibrare ricordando tutti i testi e tutta la teologia richiamata dalla pericope liturgica. Insomma, il credente dovrebbe essere una summa vivente di concordanze.

Ma non è solo questione di allargamento, di estensione e di approfondimento della conoscenza della Scrittura, è anche questione di personalizzazione. Nella Liturgia Dio parla al popolo, ma questo è solo l’inizio e la causa di quello che dev’essere un incontro personale con Dio.

(Enzo Bianchi – Pregare la Parola)
Poesia del giorno

"Sono un viandante ..."
Libri da leggere

 

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Racconti di un pellegrino russo

Il piccolo Principe

Il gabbiano Jonathan Livingston

Dio su una Harley

Ascoltare la parola

Concili nei secoli

 

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Culltura

Referendum sulla costituzione: cosa ci ha insegnato Dossetti

DossettiDi seguito l’articolo di Giovanni Nicolini sul “referendum Costituzionale”

BOLOGNA – In questo grave momento per le sorti del nostro paese, per la mia adesione alla Regola di don Giuseppe Dossetti, che fu giurista e padre costituente, ritengo che non si possa dimenticare che egli spese le ultime energie della sua vita per la difesa della Costituzione, fondamento di unità e di giustizia di tutto il nostro popolo. È quindi per me doveroso lasciarci guidare dal suo insegnamento. Continua a leggere

Des Hommes et des Dieux di Xavier Beauvois … un film da vedere per continuare a sperare in una pace possibile

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il filmato
I monaci di Tubhirine sono divenuti famosi per il film di Xavier Beauvois “Des Hommes et des Dieux” Vincitore del Gran Premio della giuria all’ultimo festival di Cannes,  è uscito nelle sale italiane il 22 ottobre. Il regista Xavier Beauvois, con uno stile austero degno dei maestri del passato quali Dreyer e Bresson e solo qualche

accenno retorico ma giustificato nel finale, mette in luce l’umanitàdei religiosi, nei quali alberga l’umanissima paura ma anche un amore incrollabile in Cristo e nel loro prossimo.

Scrive Mons  mons. Henri Teissier, arcivescovo di Algeri al tempo del rapimento e poi dell’uccisione dei monaci di Tibhirine.
«Ha suscitato in me profonda meraviglia» perché è «una scelta nata da dei professionisti del cinema, senza committenza da parte della Chiesa o di un’istituzione cristiana. In più è arrivato a Cannes per i normali canali della produzione cinematografica. Ha ottenuto il premio speciale della giuria e, sulla scia di questo, il premio del Ministero per l’istruzione, oltre al premio della giuria ecumenica

Racconta la vicenda reale di otto monaci cistercensi francesi che vivono in armonia con la popolazione musulmana,  partecipando attivamente alla vita della comunità.

Il monastero trappista (perfettamente integrato in terra mussulmana), affondava le sue radici e la sua ragion d’essere nella dimensione contemplativa, ma era al tempo stesso un riferimento per la popolazione del posto e in special modo per i contadini, con cui i monaci avevano stretto relazioni feconde, attraverso la creazione di una cooperativa, l’assistenza medica offerta dal loro dispensario, il lavoro con le donne.

Recitavano insieme passi del Corano testimoniando con la propria vita un amore per l’umanità che va oltre le barriere culturali e religiose.

Il monastero nel corso dei decenni si spogliò delle sue ricchezze, con la gente del villaggio nacque una grande fiducia, tanto che quattordici anni dopo i fatti del 1996 al monastero non è sparito un chiodo, tutto è stato rispettato.

Ma in Algeria, dall’inizio degli anni Novanta, i gruppi islamici armati seminano il terrore sgozzando civili e chiunque si opponga alla Repubblica islamica. Anche gli otto monaci sono in pericolo. Tanto che la polizia propone di sorvegliarli e anche dalla Francia arriva l’ordine di tornarsene in patria. Ma loro rifiutano entrambe le cose. Perciò, inermi, resteranno a Tibhirine dove verranno rapiti e uccisi barbaramente. Da chi, esattamente, non è dato sapere. Perché il fatto di cronaca – avvenuto nel 1996 e da cui è tratto il film – è ancora oggi irrisolto e sono molte le piste aperte.

Scriveva così padre Christian de Chergé pochi giorni prima di essere rapito e ucciso: “Se un giorno mi capitasse, e potrebbe essere oggi, di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere attualmente tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita è stata donata a Dio e a questo Paese”.

E ‘ un film che consigliamo di vedere.

Accanto a questo post , a sinistra il Trailer del film e a destra un PPT dove si  vedono nella semplicità di foto originali i martiri di Tubhirine .  Nelle diapositive Sono stati associati, ai “sette dormienti di Efeso”, martiri cristiani murati in una grotta e che sarebbero risuscitati circa due secoli dopo. Quello che è interessante è che sono venerati sia dai cristiani che dai musulmani (ne parla il Corano).

Alda Merini ” esclusa .. e poeta degli esclusi “

merini_alda    E’ morta a 78 anni Alda Merini poeta degli esclusi, con i quali ha condiviso la condizione nella forma peggiore.

   Viveva in condizioni di quasi indigenza (una scelta di vita basata su una sorta di “noncuranza”) tanto che i pasti quotidiani le venivano portati dai servizi sociali comunali diventando, allo stesso tempo, popolare con apparizioni in tv dove, meravigliava e stupiva gli ascoltatori per la profondità e la sapienza delle cose che diceva.

Era  considerata la più grande poetessa italiana vivente.

Nata in una famiglia poco abbiente (il padre era impiegato in una compagnia di assicurazione, la madre casalinga) la Merini esordì ad appena 15 anni con una raccolta La presenza di Orfeo curata dall’editore Schwarz.

E, mentre già attirava l’attenzione della critica, incontrava difficoltà nel mondo della scuola “normale”.

Venne infatti respinta quando tentò di entrare al liceo Manzoni. Dissero che non era stata sufficiente nella prova d’italiano.

 Fin dai primi anni del suo lavoro poetico, conobbe e frequentò maestri come Quasimodo, Montale e Manganelli che la sostennero e promossero la pubblicazione di molte opere.

 Poi Comincia un altro periodo difficile costellato di ricoveri [Lei stessa ne ha sempre parlato e scritto definendo la sua sofferenza psichica come “ombre della mente”; riuscendo però , ne tempo,  a convivere con queste “ombre” , servendosi, anzi, del  dolore per scandagliare più in profondità l’animo umano. ] e ritorni a casa, e sarà madre di altri tre figli, dopo Emanuela avuta col suo primo marito

 L’uscita dalla malattia l’ha spiegata ad Antonio Gnoli su Repubblica.

 “Per me guarire è stato un modo di liberarmi del passato. Tutto è accaduto in fretta. L’ultima volta che sono stata all’Istituto che mi aveva in cura per depressione mi è accaduta una cosa che non avevo mai provato. Una mattina mi sono svegliata e ho detto: che ci faccio io qui? Così è davvero ricominciata la mia vita. Ho ripreso a scrivere e ho perfino trovato quel successo che non avrei mai pensato di ottenere”.

 “Il successo è come l’acqua di Lourdes, un miracolo. La gente applaude, osanna e ti chiedi: ma cosa ho fatto per meritare tutto questo? Penso che la folla, anche piccola, che ti ama ti aiuta a vivere. In fondo un poeta ha anche qualcosa di istrionico e di folle. Per questo il manicomio è stato per me il grande poema di amore e di morte. Ma anche questo luogo oggi è distante. Mi capita a volte di rivederlo in sogno. Io sogno tantissimo. E tra i sogni ne ricorre uno: sono dentro a un luogo chiuso, e io che cerco le chiavi per uscire. Forse sono mentalmente ancora in quel luogo che mi ha ucciso e mi ha fatto rinascere. Mi sento una donna che desidera ancora. Oggi per esempio vorrei che qualcuno mi andasse a comprare le sigarette. Non ho mai smesso di fumare, né di sperare”.

 Riportiamo due delle tante sue poesie invitando tutti ad una lettura completa.

  

La Madre,
quella che come me
mangiò la terra del manicomio credendola pastura divina,
quella che si legò ai piedi del figlio
per essere trascinata con lui sulla croce e ne venne sciolta
perché continuasse a vivere nel suo dolore.

Potevano uccidere anche Maria,
ma Maria venne lasciata libera di vedere
la disfatta di tutto il suo grande pensiero.
Ed ecco che Dio dalla croce guarda la madre,
ed è la prima volta che così crocifisso
non la può stringere al cuore,
perché Maria spesso si rifugiava in quelle braccia possenti,
e lui la baciava sui capelli e la chiamava «giovane»
e la considerava ragazza.
Maria, figlia di Gesù
Maria non invecchiò mai,
rimase col tempo della croce
nei suoi lunghi capelli
che le coprivano il volto.

«lo credo, madre,
che qualsiasi senso del cuore
sia dentro il tuo sguardo.
Come Figlio di Dio sono un bambino felice,
come Gesù sono colui che camminerà con te
sulle acque dell’incredulità.
Io, madre, ho visto il tuo seno pieno d’obbedienza
e bianco come il tuo pensiero.
E io so che l’amore di Dio è impalpabile
come le ali di una farfalla.
Io ho creduto, madre, al tuo volto,
ma ho anche creduto al Padre.
Non potrebbe ingiuriarti nessuno
al di fuori di quella voce
che ti ha percossa come un nubifragio:
l’addio del messaggero celeste.»

«Quante lacrime, madre, su quella tua
visitazione.
È stato un lavacro per tutti i peccati degli uomini,
e solo Giuseppe ha creduto che il tuo mantello
contenesse tanto dolore.
Non ti ha mai levato di dosso quel mantello di luce,
Maria,
con cui Dio ti ha coperta
per non far vedere
che le tue spalle tremavano d’amore.
Ma io, Maria, credo in te,
e credendo in te
credo in Lui.»

 

Ai Giovani

Bella ridente e giovane
con il tuo ventre scoperto,
e una medaglia d’oro
sull’ombelico,
mi dici che fai l’amore ogni giorno
e sei felice e io penso che il tuo ventre
è vergine mentre il mio
è un groviglio di vipere
che voi chiamate poesia
ed è soltanto tutto l’amore
che non ho avuto
vedendoti io ho maledetto
la sorte di essere un poeta.

Enzo La Grua 5° Concorso Nazionale di Fotografia

Con grande stima, affetto e commozione annunziamo il “ 5° CONCORSO NAZIONALE di FOTOGRAFIA – Città di Castelbuono – IX Edizione ” Premio giovani Enzo La Grua

 

  Con lui abbiamo condiviso pochi ma intensi anni di amicizia.   Suo il logo del nostro blog.

 

Ne sottolineiamo la disponibilità, la generosità,la delicatezza, l’umiltà, l’entusiasmo che invitava sempre a non arrendersi e andare avanti nella gioia.

 

La sua  sapienza ha avuto il dono di  trasformare le cose semplici  in  meraviglie.

Dialogare a tutti i costi

        michelangiolo.jpg    

Premesso che anche il cattolico è un laico [ laicòs = popolo ], in  una nazione in cui  ci si ostina a differenziare  laici e cattolici ci si deve adoperare in tutti i modi nella ricerca del dialogo “tra le parti”, sforzandosi d’ individuare i punti dove  esiste la concreta possibilità di dialogo.

                                                  

E’ fondamentale allora  darsi delle regole comuni per consentire la massima espressione da parte di tutti. 

Il massimo di possibilità espressiva per tutti, risiede in valori come   la responsabilità, la condivisione, la ricerca onesta con ogni mezzo del reciproco ascolto senza pregiudiziali e senza paletti di “ verità intoccabili e indiscutibili “. 

Certe volte sembra che proprio i laici siano più chiusi in merito ad argomenti che  non si devono più mettere in discussione, perché acquisiti come certezze assolute.

 Nella costruzione del cammino di un  dialogo sincero  è necessaria la consapevolezza

*       che tutti siamo esseri umani ,

*       che ci muoviamo con le nostre debolezze, con le nostre limitatezze, con le nostre “ verità innegoziabili “ ;

*       che difficilmente siamo disponibili , quando è tempo di stoppare le parole e compiere atti concreti, ad avvicinarci sempre di più,  sorreggendoci l’un l’altro verso un cammino  difficile di condivisione delle emergenze sociali.

Sono allora questi  i principali ostacoli da rimuovere dal cuore dell’uomo per mettersi nella disponibilità di ascolto dell’altro. 

 Il dialogo è indispensabile per la costruzione di una società giusta, ma un dialogo che riconosca i valori dell’altro.  Questo riconoscimento è l’inizio dell’ascolto e dell’accoglienza dell’altro.

 Fondamentale è  conquistare e  convertire al  dialogo soprattutto chi è sempre pronto ad imporre degli steccati [ e questo soprattutto per il suo bene], per evitargli che presto o tardi non venga a trovarsi, proprio lui,  a scontrarsi con gli steccati che ha imposto.

Il piccolo principe: l’incontro con Antoine

Mi chiamo Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry.

Stavo sorvolando con mio aeropostale il deserto del Sahara quando , all’improvviso, avvertii con sgomento uno strano rumore proveniente dal motore , che fece perdere quota al mio aeroplano, costringendomi ad un atterraggio di fortuna in pieno deserto.

Mi ritrovai più solo di un marinaio su una zattera dopo un naufragio, con poca scorta d’acqua e lontano mille miglia da qualsiasi abitazione umana.

Stava quasi per sopraggiungere l’alba ed io ero appena crollato per la stanchezza e la disperazione, quando, stupefatto, fui svegliato da una strana vocetta:

immagine.JPG piccolo-principe-l’incontro con Antoine


Jacopone da Todi: Donna de Paradiso

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E’ questa una delle più antiche laudi drammatiche in forma di ballata scritta da Iacopo Benedetti , detto Jacopone, che la chiesa venera come beato .

Egli nacque a Todi verso il 1235.
Fu uomo di legge e condusse una vita mondana fino al 1268, quando –mortagli improvvisamente la moglie – si diede a vita di penitenza.
Successivamente fu ammesso, come frate laico, nell’ordine dei francescani.

Speriamo che le musiche originali possano essere in armonia con i testi e ne lascino intatti il fervore mistico e l’impetuosa passione del poeta

 

Piccole clip sull’acqua

Padre Zanotelli:

«Fermare i privati è fondamentale, dall’acqua dipende il futuro di milioni di persone»

«Sull’acqua ci giochiamo tutto e guai a noi  se non riusciremo a vincere questa battaglia,  è fondamentale per la vita di milioni di persone».

Dobbiamo tenere gli occhi aperti,  i grandi maghi della finanza, soprattutto in America, suggeriscono di investire sull’acqua, perché i profitti sono del 30% in più rispetto ad altri settori di investimento

Francesco Forgione, ha messo in guardia dal rischio di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata.

«Dalle lotte di Danilo Dolci in poi – ha detto – il binomio acqua-mafia ha assunto connotazioni storiche.

Non è un caso che abbiamo ancora oggi dissalatori gestiti da imprenditori condannati per associazione mafiosa, come Pietro Di Vincenzo».

Ecco perché ha ribadito Forgione «l’acqua deve rimanere pubblica, è necessario bloccare tutti i processi che intendono consegnarne ai privati la gestione».

Gestione mista equivale a privatizzare, i Comuni perdono la gestione del servizio idrico integrato e resta un rapporto tra il consiglio di amministrazione dell´Ato e il privato».

«Sull’acqua ci giochiamo tutto.

Senza petrolio potremo anche vivere, ma senza l’acqua no».  Parola di Padre Alex Zanotelli.

«Sull’acqua ci giochiamo la democrazia – dice Zanotelli – è qualcosa di troppo importante.

 Se adesso si combattono le guerre per il petrolio, in futuro si faranno guerre per l’acqua».

Ll’acqua è un dono di Dio, il cantico di San Franceso declamava l’acqua: “Umile, preziosa et casta”.

 Nel mondo di oggi, dove tutto viene trattato come una merce di scambio, anche l’acqua è mercificata e privatizzata. L’uomo è fatto di acqua, e chi mercifica l’acqua mercifica l’uomo.

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Suor Rosina della Croce
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Io Francesco piccolo ….
In questo box il Testo del Teatro-Musica " Io Francesco piccolo ... l'ultimo dei minori"

( Cliccando sulla locandina è possibile aprire il file del "copione" e/o scaricarlo)

Di seguito alcune clip video di prova.

( Cliccando sull' icona della clip è possibile aprire il video) www.ilconfronto.com
PRIMA PARTE: La conversione- La spogliazione.


SECONDA PARTE: la regola.


TERZA PARTE: Francesco e Chiara: " Audite poverelle"
Kenosis-Passio Domini
Cliccando sulle tre icone puoi vedere i tre filmati "Staba Mater" e " Passio Domini" " Apocalypsis Die " eseguiti a Castelbuono il 21 Aprile 2004 ore 20,30 nella Chiesa di San Francesco. - Cliccando sull'icona " Kenosis" potrai leggere o scaricare il libretto dei testi in pdf,
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Francesco 5 anni di pontificato: un papa in Avvento
Tornare all’essenziale della fede

Il pontificato di papa Francesco compie 5 anni. Più che un bilancio, conviene qui richiamarne l’indirizzo di fondo, come fa anche il saggio del card. W. Kasper sulle radici teologiche del pontificato (cf. qui a p. 183).
Qualche nota va aggiunta sul percorso, che rimane imprevedibile, perché imprevedibile è sempre la storia che cammina su tornanti inattesi. Basti pensare a questa nuova fase della globalizzazione, alle elezioni di Donald Trump o alla Brexit, nel corso del 2016. E nel 2017-2018 alla svolta imperialista cinese o alla sconfitta militare dell’ISIS; all’aggravarsi ulteriore della crisi delle democrazie occidentali, cui non sono esenti le nazioni europee (Italia compresa), e al nuovo protagonismo militare russo. Al centro del magistero di Francesco c’è l’indicazione che la Chiesa torni all’essenziale della propria fede. Al centro del Vangelo. La sua è una svolta kerygmatica. A «quell’umiltà amante di Dio» – come egli l’ha definita – che nell’incarnazione, nella morte e risurrezione del Figlio ha condiviso la nostra umanità.
C’è una radicale corrispondenza tra la figura della kenosis, lo svuotamento di Dio, e la condizione umana, fino alla sua estremità. La scelta preferenziale per i poveri ha come obiettivo l’annuncio di Cristo e della sua salvezza. Più che una visione sociologica, economica, ambientale della povertà emerge in Francesco una visione teologica.
Per papa Bergoglio vivere il Vangelo è possibile perché esso tocca il centro della nostra esistenza. Vi è una corrispondenza profonda tra il centro della nostra umanità e il centro divino dell’umanità di Cristo. Per questo l’annuncio della fede deve essere fatto risuonare nuovamente, come fosse la prima volta, andando oltre le forme culturali prevalenti che sin qui l’hanno espresso.
Il papa cerca e vuole quell’umanità che è l’impronta sconvolgente di Dio nei meandri della nostra storia. Poiché è da quella umanità oscura e sofferente, che assume volta a volta i tratti della povertà, dell’infelicità, dello sconforto, della malattia, della libertà negata, della persecuzione, della migrazione, che occorre ripartire.
È da quella umanità che il mondo attuale, globalizzato anche nell’indifferenza, deve ripartire se vuole evitare pericolosi riduzionismi antropologici. Se il nostro mondo tematizza e accetta la «cultura dello scarto» umano, se rinuncia al primato socialmente esigente della dignità della persona finirà per distruggersi. Quella umanità, Francesco l’ha identificata con la «carne di Cristo».
Per il papa non si può ridurre il cristianesimo alla sua sola forma dottrinale, ma esso deve riguardare l’insieme della vita, di ogni vita, nelle sue espressioni e nelle sue relazioni nei diversi contesti culturali e ambientali. Pascal, nel Mystère de Jésus, fa dire a Gesù, a proposito del suo costato aperto: «quelle gocce di sangue le ho versate per te». Nel costato aperto di Gesù si manifesta per ciascuno l’ospitalità attraente del Dio misericordioso.
Una concezione processuale
In questo papa Francesco ha proposto un ri-orientamento della Chiesa: da un approccio cumulativo, preoccupato di dare ragione sempre, in ogni punto dell’enunciazione e della comunicazione del contenuto dogmatico della fede cristiana, si passa a una concezione processuale e relazionale, incentrata sull’offerta del Vangelo di Dio che implica il riconoscimento della libertà della coscienza. La parola di Dio procede nelle coscienze. Avviene sempre nuovamente. Da qui scaturiscono conseguenze profonde sul piano della figura della Chiesa e del suo rapporto col mondo.
Esse hanno riguardato anche l’assunzione convinta del metodo sinodale come stile ecclesiale. I sinodi sulla famiglia e quello in preparazione sui giovani, il Giubileo della misericordia, che ha modificato il tradizionale impianto degli anni santi, decentrando l’attenzione da Roma e rivolgendola alla periferia della Chiesa.
Dopo l’incremento continuo della centralità della Chiesa di Roma nel postconcilio, Francesco ha cercato un’inversione di tendenza nel timore di un’estinzione d’ogni tensione creativa e d’ogni identità delle Chiese locali. Non sempre gli è riuscita e gli riesce, perché egli vive della contraddizione non risolta di una sussidiarietà imposta dall’alto.
Vanno poi ricordati gli incontri ecumenici: la visita agli ebrei del Tempio maggiore di Roma (gli incontri ad Auschwitz e a Gerusalemme), l’incontro storico con il patriarca di Mosca, Cirillo, a Cuba; quello con il patriarca armeno Karekin II a Erevan; con il primate anglicano J. Welby; e quelli ripetuti con il patriarca ecumenico Bartolomeo I; e ancora con il patriarca copto Tawrados II; infine la commemorazione a Lund, in Svezia, dei 500 anni della Riforma protestante e gli incontri di preghiera con i principali esponenti delle Chiese evangeliche. Incontri che mirano a proporre un modello d’unità e di riconoscimento reciproco che procede attraverso la diversità.
Dei documenti del pontificato, rimane paradigmatica l’esortazione Evangelii gaudium. Qui è il cuore del pontificato. L’esortazione postsinodale Amoris laetitia ha segnato il punto più impegnativo sul piano dottrinale, perché accoglie il metodo sinodale e affida alle Chiese una sensibilità pastorale nuova da esercitare nella disciplina matrimoniale.
Accanto a questi testi c’è l’enciclica Laudato si’ e una miriade di interventi che riguardano modifiche liturgiche e del Codice di diritto canonico, l’accorpamento di 7 diversi dicasteri curiali in 2 nuovi: sui laici e sulla carità. Infine la costituzione sulla vita contemplativa femminile e quella sull’insegnamento teologico Veritatis gaudium (cf. qui a p. 131).
Poi ci sono i viaggi. Soprattutto quelli internazionali (in tutto 27), che hanno toccato tutti i continenti tranne l’Australia, seguendo una linea di geopolitica religiosa, in particolare quelli in Bangladesh, Myanmar, Messico, Cuba, Grecia, Georgia e Azerbaigian, Egitto, Israele, Palestina, Stati Uniti, Turchia. Ci sono stati quelli nati da appuntamenti ecumenici, la Giornata mondiale della gioventù, quelli effettuati per il rafforzamento delle relazioni diplomatiche e dedicati al tema della povertà, della guerra, dei rifugiati (in Asia e in Africa), alla legittimazione ecclesiale (America Latina).
Tra questi, il viaggio a Lesbo ha posto l’attenzione sulla tragedia dei migranti e dei rifugiati. Di qui passa il tema della globalizzazione e della pace, il tema della giustizia e dell’integrazione in Europa e nel bacino del Mediterraneo.
Quelli italiani hanno seguito un itinerario interno alla Chiesa e come tali hanno riguardato la ridefinizione del rapporto tra il papa, la Chiesa italiana e la sua Conferenza episcopale, un rapporto che si è, dopo una iniziale incomprensione, pressoché pacificato, soprattutto dopo l’elezione a presidente della CEI del card. G. Bassetti.
2018: Curia, finanze e comunicazione
Gli eventi inattesi della Brexit e della vittoria di Trump nelle presidenziali americane hanno modificato e potenzialmente indebolito l’azione del papa sul piano internazionale. Sul piano europeo non c’è un asse forte tra Unione Europea e Santa Sede, la rotta atlantica della Gran Bretagna e la crisi delle democrazie nell’Est europeo indeboliscono il quadro generale, nonostante la tenuta della Francia e della Germania. Di certo non aiuta l’incognita italiana.
Complessivamente la Santa Sede e il papa non potranno non riaffrontare il dossier Europa. Esso non ha a che fare solo con i numeri drammatici dell’immigrazione, del terrorismo islamista, della difficile integrazione sociale e culturale, ma riguarda soprattutto una ripresa incerta e stanca del ruolo del cristianesimo in Europa. Alla paura degli europei si affianca il tema dell’identità dell’Europa e del ruolo del cristianesimo.
Se il viaggio negli Stati Uniti del settembre 2015 aveva segnato un forte riavvicinamento tra la Santa Sede, un papa latinoamericano e gli USA, l’elezione di Trump ha allontanato e modificato quel risultato.
L’attenzione alla Russia (anche in chiave mediorientale) e alla Cina apre possibilità nuove di convivenza alla Chiesa cattolica e al suo ruolo internazionale. Ma sono strade impervie, per la natura di quei regimi e per le incomprensioni storiche.
Il 2018 dovrebbe essere finalmente l’anno della riforma della Curia. È uno degli appuntamenti centrali del pontificato, assieme a quello del riordino finanziario e della pulizia morale. La riforma della curia era stata chiesta dai cardinali durante le congregazioni generali alla vigilia del conclave. Ed è necessaria conseguenza della impostazione ecclesiologica di Francesco.
Nonostante resistenze che il papa riconosce in parte «aperte», in parte «nascoste» e «malevole», questa riforma dovrà toccare il ruolo e la funzione della Curia romana in relazione con Pietro e con la Chiesa universale. Ci si attende una nuova costituzione che sostituisca la Pastor bonus di Giovanni Paolo II e che tematizzi quella che il teologo J. Werbick definiva una «conversione delle strutture». Non solo la conversione dei singoli o qualche aggiustamento funzionale ma il cambiamento istituzionale ed ecclesiale delle strutture stesse.
Se il tema geo-politico e quello geo-religioso hanno trovato uno sviluppo significativo e coerente; se il tema dell’approfondimento teologico del ri-orientamento ecclesiale del pontificato sta muovendo i primi importanti passi, e i «dubia» sulla sua ortodossia trovano nella lettera di Benedetto XVI un’archiviazione definitiva; se il tema della pulizia morale nella Chiesa ha fatto passi avanti; forse il riordino finanziario e il tema della comunicazione rimangono questioni aperte.
Il riordino finanziario e la sua trasparenza costituiscono uno dei punti di maggiore resistenza interna, mentre la comunicazione presenta una sfida in sé: è oggi la dimensione più secolarizzante che agisce anche all’interno della Chiesa. Si applaude il papa e si fa altro rispetto al suo insegnamento.
Papa Francesco sa che questo è un tempo nuovo, incognito. Ma esso è anche un kairos. O, come dice Kasper, un nuovo avvento. Mantenere con rigore la propria ispirazione, senza cedere a facili narrazioni, è forse la risposta migliore.

(Gianfranco Brunelli – Il regno – Marzo 2018)